Quando Italia fu invasa, non si trovò chi ostasse: Stilicone offrì due monete d'oro a qualunque schiavo si arrolasse, mentre un tempo costoro venivano accettati appena in pericoli stringentissimi: città folte di popolo e munite resistettero solo qualche istante a bande di scorridori, ignari dell'arte degli assedj, e incapaci di perseverare ad un'impresa. Inetti a resistere coll'armi, i figli di quel Camillo che volea la patria salvata col ferro non coll'oro, chetano i nemici a denaro, prima palliato col nome di soldo, poi preteso apertamente siccome tributo. L'Impero ne resta smunto, e costretto a gravare più sempre i sudditi, mentre i nemici se ne rifacevano, per tornare più vigorosi a nuove pretensioni, perduto il rispetto che ispira una nazione domabile sol dopo lunga resistenza. Che se quel soldo fosse tardato o disdetto, i Barbari venivano a ripeterlo colle armi, più baldanzosi quanto più i provinciali divezzavansi da queste.
Fu dunque forza rimettersi affatto a braccia straniere: riempiute le schiere di così fatti, anche il comando se ne affidò a Barbari, che per tal via ascesero alle supreme magistrature. Grandi capitani ne trasse Roma, non mossi però da carità di patria, o da quel sentimento che è padre del vero coraggio, bensì da cupidigia di tesori e di gradi, o da ambiziose gelosie: Rufino sommoveva i Vandali e i Goti per contrariare Stilicone; questo lasciavasi fuggir di mano i Goti perchè non si cessasse d'aver bisogno di lui; Ezio non esterminava Attila per impedire gl'incrementi di Torrismondo. Gli imperatori non poteano riporre piena fiducia in eroi prezzolati: i cortigiani invidiavano ed aborrivano cotesta genìa, potente solo per le spade: la vanità latina si teneva oltraggiata dalla superiorità di quelli che continuava a chiamar barbari: e Stilicone, Ezio, Romano, Nigidio cadevano sotto al pugnale di maligni eunuchi o d'emuli imbelli.
Eppure a svecchiare l'Impero, o almeno a difenderlo da nuove invasioni, unico partito sarebbe stato il fondere i Romani coi Goti, gente da gran pezzo abituata agli ordini de' Romani, tra cui o presso cui viveva, non isnervata dai vizj della civiltà, e capace di riceverne i vantaggi, come ne fanno prova i regni dove si piantò. Ma da una parte vi si oppose l'antipatia nazionale, inasprita dai disaccordi religiosi; dall'altra la sleale politica credeva sottigliezza d'accorgimento il seminare zizzania fra i popoli assalitori; e col violare i patti e con turpi tradimenti gl'irritava, e toglieva la possibilità d'onorevoli accordi.
Disgustati, essi rivoltavansi contro quelli che dianzi aveano difesi; tornando d'aver servito nelle legioni, rivelavano le ricchezze e le delizie de' paesi romani, e la facilità di conquistarli; e ricomparivano più baldanzosi e più forti. Al crescere del pericolo scemavano i mezzi di ripararvi; ogni provincia che i Barbari invadono, cessano le contribuzioni di generi e d'uomini all'Impero; si ritirano dalle frontiere le guarnigioni e i magistrati, abbandonando le antiche conquiste agli assalitori ed a se stesse. Allora si scioglie il solo legame che unisce a Roma i varj municipj; e tutti si smembrano senza un pensiero al bene del corpo, al quale erano appiccicati, non congiunti. Solo in governi federativi, o dove le libertà provinciali sono profondamente radicate ne' costumi, le nazioni possono sussistere anche con un governo debole, e fin senza governo: qui invece erasi voluto ridurre ogni cosa al centro, e sfasciavasi l'intero corpo quand'era minacciato il capo.
Qualche imperatore s'avvisò di riscuotere il patriotismo coll'avventurare, fra quello scompiglio, alcun elemento di libertà; il diritto di tener armi, levato dall'ombroso Augusto, fu restituito ai sudditi[304]; Graziano esortò le provincie a formare assemblee, ove discutere sopra oggetti di pubblico interesse, non impedite o ritardate da verun magistrato[305]; Onorio suggerì perfino una specie di governo federativo che raccogliesse quei divisi, ma niuna provincia o città ne approfittò[306]: tanto al sentimento affatto locale di quelle società riusciva incomprensibile e repugnante il sentimento dell'unione. Pertanto ciascuno, uomini e corpi, restringendosi in se stessi, non rimase chi difendesse l'Impero: i Barbari lo sovvertirono a loro voglia, finchè risolsero d'abolirlo.
CAPITOLO LVII. Ultimi imperatori.
Gl'imperatori stessi, inetti a sostenerlo, davano il crollo all'Impero. Valentiniano III, trionfante senz'aver combattuto (450), si scapestrò dopo la morte di Placidia; e preso in odio e in sospetto Ezio, salvatore dell'Impero, ad istigazione de' suoi eunuchi gl'immerse in cuore quella spada che mai non avea saputa impugnare contro de' Barbari. Con pari viltà furono assassinati gli amici del patrizio: al quale, come all'uomo che soccombe, furono attribuiti ambiziosi disegni, accordi coi nemici, macchinate rivolte. Vili che applaudissero all'imperiale assassino non mancarono; ma un Romano osò dirgli: — Tu facesti come chi colla sinistra si amputasse la destra».
A scorno della virtuosa moglie Eudossia, Valentiniano lasciviva fin sopra le dame principali. La moglie di Petronio Massimo, ricco senatore di casa Anicia, gli resistette; ma un giorno al giuoco l'imperatore vinse a costui l'anello, e di questo si valse per mandar a chiamare la casta donna in nome del marito e se ne sbramò. Massimo propose tergere l'oltraggio nel sangue, e due fedeli di Ezio, improvvidamente accolti fra le guardie imperiali, gli prestarono il braccio per scannare Valentiniano (455 — 16 marzo). Massimo non durò fatica a erigersi imperatore; ma quest'atto fu il termine delle prosperità e delle virtù, di cui egli era stato fin allora un modello (455). Quanto non dovette egli sospirare la privata onorevole tranquillità allorchè si trovò a capo d'un Impero che uom del mondo più non era capace di rinfiorire! Coll'amico Fulgenzio, al cadere di giornate tempestose e di notti insonni, esclamava: — Fortunato Damocle, il cui regno cominciò e finì nel pranzo istesso!»
Volle puntellarsi sul trono coll'impalmare a suo figlio Palladia, primogenita dell'ucciso imperatore; ed egli stesso, mortagli la virtuosa donna, menò a forza la vedova di Valentiniano. Costei, per vendicar sè ed il marito, si dirizzò al terribile Genserico, che con robusto armamento di Vandali e Alani dall'Africa sbarcò alla foce del Tevere. Massimo rimase ad aspettarlo con una freddezza che non era coraggio; ma dal popolo fu tolto a sassi, e gettato nel Tevere (12 giugno).
Tre giorni dopo, Genserico era alle porte di Roma, la quale, sapendo assassinare, non difendersi, limitavasi a piangere ed orare. La religione di nuovo la coprì col suo manto; e Leone papa, che l'avea schermita da Attila, uscì col clero in processione, e coll'autorità d'uomo venerato e colla santità del ministero indusse Genserico a risparmiare le stragi e il fuoco; del resto tutto fu abbandonato ad un saccheggio di quattordici giorni. Al tempio di Giove in Campidoglio fu tolto fin il tetto di bronzo dorato, salvandone però le statue dei numi e degli eroi. In quello della Pace aveva Tito deposti gli arredi del culto giudaico, la tavola e il settemplice candelabro d'oro; e questi pure furono rapiti. Nè le chiese cristiane restarono immuni; e le ricchezze sfuggite ad Alarico vennero accumulate sulle navi africane, che parevano vendicare Cartagine. Eudossia medesima, avanzatasi incontro all'invocato liberatore, si vide strappar di dosso le gioje, e con due figliuole fu imbarcata fra migliaja di schiavi, scelti per bellezza o vigorìa. Prospero vento portò a Cartagine le prede e le persone, alle quali alcun ristoro diede il vescovo Deograzia, ricoverandole nelle chiese, soccorrendole cogli ori di queste, e coi conforti che la carità sola conosce. Il poeta Paolino, allora vescovo di Nola, convertì in questo pio uso tutte le ricchezze ecclesiastiche; e nulla più restandogli, per riscattare il figliuolo d'una vedova, diede schiavo se stesso[307].