Ripiegò dunque verso la sua città di legno; e tra via, alle tante mogli che l'aveano fatto padre d'innumerevole prole, aggiunse la giovinetta Ildegonda: ma nella gioja o nell'abuso delle nozze fu sorpreso dalla morte (453). Il cadavere di lui venne esposto in mezzo alla campagna fra due lunghe file di tende di seta; i suoi Unni si mozzarono i capelli, sfregiaronsi il volto, e gli offersero esequie di sangue umano. Chiuso in tre casse, una d'oro, una d'argento, una di ferro, nottetempo lo sepellirono colle spoglie più scelte de' nemici e coi cadaveri degli schiavi che aveano scavata la fossa, intorno alla quale i nobili Unni menarono dissoluti e intemperanti banchetti funerali. I molti figli di lui se ne disputarono gli ampj possessi; ma questi già erano perduti al lentar della mano che unica valeva a tenerli congiunti.

La costui corsa non recò all'Italia soltanto i passeggieri disastri d'un'irruzione. Il paese veneto era la linea di congiunzione fra l'impero Orientale e l'Occidentale: i Barbari vi si erano affollati rompendola a volta a volta, ma senza stabilità, finchè la dominazione astuta quanto violenta d'Attila non ebbe dissipato ogni prestigio della superiorità romana. Distrutta Aquileja, la piazza d'arme più rilevante e la piazza di commercio più considerevole nell'alta Italia, questa si trovò aperta a chiunque venisse; e da quel punto la Venezia rimase staccata dall'Impero.

CAPITOLO LVI. Sulla caduta dell'Impero romano.

L'Impero potè dunque inneggiare e Giove e Cristo perchè trovavasi un'altra volta salvato: ma il cancro ne rodeva gli organi vitali; e dismessa l'obbedienza, indisciplinati gli eserciti, esausto l'erario, un sentimento universale di stanchezza e di paura stringeva gli animi, e facea guardare con isgomento il compirsi del XII secolo di Roma, che, secondo i computi de' sacerdoti etruschi, reputavasi fatale alla durata di essa.

Educati da fanciulli ad ammirare Roma gigante, in una letteratura tutta piena della grandezza di lei, e sopra storie che, isolando la gloria dal diritto, la idolatrano, ne esagerano le virtù, ne giustificano le colpe, infondono idee false ed inumane della libertà, della gloria, del diritto di conquista; condotti poi a meditare quella legislazione, non solo ammirata ma seguita ancora in gran parte dopo tanti progressi della ragione e della pratica; circondati da mirabili avanzi di quella civiltà, e considerando come vanto patrio la magnificenza e i trionfi di coloro che godiamo chiamare nostri avi; qual meraviglia se con fatica deponiamo giudizj ricevuti senza discussione, e convertiti in sentimenti? se ci riesce ingrato chi ci strappa quelle illusioni, ed alle magnifiche frasi surroga i nudi fatti, allo splendore la giustizia, alla gloria l'umanità?

Sulla caduta maestà latina faccia elegie chi, avvinto alle reminiscenze di scuola, giudica col patriotismo di Tullio e di Catone. Un insigne scrittore inglese, stomacato di vedere il convento d'Ara-cœli sorgere a fianco al Campidoglio, e cantici di frati sonare là dove un tempo decretavasi lo sterminio d'intere nazioni, fra sardonico ed epigrammatico dipinse come declinasse Roma dal punto che fu inaugurata la nuova fede. Ma chi si affezioni agli oppressi, ai vinti, al popolo, sarà a stupire se giudichi diverso da chi ammira la violenza, il trionfo, gli eroi? sarà a stupire se, chi della Via sacra e del Campidoglio si occupa meno che della Suburra e delle catacombe, non preconizza tanto la Roma d'Augusto quanto medita sul suo deperimento? V'ha spettacolo più istruttivo che quello d'una società che si sfascia mentre un'altra si forma? e quando mai la storia offrì maggiore opportunità di considerarlo?

Un occhio umano e filosofico dovrà riconoscere che quella catastrofe, di lunga mano preparata, ritardata forse da accidenti che parvero accelerarla, tolse via una barriera ai progressi dell'umanità. D'altra parte l'agonia di dieci secoli dell'impero d'Oriente basterebbe a convincerci del come si sarebbe miseramente trascinata la sopravivenza dell'Occidentale.

Per imputare della caduta di questo le sole invasioni dei Barbari, bisognerebbe dimenticare come esse cominciassero fin dal tempo di Mario e di Cesare, e che cinque secoli urtarono l'Impero senza scassinarlo, fintantochè le corrosioni interne non ebber reso irreparabile un crollo, di cui la grande migrazione fu occasione e nulla più.

Le società moderne, anche traverso a quell'inumano avanzo che dicesi ragione di Stato, si fondano sull'amore; e più s'inciviliscono, più procurano la pace, estendono l'eguaglianza a maggior numero d'uomini, e infine a tutti. Le antiche in quella vece, non riconoscendo la fratellanza originaria nè la solidarietà del genere umano, si nutrivano d'odio, di guerra, dell'escludere ogn'altra gente dal piccolo numero de' privilegiati; libere nell'interno, tiranne e nemiche di chiunque non appartenesse alla loro aggregazione; il patriotismo era meno amor de' suoi che odio de' non suoi; il che fu espresso nel proverbio romano «L'uomo è un lupo per l'uomo»[295]. Di qui la necessità di tenersi sempre in armi per difendersi o per offendere; di qui la cura dei legislatori civili e religiosi nel conservare costumi e istituzioni che la loro tenevano distinta da ogni altra gente.

Però conquiste, alleanze, federazioni dilatavano questa società, col che scemavansi i nemici, e comunicavasi a maggior numero quella giustizia naturale, che è diritto, ma che guardavasi come privilegio. L'incivilimento e l'umanità ne vantaggiavano, ma ne rimanevano sconficcate le società parziali; il patriotismo, svigorito coll'allargarlo, riducevasi incapace di resistere ad altro popolo che ne conservasse la primitiva inesorabilità.