Greci, Pelasgi, Etruschi, gli altri popoli circumabitanti al Mediterraneo viveano in questo secondo stadio, allorchè Roma li colse e domò; Roma patriotica e guerriera per eccellenza. All'impeto suo, all'inflessibilità di que' patrizj, qual ostacolo poteva opporre l'Europa? Le nazioni di questa si trovavano press'a poco al medesimo livello di civiltà; date all'agricoltura, divise in popoletti secondo i territorj, tra loro frequenti in guerre, delle quali la minutezza impediva sino i vantaggi, soliti derivare da queste feconde malattie dell'umanità; non aveano una metropoli che primeggiasse; gelose dell'indipendenza, non s'univano se non a tempo per momentanei interessi o per calcoli d'equilibrio politico. Ma anche dove scarseggiavano i raffinamenti sociali, possedevasi la libertà; e mentre nei grandi imperi asiatici l'individuo andava perduto o sagrificato nelle convenienze dello Stato o nella volontà d'un arbitro, qui la suddivisione produceva quelle lotte, in cui l'uomo svolge ed esercita le proprie forze.
Ne profitta Roma, miscuglio anch'essa di genti diverse; e fra le popolazioni italiote costretta a sostenersi colle armi, introduce quel sistema che da tutte doveva distinguerla, l'assimilare gradatamente al suo Comune i vinti, mediante la potenza del diritto. Quest'assimilazione fu iniziata dai re: la cacciata de' Tarquinj la sospese, ed assodò l'oligarchia, nella quale la plebe soffriva orribile pressura; ma non che fiaccarsi alla tirannide, si agitava, e chiedeva pane e diritti. Come acquietarla? occupandola in incessanti guerre, donde i patrizj traevano infallibile vantaggio, perocchè vincendo arricchivansi, vinti trovavano d'aver decimato e punito i loro tiranneggiati. Delle perdite Roma si rifaceva coll'assorbire il fiore de' paesi soggiogati: mirabile costituzione, mercè della quale divenne padrona non istantanea del mondo.
Sottoposta la penisola, Roma si trovò a petto Cartagine; poi la Grecia e l'Asia, civiltà antiche; poi la Gallia, la Spagna, la Germania, civiltà esordienti: nella resistenza divenuta gigante, nella vittoria irresistibile, sulla meschina bilancia dell'altrui politica getta la sua spada; dà mano al debole, per opprimere con questo il forte, indi l'uno e l'altro soggiogare.
Guai ai vinti! I trattati portavano in capo la parola di pace, come testè vedevamo quelle di libertà e fratellanza; ma realmente erano patti d'un superiore ad inferiori, sottomettendo non solo i vinti ma gli alleati a più o men diretta dipendenza. Il feroce diritto patrizio considera nemici i popoli indifferenti, e di buona presa la roba e gli uomini di chi non sia alleato; con lunga arte cancella i caratteri nazionali; ovunque tocchi, abbatte le vetuste grandezze e l'industria di lunghi secoli; l'opulenta Corinto, Cartagine regina dei mari, Rodi sposa del sole, cadono immolate alla gelosa conquistatrice; pérdono fiore le mercantili città dell'Egeo, muojono le splendide della Grecia; il commercio, anima del popolo attorno ai mari interni, è strozzato fra gli abbracci della padrona.
Ad alcuni paesi vinti d'Italia e di Grecia lasciava essa qualche ombra di libertà; ma delle popolazioni di Spagna, delle Gallie, della restante Europa fa quello sterminio che crede necessario alla sua sicurezza; e sui cadaveri pianta colonie talmente efficaci, che giunsero fino a mutarne il linguaggio. Delle provincie conquistate dividevasi il bottino fra i soldati, il terreno fra i cittadini, che così diventavano barriera contro i nemici, ed estendendo fra i vinti il timore di Roma e il rispetto per le istituzioni sue, preparavano nuovi trionfi. Salvo i pochi che in alcuni paesi ottenevano in tutto o in parte il civile o il politico privilegio di Romani o di Latini, gli altri restavano esposti alle calunnie de' giudizj, alle estorsioni de' legulej, alla tirannide de' nobili, alla rapina de' proconsoli, sicchè il metter pace era un ridurre a deserto[296].
Tutto ciò importava quella necessità che più ripugna alle libere istituzioni, un grosso esercito. Le lontane conquiste obbligarono a prolungare i comandi, sicchè i generali si abituarono a potere ogni lor voglia fra le provincie schiave; gli eserciti, devoti ai capitani che gli aveano guidati alla vittoria, li seguivano anche contro la patria; e con essi Mario e Silla si fecero sanguinarj tiranni, con essi Cesare abbattè l'aristocrazia, Augusto la repubblica.
Non abbandoniamoci a quella sentimentalità, che nelle guerre vede soltanto capitali sperperati e sangue effuso. Non che speciale a Roma fosse la crudeltà, vedemmo anzi lodarla di moderazione: che se tal lode veniva dal concetto che gli antichi si formavano della conquista, è certo che essa sottometteva e inciviliva; fra società fondate sull'odio, sospendea la permanente ostilità che ne parea condizione necessaria; toglieva la libertà, ma dava un governo e i vantaggi della civiltà e dell'ordine; imponeva il patriotismo e la dignità romana; un secolo dopo la conquista, la fiera Spagna era trasformata, con grandi strade, acquedotti, terme, teatri, circhi, tempj, crescente popolazione, e viva industria, e coltura tale che mandava a Roma i maestri d'Augusto, d'Ovidio, di Nerone, i poeti Lucano e Marziale, i due Seneca, gli storici Mela e Floro, l'agronomo Columella; nella Gallia si spianano strade, si aboliscono con lunghi sforzi i sagrifizj umani, grandeggiano scuole d'eloquenza; l'Africa sale ad una floridezza, qual mai non ebbe o prima o poi; in Egitto è portato il lino, nella Gallia l'ulivo, la vigna sul Danubio e sul Reno, ove sorsero città, che fin ad oggi sono le meglio fiorenti[297].
E fu Roma la prima che le conquistate nazioni pensasse a governare. Il diritto pubblico stabilito dalla vittoria la rendea padrona, ma la civiltà diffusa mediante le colonie facea che assimilasse il mondo, divenisse centro d'incivilimento, e perpetuasse i risultamenti dell'invasione armata; sicchè non la violenza solo, ma l'autorità e la coltura congiungeva a Roma il mondo, la cui immensa varietà era diretta da spirito d'ordine, di regola, di stabilità. Anzi, al vederla fatta meta di tutti i desiderj, Roma somiglia un centro che attira, anzichè un vortice che ingoja; e che non essa ingoji il mondo, ma il mondo costringa lei a riceverlo nel suo grembo.
Questi miglioramenti eransi cominciati sotto la Repubblica; ma li perturbava la violenza, divenuta universale quando tanti anelavano a far propria la cosa pubblica colle ricchezze, coll'eloquenza, colle vittorie, cogli assassinj, cogli abusi di quella libertà, che è la parola più frantesa, giacchè valse perfino a scagionare i patiboli di Robespierre e i pugnali di nostri contemporanei. Il mondo n'era scagliato in preda alla forza brutale, quando gl'imperatori poterono sospenderne la caduta; e come la legge internazionale della repubblica era stata la guerra, così dell'Impero divenne la pace. La costituzione andò alterata, non tanto perchè il dittatore de' nobili o il tribuno della plebe avesse assunto il titolo imperiale, quanto pel cessare delle conquiste, ch'erano state l'alimento di Roma. La politica dell'accomunare di dentro l'eguaglianza cittadina, fuori i diritti dell'umanità, prese allora tutta l'ampiezza, avviando ad una grande unità, nella quale per conseguenza cessava la distinzione di nazioni, tutti potendo dar voti, tutti aspirare alle cariche, purchè aggregati all'estesissima cittadinanza.
La innovazione dell'Impero bisogna conchiudere fosse necessaria, poichè durò sì a lungo, nè mai fu seriamente tentato di ripristinare l'antica Repubblica. Ma da una parte venne operata colla forza, in aspetto di usurpazione militare, che imponeva un governo soldatesco senza freni civili; dall'altra le irruzioni, allora cresciute, de' Barbari costrinsero a continuar le guerre, non più di conquista ma di difesa. Sono i due modi per cui si consolida il despotismo.