Anche da altre parti i Barbari irrompevano, e le provincie scotevano il giogo di Roma. Franchi ed Alemanni procedettero fino alla Senna; alle coste portavano assalto i Sassoni; i Goti aspiravano a durevoli conquiste. A frenare costoro, Massimo aveva destinato Flavio Avito, nobile d'Alvergna, che in sua giovinezza attese alle lettere e al diritto, combattè a fianco di Ezio, meritò d'essere prefetto al pretorio della Gallia; poi dal ritiro villereccio presso Clermont chiamato generale della fanteria e cavalleria, non si ricusò al bisogno della patria, tenne in rispetto i Barbari, ed egli medesimo andò a trattare con Teodorico II re dei Visigoti. Costui, udita la morte di Massimo, esibì assistere Avito per succedergli (10 luglio); e Roma e l'Italia nol poterono ricusare, solo pregandolo a por sua sede nell'antica capitale del mondo.

La virtù di Avito non resistette alle blandizie d'un grado, cui, perduta la potenza, restavano le seducenti vanità; e molti mariti inimicò. Lo scontento non tardò a prorompere; e il senato, che nella debolezza degli augusti aveva ricuperato alcuna autorità, pose in campo il suo diritto d'eleggere l'imperatore. A nulla però sarebbe riuscito se non v'avesse dato appoggio il conte Ricimero, uno de' principali comandanti dei Barbari ausiliarj in Italia. Distrutte sessanta galee vandale nelle acque della Corsica, era costui stato salutato liberatore d'Italia: del quale trionfo imbaldanzito, intimò ad Avito di deporre la porpora (456 — 16 8bre). Questo cercò sicurezza col farsi ungere vescovo di Piacenza; ma quivi pure perseguito dalla vendetta del senato, mentre fuggiva verso la natale Alvergna, morì o fu ucciso.

Vacato alquanto l'Impero, fu conferito a Giulio Valerio Magioriano (457 — 1 agosto), degno di migliori tempi. In voce di coraggioso, liberale e accorto, sotto Ezio militò con tanta gloria, da eccitarne la gelosia; degradato per ciò, fu riassunto alla morte di quello, e Ricimero, divenuto patrizio d'Italia, lo costituì generale della cavalleria e della fanteria; e poi ch'ebbe in quel grado respinto gli Alemanni che erano proceduti fino a Bellinzona di qua dall'alpi Lepontine, lo collocò sopra un trono, di cui disponeva a suo talento. Dell'elezione Magioriano fece saputo il senato e l'esercito[308]: — A sostenere il colmo del principato, non per volontà mia m'accostai, ma per ossequio della pubblica devozione, onde non vivere a me solo, o ricusando non parere ingrato alla repubblica per cui nacqui. Or favorite al principe da voi creato, e partecipate con noi alla cura degli affari, acciocchè l'impero, datomi per vostra istanza, cresca per le concordi attenzioni. La giustizia varrà al tempo nostro, e la virtù potrà prosperare sotto la tutela dell'innocenza. Nessuno temerà gli spionaggi, che già da privati noi detestammo, e che ora specialmente condanniamo: delle calunnie abbia paura soltanto chi le porti. Col padre e patrizio nostro Ricimero, vigilantissimo delle cose militari, avremo cura di serbare il mondo romano, che in comune assicurammo da esterni nemici e da domestica discordia. Spero che della elezione nostra voi serberete tal memoria, quale io, consorte una volta dei vostri pericoli, mi riprometto senza manco dall'amor vostro; e se il Cielo m'assista, mi sforzerò, con autorità di principe e riverenza di collega, che non abbia a spiacervi il giudizio che di me recaste».

Il linguaggio costituzionale de' primi anni dell'Impero, disusato da tanto tempo, suona ancora in questo editto, e per l'ultima volta.

Nelle poche sue leggi Magioriano mostrava i sentimenti generosi e generosamente espressi d'un padre di popolo infelice, che ai mali di questo soccorre ove può, se non altro li compatisce. Le fortune dei provinciali, «attrite dalla varia e molteplice esazione di tributi, e dagli straordinarj pesi fiscali», sollevò alquanto depennando i vecchi crediti del fisco; e toltala alle commissioni straordinarie[309], tornò ai provinciali la giurisdizione sulle tasse. I senati minori, cioè i corpi municipali, «viscere delle città e nervi delle repubbliche», erano tanto sviliti dall'ingiustizia de' magistrati e dalla insaziabilità degli esattori[310], che i cittadini se ne sottraevano coll'esigliarsi lontano od ascondersi. Magioriano gli esorta a tornare, alleviandone i pesi; e scioltili dall'esser garanti del tributo nel loro distretto, esige da essi soltanto un esatto conto del ricevuto e dei debitori morosi. Ai difensori della città restituisce la tutelare potenza, confortando ad eleggere a quel grado persone incorrotte, capaci e coraggiose di sostenere il povero e combattere il prepotente, ed informare l'imperatore de' soprusi, col suo nome ammantati. Provvide anche agli antichi edifizj, o per negligenza crollanti, o che abbatteansi onde avere materiali a nuove fabbriche. All'adultero, confisca de' beni ed esiglio; se tornasse in Italia, poteva essere ucciso impunemente. Nessuna si consacrasse a Dio prima dei quarant'anni: le vedove minori di quest'età si rimaritassero, o perdessero metà dei beni. Annullati i matrimonj disuguali. Di quel che vi si scorge d'eccessiva minutezza, di sproporzionato rigore e di rimembranze pagane, lo scusi la buona intenzione.

Sconfitto Genserico che era sbarcato in Italia, Magioriano meditava ricuperare l'Africa; ma non potendo restituire il coraggio e la disciplina nelle legioni, assoldò Barbari, e a capo loro (458) passate le Alpi di fitto inverno, vinse Teodorico II visigoto, e lo accettò in alleanza; intanto che negli arsenali di Miseno e di Ravenna faceva allestire navigli, sicchè prontamente ebbe raccolte a Cartagena trecento grosse galee e adeguato numero di sottili. Ma Genserico ridusse a deserto la Mauritania, e sorpresa la flotta mal guardata nel porto, vi fisse il fuoco. Magioriano si trovò allora ridotto ad accettare una tregua, durante la quale accelerò nuovi preparativi: ma gli scontenti prodotti dalle sue riforme toccarono il colmo per la presente disgrazia, e il sollevato campo l'uccise a Voghera (461 — 2 agosto).

Ricimero allora ingiunse al senato d'eleggere Vibio o Libio Severo, oscuro lucano: poi, appena gli riuscì incomodo, il tolse di mezzo (465 — 15 agosto), e per venti mesi governò, non assumendo verun titolo, ma facendo tesoro, armi, alleanze in proprio nome. Protestavano contro la sua dittatura Marcellino ed Egidio. Il primo, letterato e fedele all'antica religione, era stato caro ad Ezio, perseguito da Valentiniano, da Magioriano messo a governare la Sicilia e l'esercito ivi disposto contro i Vandali; dappoi, occupata la provincia della Dalmazia, si intitolò patrizio dell'Occidente, e andando in corso per l'Adriatico, infestava le coste d'Italia e d'Africa. Egidio, maestro della milizia nella Gallia, si chiarì nemico agli uccisori di Magioriano, e con forte esercito si rese formidabile: presso Orleans sconfisse gl'imperiali e minacciò l'Italia: nè forse Ricimero seppe disfarsene altrimenti che col veleno.

Anche Beorgor re degli Alani era sceso in Italia (464), ma sotto Bergamo toccò una sconfitta sì piena, che dopo d'allora più non trovasi mentovata quella gente. Genserico, non fiaccato dalla grave età, usciva ogni primavera con grossa flotta dal porto di Cartagine, e se il piloto gli chiedesse ove drizzar la prora, rispondeva: — Ove soffiano i venti, che ci porteranno al lido cui la divina giustizia voglia punire». Quanto bagna il Mediterraneo fu infestato da' costui ladroni, i quali, non avidi di gloria ma di bottino, sfuggivano d'affrontare eserciti in campagna, o assaltar fortezze; e sui loro cavalli battuto il litorale e rapitone il bello e il buono, si rimbarcavano. Ricimero, sprovveduto di forze navali, dovette lasciare che gl'italiani ricorressero alla mediazione dell'imperatore di Costantinopoli.

Questi spedì ambasciatori a Marcellino, che, pago di vedersi con tal atto riconosciuto sovrano della Dalmazia, promise restar quieto. Genserico, al contrario, alzava le pretensioni, e pretendeva che suo cognato Olibrio fosse elevato augusto; ma in vece sua, dopo diuturna vacanza, fu gridato Procopio Antemio (467 — 12 aprile), galata di nazione, uno de' più illustri privati dell'impero Orientale, e genero dell'imperatore Marciano. Mosso da Costantinopoli con molti conti e con piccolo esercito, entrò in Roma trionfalmente, e senato, popolo, federati approvarono la scelta. Ricimero, che nella vacanza avea continuato da padrone, volle gli sposasse una sua figlia, e splendidissime celebraronsi le nozze. Antemio, lasciando Costantinopoli, avea ceduto la sua casa per farne un bagno pubblico, una chiesa, un ospizio pei vecchi: pure in Roma tollerò sì gli avanzi del paganesimo, sì gli eretici, e nel fôro Trajano rinnovò l'antica cerimonia del manomettere i servi colla guanciata, «pronto (diceva il suo panegirista) a sciogliere gli antichi schiavi e farne di nuovi»[311].

Leone imperatore d'Oriente adoprò allora le sue forze e centrentamila libbre d'oro per isbrattare dai Vandali il Mediterraneo; il patrizio Marcellino, colle sue navi avvezze a corseggiare, li snidò di Sardegna; Basilisco, fratello dell'imperatrice d'Oriente, comandava la flotta di mille centredici navi, e più di centomila fra soldati e ciurma: ma Genserico trovò ancor modo di gettar le fiamme nella flotta, sicchè i due Imperj videro andar col fumo un armamento che gli avea spossati. Basilisco, con appena mezze le navi, fuggì a Costantinopoli; Marcellino si ritrasse in Sicilia, dove cadde assassinato; e Genserico tornò despoto del mare, aggiunta anche la Sicilia al suo dominio, mentre l'Impero perdeva tutte le provincie d'oltr'Alpe.