È impossibile confonderli, come gli storici d'un secolo fa[288], coi Mongoli e Tartari; e meglio si assegnano alla stirpe finnica, cioè a quella da cui derivano gli odierni Ungheresi. I nostri, sgomentati dall'apparire di genti estranie alla razza indo-germanica, non trovando immagini adeguate al loro terrore, ricorsero alle favole, e dissero che re Filimero avendo trovato fra' suoi Goti alcune maliarde, le cacciò in paese deserto, lontan lontano dal campo suo: quivi le imbatterono spiriti maligni, e mescolatisi con esse, generarono gli Unni, orridi e piccoli, nè somiglianti ad uomini se non perchè favellano[289]. Ammiano Marcellino li descrive di ferocia senza pari; nati appena, solcavasi loro il viso con un ferro rovente, acciocchè non mettessero barba; piccoli e tarchiati della persona, con vigorose membra, grosse teste, spalle tozze, tanto da scambiarli per bestie ritte sulle zampe, o per le grossolane cariatidi che sorreggono i palchi; portano alta la fronte, cavalcano a meraviglia, e maneggiano maestrevolmente arco e freccie.
La caccia era loro abitudine; ed inseguendo una cerva bianca, alcuni traversarono la palude Meotide, onde vennero a conoscere il paese degli Sciti; e giudicando che per guisa soprannaturale fosse loro indicata quella via, indussero i compatrioti a invadere le contrade scoperte. Così fecero; e parte vinsero i popoli che scontravano, parte li fugarono col terrore degli orridi aspetti e d'una ferocia mai più sperimentata. Condotti dal re Balamiro (376), sottomisero gli Acatsiri e gli Alani, coi quali saltarono sulle contrade degli Ostrogoti, e li dispersero e sottomisero. I Visigoti chiesero ricovero sulle terre dell'Impero, abbandonando agli Unni il paese a settentrione del Danubio, ove da un secolo e mezzo stanziavano, e che allora divenne centro d'un nuovo Stato che dovea durare settantasette anni.
Balamiro, inanimato dal buon successo, devastò le provincie romane, e molte città distrusse, finchè non venne acquietato col promettergli l'annuo tributo di diciannove libbre d'oro (20,000 lire) (400). Uldino, che gli succedette nel comando, fu assassinato; i Romani dovettero con più larghi donativi sviare le minaccie di Caratone; e d'allora gli Unni si mescolarono volta a volta nelle vicende dell'Impero. Varcato il Danubio, misero a sacco la Tracia e minacciarono Costantinopoli; se non che la peste li sterminò (425). Roila riceveva da Teodosio il Giovane l'annuo tributo di trecencinquanta libbre d'oro (370,000 lire) per tenersi tranquillo; forse con Ezio menò perfide pratiche; ma appena ebbe conchiuso nuovi accordi con Valentiniano III, morì (433), lasciando il principato al nipote Attila.
Deforme figura, carnagione olivigna, testa grossa, capelli brizzolati, piccoli occhi affossati, naso simo, pochi peli al mento, corporatura tozza e nerboruta, fiero il portamento e la guardatura, come d'uomo che si sente vigoria superiore a quanti lo circondano, tale ci è descritto Attila. Sua vita era la guerra, pure sapea frenarsi: severo nel pretendere giustizia, considerava per tale la propria volontà; pure ai supplichevoli mostravasi esorabile, propizio a chi in fede ricevesse. Nè soltanto nella forza fidando, fece spargere di quelle ubbie che allettano la plebe. Una vitella tra il pascolare si ferisce un piede; e il pastore meravigliato cerca fra l'erbe, e vede sporgere la punta di una spada, che egli trae fuori e reca ad Attila; il quale mostra accettarla come un dono del dio della guerra, e un segno della dominazione universale. — La stella cade (diceva), la terra trema, io sono il martello del mondo, e più non cresce erba dove il mio cavallo ha posto piede». Avendolo un eremita chiamato flagello di Dio, adottò questo titolo come un augurio, e convinse le genti che lo meritava.
Da principio sgomenta Teodosio il Giovane, che, al prezzo di settecento libbre d'oro all'anno, compra una pace vergognosa, oltre concedergli libero mercato in riva al Danubio, e restituirgli quanti sudditi suoi erano rifuggiti nelle provincie imperiali: avuti i quali, e tra essi alcuni giovani di regia stirpe, Attila li fa crocifiggere (441). Allora osteggia i Barbari di varia nazione, stanziati od erranti nel centro dell'Europa: Gepidi, Ostrogoti, Svevi, Alani, Quadi, Marcomanni si piegano o sono ridotti all'obbedienza di lui, che stende dai Franchi agli Scandinavi il dominio, il terrore per tutto il mondo: una folla di re lo corteggia, settecentomila guerrieri aspettano dal suo cenno qual paese abbiagli designato la vendetta di Dio. Ed egli, dal barbaro volgendosi al mondo incivilito, assale la Persia, ma respinto, ascolta al vandalo Genserico, e si avventa sull'impero romano; e distesi i suoi Barbari in una terribile linea di cinquecento miglia dall'Eusino all'Adriatico, manda dire a Valentiniano e Teodosio — Preparatemi un palazzo».
Tre segnalate vittorie lo recano fino ai sobborghi di Costantinopoli. Devastate settanta città, ridotto in servitù chi campava dal ferro, pretese che Teodosio cessasse d'intitolarsi signore della contrada che si estende dal Danubio fino a Naisso e alla Nava in Tracia; poi qualora volesse premiare qualche suo benemerito, lo spediva alla corte di Costantinopoli ad insultar l'imperatore nel suo palazzo, col pretesto di chiedere l'adempimento de' patti, ma in realtà per farsi impinguare di doni dallo sbigottito augusto.
Satollo di vittorie e di sangue, Attila ricoveravasi a riposo, non in alcuna città, ma nel proprio accampamento fra il Danubio, il Teiss ed i Carpazj, in quei campi d'Austerlitz, che divennero modernamente famosi per segnalata vittoria. Colà i vincitori del mondo e le loro donne compiacevansi attestare i loro trionfi coll'oro e le gemme onde fregiavano la persona fin alle scarpe, le spade, le bardature, e col vasellame d'oro e d'argento cesellato onde caricavano le mense. Attila solo, che sembra gigante perchè montato su tante ruine, e innanzi al quale tremava ognuno dal Baltico all'Atlante e al Tigri, ostentava non portare altro ornamento che d'armi; a tavola usava coppe e taglieri di legno, nè mangiava che carne e pane. Ivi accolse le umili e pompose ambasciate degli imperatori romani, ai quali a prezzo concedette di sopravivere ancora alquanto.
Poco dipoi Teodosio II, cascando di cavallo, morì di cinquant'anni (450 — 28 luglio), dopo quarantatre d'un regno disonestato dall'avvilimento dell'impero, illustrato dal Codice ch'egli fece pubblicare: Pulcheria ottenne anche in titolo il comando sull'Oriente, che di fatto già esercitava; e per la prima volta una donna stette in proprio nome a capo dell'impero romano. Non un marito essa volendo ma un collega, fermò sua scelta sopra Marciano senatore sessagenario, il quale alla scuola dell'armi e della sventura aveva appreso virtù ignote ai cesari ch'erano stati cullati nella porpora.
Quanto importasse il conservar la pace egli lo sentiva, ma non a prezzo di viltà; onde ad Attila, che mandava arrogantemente a chiedere il tributo, rispose: — Oro ho per gli amici, pei nemici ferro». Ultima voce romana. Attila si risolve alla guerra, e move dal fondo dei pascoli pannonj esitando, — Mi drizzerò all'oriente o all'occidente? cancellerò dal mondo Costantinopoli o Roma?» Una serie d'accidenti il determinò verso questa.
Ezio, dopo ch'ebbe costretto Placidia a rimetterlo in grande stato, e sacrificare i nemici alla sua vendetta, baldanzeggiava di potere e di fasto, mentre l'imperatore vero marciva in un vile riposo, assicuratogli dalla valentìa di questo capitano. Il quale veramente ritardò d'alquanti anni l'ultimo crollo dell'Impero; frenò i Vandali con trattati, mantenne l'autorità imperiale nella Gallia e nella Spagna, e strinse federazione coi Franchi e cogli Svevi. Non aveva mai interrotto le relazioni cogli Unni d'Attila, nel cui campo pose ad educare il proprio figlio Carpiglione: la sua intromessa manteneva pace fra l'imperatore e quel formidabile, al costo però di frequenti umiliazioni: anzi ebbe Unni ed Alani agli stipendj allorchè volle combattere i Burgundi e Visigoti, già accasati nelle Gallie. Ma come Genserico mandò invitare gli Unni, Attila si difilò sopra le Gallie, dove lo chiamava anche l'alleanza dei Franchi, che colà avevano preso stanza dal Reno fin alla Somma.