L'esito del conflitto non restò a lungo dubbioso, e la società antica fu trafitta nel cuore: ma siccome certi paladini del medioevo si favoleggiò che persistessero a combattere tre giorni dopo morti, così quella si reggea per la propria mole, e pagana nelle midolle anche dopo fatta cristiana nell'esteriore, prolungò una vita affatto artifiziale; posto il dogma della Trinità e della Redenzione in fronte alle leggi, pure l'impero progrediva in un ordine diverso, se non anche opposto al Vangelo. Nè il cristianesimo proponevasi d'abbatterlo, suo scopo essendo il migliorare gli uomini acciocchè s'immegliasse la società, non già il correggere quelli per mezzo di questa, come fin allora avevano i savj praticato. Non fa dunque cessar di colpo le intime ostilità, la schiavitù, la passiva obbedienza; con quali forze l'avrebbe potuto? non determina le relazioni di coscienza fra re e popoli, perchè nazioni cristiane non v'aveva ancora, ma soltanto individui; al governo siedono imperatori, che sono capi degli eserciti e dello Stato, pontefici e Dei, con un senato disposto a tutto confermare, un esercito a tutto eseguire: ma la Chiesa intuona che gl'imperatori dipendono anch'essi da un Dio, il quale a suo grado li solleva ed abbatte; che la rigidezza parziale ed esclusiva della legge romana deve piegarsi alla comprensibilità cristiana, cioè alla moralità e alla giustizia, uniformi per tutti; i cesari non sono sbalzati dal trono, ma dall'altare e dalla sedia pontifizia; e accanto alla società peritura ne viene alzata per modello una nuova, diversa all'intutto, fondata sull'eguaglianza degli uomini, con una gerarchia elettiva, dove non nobiltà, non privilegi ereditarj, dove gli onori, la considerazione, il potere si piantano sull'unica base legittima, il merito.

Frattanto i ministri della parola consigliavano a garantirsi dalla corruzione col ridursi nella solitudine, nella preghiera, nel celibato: del che i Pagani li rimproverano, quasi tendessero a rompere ogni legame, fin quelli della famiglia, e il cristianesimo fosse incompatibile con qualunque civile assestamento. Sant'Agostino, che vedeva qual partito potrebbero i nemici della religione trarre da principj, dei quali soltanto l'esagerazione era pericolosa, assumeva a dimostrare che il Vangelo non proibisce nè di portar le armi, nè di sostenere le cariche pubbliche, ma aspira a formare magistrati integri e soldati docili alla disciplina; e — Quelli che pretendono la dottrina di Cristo contraria alla repubblica, ci diano un esercito composto di soldati quali essa dottrina li vuole; ci diano magistrati provinciali, mariti, spose, genitori, figli, padroni, schiavi, re, giudici, debitori, esattori, quali la legge di Cristo comanda che sieno; e allora vedremo chi oserà dire che essa è nemica della repubblica; nè si esiterà a riconoscere quanto la salvezza dello Stato sarebbe meglio assicurata qualora si ascoltasse alle nostre esortazioni».

Tal era il vero spirito del cristianesimo; ma non tutti i dottori cristiani lo comprendevano sì chiaro come Agostino, e la divergenza d'opinioni dava appiglio ai rimbrotti dei Pagani. Ad ogni modo, società cristiana non poteva dirsi fintanto che i depositarj della nuova dottrina non fossero riusciti ad impadronirsi dell'uomo dalle fasce, eliminare le idee dell'ordine antico, divenute seconda natura, ed istillar quelle del nuovo, insieme coi precetti ricevuti sulle ginocchia della madre.

Benchè dunque sembrassero riconciliate la società civile e la religiosa, sussisteva la contraddizione d'origine e d'essenza, e comprendeasi che non bastava mutare le costituzioni romane, ma bisognava per tutt'altra via dirigere il Governo, se si volesse lo scampo non dell'Impero ma della società. La nuova fede non era discesa dal cielo pel Romano soltanto, come il Palladio e gli Ancili; ma nella giustizia e carità sua abbracciando il genere umano, sostituiva l'amore universale all'angusto patriotismo antico: d'altra parte, non vedeansi già i Barbari combattere nelle file di Roma, e governare, e talora anche sedere sul trono? Lontani adunque dal compiangere la rovina d'una società esclusiva, l'invasione dei Goti consideravano come un estendersi dei diritti umani, un necessario risanguamento[301]; e le macerazioni di Roma come un giusto giudizio delle sanguinose sue iniquità.

Pertanto non rinvigorirono il patriotico egoismo e l'odio contro tutte le nazioni: parevano fino esultare ai disastri della città terrena, i quali tornavano a glorificazione della città celeste. Di ciò movevano loro acerba accusa i Gentili, e ne restavano più sempre lentati i vincoli sociali, e indotto quello spirito di diffidenza e persecuzione, che è effetto e diviene causa della sconnessione sociale. Qualora poi il pericolo stringesse, ambe le parti esagerando, gli uni ponevano ogni fiducia ne' martiri e nei miracoli, gli altri nelle viete osservanze; invece di cercar le cause presenti dei mali ed i rimedj, i Gentili ripeteano, — Ecco come si vendicano quei numi abbandonati, sotto i quali era giganteggiata la romana fortuna»; di rimpatto i Cristiani sulla nuova Babele intonavano le minaccie de' profeti contro l'antica, e ne' disastri scorgevano l'avviso o la punizione di Dio, il trionfo della verità, la legge della Provvidenza. Nel più sublime de' loro carmi essi leggevano le maledizioni contro di Roma: «Uno dei sette angeli venne, e disse al veggente di Patmo: — Ti mostrerò la condanna della gran meretrice, che siede sopra le grandi acque. E lo trasportò nel deserto, e vide una donna seduta sopra una bestia color porpora, piena di nomi di bestemmia, con sette teste e dieci corna; ed era vestita di porpora e di grana, fregiata d'oro, di gemme e di perle, e teneva in mano un vaso d'oro, e sulla fronte portava scritto Mistero. E l'angelo gli disse: — Perchè stupisci? io ti dirò il mistero della donna e della bestia che la porta, e che ha sette teste e dieci corna. Le sette teste sono i sette colli sopra cui ella è posta: le acque che tu vedi, sono i popoli, le genti, le favelle: la donna è la gran città, che regna sopra i re della terra. Tutte le nazioni furono sedotte da' suoi prestigi; i mercadanti della terra si arricchirono degli eccessi del suo lusso; essa si elevò nell'orgoglio suo e tuffossi nelle delizie, dicendo in suo cuore, io son regina, e mai non cadrò in lutto; e divenne una Babilonia madre delle fornicazioni e d'ogni abominio, e inebbriò i re della terra col vino della sua prostituzione, e nella stessa coppa fece bevere tutti i popoli del mondo. Dai quali comperò preziosità, ed essi esclamarono: Qual città fu mai pari a questa? Ma guaj a lei, che s'ubriacò del sangue de' santi, del sangue dei martiri di Gesù. I mercadanti della terra gemeranno e piangeranno sopra di essa, perchè non fia più chi compri le loro merci, le merci d'argento e d'oro, di pietre, di perle, di bisso, di porpora, di seta, di grana, d'ogni sorta legni odorosi, e mobili d'avorio, e gemme preziose, e rame e ferro e marmo, e cinnamomo ed incenso, vino, olio, fior di farina, biada, bestie da carico, agnelli, cavalli, carri, schiavi ed anime d'uomini. In un giorno le verrà lutto e morte, fame e incendio, perchè forte è il Signore che la giudicherà»[302].

Che vediamo dunque a Roma negli ultimi suoi tempi? sul trono un fasto imbelle e snervante; usurpatori che si disputano le provincie senza saperle difendere; confische e procedure moltiplicate dai sospetti; le pubbliche cose in mano di schiavi, di stranieri, d'eunuchi; cortigiani che rinterzano intrighi; vescovi in lite e scisma tra sè; provincie quali perdute, quali in tentenno; gli eserciti composti di barbari soldati, comandati da barbari generali; decurioni per forza; magistrati che procurano, come nei naufragi, raccogliere qualche brano di potere e di ricchezza; molti ribellatisi alle leggi, che fanno guerra alle vie e ai campi; una plebe ignorante, scostumata, inerme, che, oppressa da sciagure, pretende dall'avvenire ciò che questo non le potrebbe dare, e con odio sovente ingiusto trabalza quelli che con inconsiderato entusiasmo elevò; finchè, caduta nella prostrazione d'animo che consegue alla servitù ed alla diuturnità dei mali, guarda impassibile lo sfasciarsi d'un ordine di cose che nè teme nè ama, e, per sottrarsi ai mali incalzanti, desidera fin i disastri gravi ma passeggeri della guerra. Pertanto l'impronta degli ultimi anni dell'Impero è la vigliaccheria; è una personalità inerte, a cui le irruenti sventure non istrappano che querele, e del passato non ritiene se non un residuo di idee pagane, che rende necessaria la distruzione di quel cadavere, la cui putrefazione avrebbe appestato la terra.

A distruggerlo ecco i Barbari. La Germania era divisa fra cento popolazioni, da nessun legame od interesse congiunte nell'impresa; e non appena le aquile latine aveano fitto in una l'artiglio, una nuova sottentrava con integre forze e diverso metodo di guerra; sicchè per quattro secoli, da Basilea sino alle foci del Reno e del Danubio, durarono aperte ostilità o pace armata, nè le guerre profittavano ad altro che a respingere l'assalto. Ma ormai che valeano le barriere poste dalla natura e dall'uomo, quando d'ogni dove i nemici irrompevano, o per naturale desiderio d'avventure e pericoli, o per avidità di preda, o per vendetta, o per impulso d'altri Barbari, o per sollecitazione d'alcun ambizioso?

Que' Germani venivano tutt'animo e spiriti guerreschi, colle virtù domestiche, e coi vizj della forza. Capi, eletti per merito e nel fiore dell'età, servivano di raffaccio agli accidianti augusti; le assemblee generali sotto cielo aperto, agl'intrighi de' gabinetti romani; gli eserciti ignudi e baldanzosi, alle truppe comprate e insofferenti della disciplina; i Germani robustamente sistemati nelle loro tribù, ai Romani svigoriti dallo spegnersi del patriotismo; il governo semplice e spicciativo di quelli, ad uno di fiscali e legulej, al quale, come al vampiro, non rimaneva fiato se non per suggere il sangue. La brutalità barbarica era meno obbrobriosa che non l'affinata dissolutezza de' Romani che aveano abusato di tutte le dottrine, di tutti i godimenti: que' caratteri vigorosi sapeano obbedire, sapeano sacrificarsi, possedevano istintivamente quel sentimento d'onore che l'antichità classica non conobbe, e di cui il cristianesimo dovea poi valersi per formare la coscienza pubblica, e costituire l'obbedienza ragionevole. I Germani agognavano acquistare una patria: i Romani non curavano difendere la propria. Fra i primi le donne stimolavano al valore ed alle imprese: le nostre svogliavano dalle pubbliche cure, talvolta ancora tradivano, come dicesi che la moglie di Stilicone invitasse Alarico, Onoria conducesse Attila, Genserico Eudossia. Quelli erano animati da religione sanguinaria, che assegnava il paradiso in premio delle stragi: questi divisi tra una voluttuosa che sfasciavasi, e una nuova che, avendo il suo regno in altro mondo che questo, insegnava ad offrire la guancia sinistra a chi la destra avea percosso.

Il popolo di Marte come poteva ritardar la sua caduta altrimenti, che col rinfrescare l'elemento suo primo, la forza? Tanto si vide allorchè sedette a capo dell'Impero una serie di prodi, cresciuti fra l'armi e sollevati dal valore: ma i più, giunti alla porpora, deponevano l'usbergo, o ignari d'ogni altro studio fuor della guerra, mandavano a precipizio l'amministrazione. Nell'esercito, cernito per forza, la disciplina, nerbo di Roma, pervertivasi; si voleva ragionare l'obbedienza: era bisogno di trasportare le legioni su remoto confine? ricusavano, pronte a salutare augusto il primo che promettesse riposo e donativi; lagnavansi del peso delle armadure, e prima la corazza, poi il caschetto vollero deporre; preferivano il comodo dei cavalli alla fermezza della fanteria; cessarono di fortificare ogni volta gli accampamenti, sicchè, esposti senza difesa, più non poterono confidare che ne' turpi passi della fuga.

Che se ancora il desiderio di passare dalla classe degli oppressi in quella degli oppressori faceva ad alcuni desiderare la condizione di soldato, in cui potessero saccomannare le provincie, esigere lauti donativi dagli imperatori, deporli e crearli a talento, cambiossi il caso dopo Diocleziano e Costantino, quando una regolata gerarchia ridusse l'esercito alla vera sua natura di macchina. Allora il fasto della Corte attribuiva i titoli della milizia a chi avesse, non meritato in opera d'arme, ma prestato servigi al principe; sicchè trovossi più comodo intrigare in palazzo che combattere sul campo: ogni gloria era riservata all'imperatore; dall'arbitrio di questo gli onori e le dignità. Nulla dunque allettava alla pericolosa e non necessaria carriera dell'armi; e tanto meno dacchè, forse per impedire le frequenti sedizioni, Gallieno escluse i senatori dal capitanare eserciti. Allora i patrizj infingardirono, e fuggendo dall'Italia, s'andavano a rimpiattare nella Macedonia, nella Dalmazia, nella Tracia, per sottrarsi alle dignità e alla milizia che recava gravissimo peso e scarsi onori. Il popolo minuto rifuggiva dal servizio a segno, che per sottrarsene molti si amputavano il pollice[303].