Ne' mali più gravi i rimedj stessi aggravano; perfin la giustizia diviene un'occasione di danni. L'accomunamento della cittadinanza, reclamato dall'equità e dalla politica, non fece che spopolare l'Italia, traendone a Roma tutti i ricchi e gli scioperati: questo gentame seguì a Costantinopoli il pane e i piaceri, lasciando l'Italia vuota, deserti i suoi campi, le città senza patrimonio, senza capi. Allora la patria nostra perdette le esenzioni, fin là godute come terra sovrana; restò gravata dalle tasse comuni, appunto quando cessavano d'affluirle quelle di tutto il mondo; la migrazione dei ricchi e le rapaci correrie dei Barbari desolavano d'abitanti le sue città, di frutti le campagne, che, da giardini dei grandi com'erano prima, si conversero in letto di fiumi, in asilo di belve e di ladroni.
Come prendersi cura alla difesa d'uno Stato, a cui non erano attaccati altrimenti che pel sanguinoso legame del tributo? Quei Greci, quei Galli che avevano profuso milioni di vite per la propria indipendenza contro Roma, veruna resistenza opposero agl'invasori. Il modo d'esazione dei Barbari, semplice per quanto arbitrario, men rincresceva che non il lento sanguisugio di un governo, che non pareva essersi raffinato se non a danno de' sudditi: le migliaja di schiavi sospiravano l'ora di mirare umiliati i burbanzosi padroni, e lanciar loro in viso i ceppi che aveano sin allora portati: i coloni, sottoposti all'enorme capitazione e ad opprimenti servigi di corpo, offrivansi a chiunque promettesse un sollievo, od almeno una mutazione di mali: il cittadino si divincolava in quella inestricabile rete di tirannia che avviluppava tutti, dall'imperatore sino all'infimo schiavo.
Tra siffatti come suscitare il patriotismo? e tolto questo, qual movente rimaneva nelle antiche società? la legislazione? la filosofia? la religione? La prima fu il vero vanto degli ultimi secoli dell'Impero, consolidando ed appurando la famiglia e la proprietà, sicchè il furore de' tiranni violava quegli ordinamenti, ma non li cambiava: e questo rispetto alle leggi valse a prolungare l'esistenza di Roma, il cui decadimento venne lentissimo perchè il sistema era buono, nè facilmente si cancellava la grandezza del nome suo.
Ma se, vedendo imperatori dispotici, moltitudine adulante, menzogna perpetua nelle apparenze e nel linguaggio, le anime nobili s'indignavano, non sorgeano però ad alto scopo, limitandosi a ribramare il passato; sicchè non mirando a un avvenire, ne seguiva sterilità d'intelligenza e di cuore. Una religione fondata sopra la credenza d'un Dio solo, se anche travii, può revocarsi a' suoi principj, avendo un punto saldo da cui prender le mosse. La latina, senza base una e solida, senz'intima moralità, contraddicente alla ragione e ai bisogni spirituali di quel tempo, non poteva restaurarsi, sconnessa che fosse. Inutili dunque gli sforzi di Augusto per rintegrarla come elemento d'ordine. Tentarono gli Antonini rinsanichirla innestandovi la filosofia stoica, e ne sorsero benefici regnanti e vigorosi magistrati: ma quella scuola, oltre gl'intimi difetti, non potea mai divenir popolare, come dev'essere una religione. Tanto peggio riuscirono i tentativi di ringiovanirla colle dottrine neoplatoniche, coi riti teurgici, colle iniziazioni mitriache.
Rimedj organici portava il cristianesimo, destinato a compier l'opera di Roma, cioè unificare il mondo nel diritto, ricevere tutti nella gran città, reggere coll'impero i popoli senza abolirne l'indipendenza e l'autonomia, e non solo i popoli tra l'Eufrate e il Danubio, ma fin di là da mari, di cui neppure l'esistenza conoscevano gl'imperatori: dentro, virtù cittadine e private rifiorivano; un clero che la legge romana esimeva dai tributi oppressivi e dalle odiose cariche curiali, mentre la legge cristiana gli toglieva d'imbrutalire nell'ozio e ne' bagordi. Ma i monaci nel deserto e i sacerdoti nelle città, non che tutelare l'antico, invocavano il giovane mondo. Perocchè il dire che una società si discioglie, significa che un'altra cova nel suo seno, il cui fermentare scompone gli elementi dell'anteriore acciocchè entrino in nuove combinazioni. Insinuarsi nell'Impero la nuova dottrina non poteva se non iscomponendo l'ordine, di cui l'apparenza durava.
Se n'accorsero fin dall'origine i giureconsulti e gli imperatori, laonde bandirono guerra a questi sudditi riottosi; e i Cristiani, ridotti a considerare per nemico un governo che in guise spietate voleva inceppare la più libera delle cose, la coscienza, se ne sceveravano stringendosi fra sè; disobbedivano ed erano puniti per colpe che non si giudicavano disonoranti, sicchè la disciplina andava a fasci, mentre fiaccavasi il sentimento morale; ne' magistrati onesti lottavano la coscienza e la legalità; entro le stesse mura, nella casa stessa, uno trovavasi nemico dell'altro, e lentavasi ogni legame di società e di famiglia.
Il cristianesimo, sapendo che la resistenza è colpa quando cessa d'essere un dovere, per non provocare i tiranni, aveva dapprima offerto il collo tacendo e perdonando: invigorito poi ne' tormenti e nelle maschie voluttà dell'astinenza e della solitudine, alza la voce di mezzo al fragore dell'armi; da credenza personale e interiore s'è mutato in istituzione, con governo e rendite, rappresentanza ed assemblee, talchè può svincolarsi dagl'impacci della società civile. L'unità, scopo della politica romana, perì allorchè questa a doppio interesse si dirizzò, alla patria cioè ed al cristianesimo; e la società che finiva non avendo più l'autorità, la nuova non avendo ancora la potenza, venne ad accelerarsi lo sfacelo.
Ogni nuova rivoluzione religiosa noceva allo Stato; poichè o Costantino alzasse il làbaro, o Giuliano riaprisse i delúbri, o Gioviano tornasse alla croce, sottraevansi all'Impero le braccia o il senno di alcuni, che faceansi coscienza di coadjuvare a chi adorava altrimenti, o non v'erano sofferti dall'intolleranza: le istituzioni introdotte e quelle abolite dal cristianesimo traevano il crollo di altre, su cui la vecchia società era sistemata: ai municipj non restò più che miseria quando Costantino applicò i loro possessi alle chiese: dalla milizia e dalle magistrature molti forti e pensatori si stornavano per darsi all'eremo o al sacerdozio, e tornavano di aggravio ai laici le esenzioni concedute al clero.
Nella teologia antica il perire degli Dei faceva perire la nazione: sicchè Roma dovea cadere perchè caduti i suoi numi, finir l'Impero perchè era finita quella teologia. La nuova avrebbe potuto rivolgersi tutta a riformare i costumi mediante i precetti morali e le leggi civili: ma ne fu sviata per l'inciampo delle eresie. Perocchè, se la morale era la conseguenza, la premessa era il dogma: e quella senza di questo sarebbe soccombuta nell'urto della barbarie, non potendo dalla sola filosofia cominciarsi una civiltà duratura. Bisognò dunque chiarire, precisare, mettere in sodo il dogma: ma che la morale e l'attuamento di essa nelle leggi non fossero neglette, il palesano la motivazione delle migliori costituzioni imperiali, tutti gli scritti dei santi Padri, e quella folla di sacerdoti e di monaci che coll'esempio e colla parola proclamavano la virtù, pur lamentando che tanto restasse annebbiata dalle antiche abitudini.
Efficacia pubblica scemò alla religione l'essere la società civile rimasta ancora pagana di fondo, d'istituti, di leggi, di costumi, qual era sorta e cresciuta. Essa possedeva tutte le istituzioni opportune al progresso delle idee e all'ammiglioramento degl'intelletti; mentre la religione nuova ne mancava: e tutto dovea dedurre dalla propria volontà, dalle credenze, dall'impero di queste sugli animi, dal bisogno che aveano di propagarsi e d'occupare il mondo.