I buoni imperatori si temperavano nell'esercitare quest'illimitato e legale rigore: i malvagi ne facevano stromento a passioni, e coll'infame genìa delle spie spargevano tra il popolo la pessima delle corruzioni, quella che ti fa sospettare un nemico in ogni fratello. Ma a quei mostri che si succedettero sul trono d'Augusto, udimmo mai rinfacciare che trascendessero la legge? Nulla avea questa che restringesse i loro arbitrj; della religione erano essi i pontefici sommi; la moralità era una controversia di scuola, sottomessa alla ferrea parola della legge, per la quale chiamavasi diritto ciò ch'era comandato (jus jussum). Se l'eventualità della nascita, o il capriccio dell'esercito, o la venalità d'un'assemblea assidono un mostro sul trono del mondo, costui diffonderà tanto più la propria corruzione, quanto più in alto è collocato. Se poi la scarsa fazione de' buoni vi innalzi principi d'invidiabile virtù, questi allevieranno i mali di chi sta a loro più vicino, ma dovranno assecondare anch'essi le materiali inclinazioni che ormai allo spirito tolgono ogni possanza; giacchè le abitudini d'un potere sfrenato si connaturarono a segno da non lasciar discernere la giustizia, nè sentire l'umanità; e tutte le classi, disarmoniche e scoraggiate, sospingonsi a vicenda nell'irreparabile abisso.

Questo principe è proclamato superiore alla legge, eppure, come un balocco da fanciulli, è sollevato e abbattuto da frequenti rivoluzioni: non di quelle rivoluzioni, ove fra il sangue proceda la società, come la nave nelle tempeste; ma congiure di Corte o di caserma, che non fruttano nè franchigie nè esperienza, che uccidendo il tiranno assodano la tirannia.

Da qui, come da tutte le rivoluzioni, la prevalenza della forza armata. Costretti a tenersi in guardia men tosto contro nemici esterni che contro i sudditi, gl'imperatori crebbero la potenza de' pretoriani, e questi usurparono la facoltà di eleggerli e mescersi del governo civile, finchè Comodo strappò le ultime apparenze di franchigia rimaste al popolo e al senato, col porre accanto al trono il prefetto del pretorio. Insuperbiti dal sentirsi necessarj, i pretoriani occupavano i beni altrui senza tampoco mascherare colle formole l'usurpazione; svilirono il senato coll'aggregarvi ogni feccia, purchè pagasse; vendettero i decreti; crearono venticinque consoli in un anno; che più? posero all'asta l'Impero.

Quel che i pretoriani in città, pretesero farlo gli eserciti fuori, conferendo il diadema a quel qualunque, cui fossero disposti a sostenere. Dopo Massimino cominciano le gare fra il senato e l'esercito per l'elezione; e poichè il secondo preponderava, sceglieva gl'imperatori da nazioni differenti; Roma, invece di dar il padrone agli stranieri, lo ricevette da essi; e quale patriotismo poteva attendersi fra capi forestieri e sudditi avviliti? Poi ciascun esercito pretendendo l'eguale diritto, ne vennero doppie e triplici elezioni, sostenute da guerre civili, tra cui si logoravano le armi che sarebbero state necessarie contro i Barbari, e lasciavansi sguarnite le frontiere quando più era mestieri guardarle.

Nei censessant'anni descritti dalla Storia Augusta, settanta persone portarono il titolo imperiale; e, dove conferivasi a quel modo, manca ogni criterio per distinguere il legittimo dall'usurpatore, se non sia l'esito. Effimeri monarchi potevano attenersi ad una politica uniforme? Ogni nuovo venuto vi mescolava alcun che di personale, compiacevasi operare a rovescio del predecessore; nessuno proponevasi un gran disegno, nè aveva il tempo d'effettuarlo.

La divisione dell'Impero fatta da Diocleziano agevolava il pronto riparare agli invasori, e terminò le sommosse dei soldati: ma ne venne sterminato aumento alle spese delle Corti, non più semplici come al tempo d'Augusto, ma emule della vanità persiana; alle forze mancò l'accordo, e massime l'Italia nostra ne patì, cessando d'essere il capo e il cuore di quel corpo gigantesco.

Costantino conobbe la necessità d'una monarchia regolare, comunque irrefrenata, e di separar il potere che dirige da quello che eseguisce; ma non ebbe arte o volontà di fondere i diversi elementi. Poneva un termine all'anarchia militare, facendo prevalere l'ordine civile; fiaccò la guardia pretoriana; ai capi de' soldati non assegnò che gl'infimi gradi della nuova gerarchia; quattro prefetti del pretorio e quattro eserciti si tennero l'un l'altro in rispetto; i soldati si cernirono solo fra proletarj, e perchè non disertassero, marchiavansi a fuoco sul braccio o sulla gamba. Restavano da ciò prevenute le turbolenze e le insurrezioni, ma fiaccata la robustezza militare allora appunto quando il bisogno ne cresceva; e disperse le legioni che difendevano i passi, lasciavansi a sbaraglio le provincie.

I successori suoi abbandonaronsi alla corruttela d'una Corte asiatica, e i palazzi dov'essi ricoveravano la minacciata maestà, divennero officine d'intrighi, d'iniqui giudizj, di basse turpitudini, surrogate ai macelli dei primi Cesari. Fra cortigiani ed eunuchi, gl'imperatori non contraevano che avidità di godimenti, non gustavano che la beatitudine del far nulla; negligendo di vedere le cose coi proprj occhi, sulla guerra e l'amministrazione, sui lamenti e i bisogni dei popoli acquetavansi alle relazioni d'un confidente scaltro, brigante o venale. Che la traslazione della sede fosse opportuna alla durata dell'Impero, l'attestano i dieci secoli che Costantinopoli sopravisse: ma fra le due metropoli entrò gelosia; Roma indispettivasi di vedere diviso il diadema, e le ricchezze e gli ornamenti suoi passar ad abbellire la figlia rivale; Costantinopoli recavasi a sdegno che Roma pretendesse ancora il primato: sul Tevere ricoveravansi le reliquie del paganesimo in grembo all'aristocrazia; sul Bosforo versavasi sangue per le dispute cristiane: dei reciproci pericoli parevano esultare, anzi talvolta l'una dirigeva sopra l'altra i nemici o per rancore o per salvare se stessa.

Vedemmo i Romani, sempre mal pratici in fatto di finanze, dapprima cercare la prosperità col tener basse le fortune, poi non conoscer la ricchezza che nel cumulo di metalli preziosi; e dopochè col cessar le conquiste cessò l'affluenza di questi, nessun modo si conobbe d'agevolare i cambj, e provaronsi tutte le angustie della mancanza di numerario. Neppure troviamo che in quegli estremi si ricorresse ai prestiti forzati e ai viglietti di banco, come erasi usato ai tempi d'Annibale; e l'arte riducevasi a smungere i sudditi col divisare un raffinato concatenamento di vessazioni. Man mano che l'Impero declina, cessano gli eventuali ristori che la sua potenza recava; e sempre più bisognoso d'uomini e di denaro, maggiormente domanda ai sudditi quanto meno si occupa del loro benessere; anzi, per soddisfare alle sue necessità, incatena le persone ed i possessi. Qui v'avea servi affissi ai padroni, là coloni affissi alla gleba, artigiani affissi alla manifattura, decurioni affissi al municipio colla persona, le sostanze, i figliuoli, l'eredità, l'amore[299].

L'artigiano non paga le tasse? le dovrà la maestranza cui egli spetta. Ai sudditi le imposte riescono esorbitanti? ebbene, soddisfino per essi i decurioni. Abbandonano i terreni? ebbene, siano obbligati gli altri possessori a comperarli. I decurioni, aborriti perchè tiranni, aborrenti perchè tiranneggiati, sottraggonsi a quella carica? ebbene, vi si obblighino a forza; la assumano i bastardi, gli Ebrei, i sacerdoti indegni, i soldati fuggiaschi, i debitori insolvibili. Pertanto i municipj non erano che un sistema di più vasta e più immediata oppressura; le corporazioni d'arti equivalevano ad una galera; il titolo di cittadino romano, dianzi stimato e compro a gran valuta, era fuggito come un supplizio, era ripudiato quasi infame[300].