Sebbene il sistema fosse fondato sulla violenza, già ne veniva indizio di quella spontanea associazione de' popoli, costituita sulla pace e sulla libertà, alla quale tende il mondo; intanto le idee si ampliavano, estendeansi la coltura e i miglioramenti materiali, ed il concetto d'una grande unità.
Di ciò s'avvidero già gli antichi, laonde, col nome di orbe, di universo, di genere umano intesero il popolo e l'impero romano; e al decadere di questo, Claudiano glorificava Roma perchè sola ricevette nel suo grembo anche i vinti, e tutti abbracciò col nome di cittadino, e, merito di lei, anche lo straniero godeva le pacifiche consuetudini come nella propria patria, atteso che tutti sono una sola gente[298].
Ma perchè siavi unità, son necessarj l'accordo degli interessi, la simpatia de' popoli. Qui invece Roma trovavasi fra due civiltà, la greca e la barbara, essenzialmente diverse, e che divenivano germe d'una divisione, la quale si pronunziò col distacco dei due Imperi. L'unità, cioè l'eguaglianza, non era possibile in società costituite sulla separazione, sulla disparità; nè dagli antichi era concepita se non come monarchia universale, cioè il sacrifizio di tutti i vinti al vantaggio del vincitore.
In fatti, dopo che la Repubblica avea cancellate le nazionalità, annichilò anche gl'individui, valutando il cittadino solamente in quanto giovava allo Stato, e scompagnando per tal modo l'interesse personale dal comune. Togli quei pochi che speravano dignità o impieghi, tutti gli altri non conosceano lo Stato se non per le oppressioni o le imposte.
In Roma repubblicana la patria era una religione: scopo supremo delle azioni pubbliche e private l'ingrandirla; per essa sprezzati l'oro, la vita, la pietà, la virtù; non accettata la pace che dopo la vittoria; e creati quegli eroi che formano l'ammirazione di chiunque osservi la grandezza indipendentemente dall'umanità.
Quel vitale sistema di Roma d'aggregarsi i vinti fu guasto dagli imperatori esagerandolo; e per togliere ogni ostacolo ai proprj arbitrj e impinguare il tesoro, estesero a sempre maggior numero di sudditi la cittadinanza, rintuzzando così il sentimento esclusivo dell'amor di patria. A misura che questa dilatavasi, quello s'indeboliva, e la pena dell'esiglio, terribile al Romano quando lo spingeva soltanto a Fidene o ad Ardea, parve sì mite ai tempi di Cesare, che convenne aggiungervi la confisca dei beni.
In un piccolo Stato libero, ove il diritto di suffragio dipende dalla proprietà, si comprende come tutti i privilegi e i poteri si devono concentrare nella città. Ragionevolmente dunque Roma tenne un governo di municipio, ove patrizj, popolo e cavalieri, senato, consoli e tribuni si bilanciavano per modo che una mano vigorosa poteva dirigerli in un bello ordinamento civile. Siffatto ella il mantenne anche ampliandosi, onde perdeva le proporzioni allorchè la città era estesa quanto il mondo. Altre Rome ottennero la forma della madre, ma della prisca non rimaneva che il fantasma; nè coll'aprirla a tutta Italia, poi all'Impero tutto, si produsse un vero ordine di cittadini, una nobiltà imperiale, che desse assicurazioni di libertà al popolo, di durata al governo, d'efficacia all'amministrazione.
Se Cesare, passaggio fra l'antichità conquistatrice e le moderne età civilizzatrici e vero fondatore dell'autocrazia, avesse potuto effettuare i grandiosi suoi divisamenti, ridurre ad unità l'Impero mediante la rappresentanza, accomunare alle provincie la cittadinanza, abolire il patriziato originario coll'accogliere nel senato il meglio d'ogni gente, poteva uscirne un governo bilanciato, che le forze diverse convergesse ad uno scopo, e quella mescolanza di Latini, Italici, nuovi Latini, municipj, coloni, provinciali, fondesse in un grand'insieme per la franchigia della nazione e l'incivilimento del mondo. Ma al piccolo ingegno e al piccolo cuore d'Augusto mancò la capacità o la generosità d'istituire un freno a se stesso e alla rea volontà de' successivi imperanti. Questi, all'ombra de' regolamenti con cui la Repubblica patrizia proteggeva i magistrati, poterono legalmente ciò che vollero, identificando in sè il popolo, armandosi dell'autorità tribunizia; e per logica legalità, al cieco amore di patria rimase sostituita la cieca obbedienza al despoto di essa. Tutto dipendeva dai capricci d'un solo, e questo dai capricci dell'esercito; laonde la monarchia arrotando la conquista, regolò l'ammirazione del mondo, ma riuscì tempestosa poco meno della repubblica.
Sotto le forme d'una grande unità, internamente nulla era fuso; razze, lingue, credenze, istituzioni, intenti, tutto rimaneva differente; un popolo ignorava l'altro; le comunicazioni non aperte che fra le capitali, cioè fra le varie stanze di cittadini di Roma; del resto avversione reciproca fra soggiogati e vincitori; le compresse nazionalità rialzavansi a tratti; le provincie, non che crescessero forza a Roma, la indebolivano reputandola nemica, e consideravano come propria libertà il perdersi della loro tiranna; sicchè quell'antagonismo, nulla avendo di legale, sconvolgeva lo Stato.
I comizj del popolo erano più possibili quando gente da tutto l'orbe potea prendervi parte? Perchè il senato avrebbe potuto frapporre qualche barriera, tutti gl'imperatori, buoni o malvagi, fiacchi o risoluti, accordaronsi nel decimarlo e avvilirlo. E ne restò sbrigliata la tirannide; tanto più che l'esecutivo non era, come nei moderni, separato dal potere legislativo; i principi faceano da giudici, pronunziavano in casi particolari, ed applicavano le pene da loro stessi decretate.