Ricimero, non trovando Antemio abbastanza ligio, si ritirò da Roma a Milano, e intendendosela coi Barbari, minacciava guerra civile, se Epifanio vescovo di Pavia non fosse riuscito a conciliare l'imperatore di nome con quello di fatto. Ma il barbaro patrizio covava l'astio; e raccolto un grosso di Borgognoni e di Svevi, negò di più obbedire all'impero greco e all'eletto di quello, e proclamò Anicio Olibrio. Questo senatore, della più illustre famiglia romana, avendo sposata Placidia, ultima figlia di Valentiniano III, vantava ragioni al trono; e come cognato di Genserico, aveva l'appoggio di questo: lasciati gli ozj di Costantinopoli, dove era fuggito da Roma dopo il saccheggio di Genserico, sbarcò in Italia, e fu portato da Ricimero verso l'antica metropoli. Il senato e parte del popolo stavano per Antemio, e sostenuti da un esercito goto o gallo, tre mesi resistettero; ma una forte fazione repugnava a quell'imperatore, greco d'origine e poco zelante della fede; talchè Ricimero prevalse (472 — 11 luglio), fece trucidar l'imperatore suo suocero, e col saccheggio satollò le milizie.
Dopo poche settimane Ricimero stesso moriva, cessando di sovvertire l'Impero, e lasciando l'esercito al nipote Gundibaldo principe de' Borgognoni. Olibrio anch'esso non sopravisse che sette mesi; e l'imperiale corona fu usurpata da un Flavio Glicerio (473), non sappiamo quale; poi da Leone imperatore di Costantinopoli data a Giulio Nepote, successo allo zio Marcellino nella sovranità della Dalmazia (474). Condottosi in Italia, e quivi agevolmente mutato in vescovo il competitore Glicerio, riconfortò di qualche speranza l'Impero cadente. Ma da lontano Eurico re dei Visigoti lo costrinse a cedergli l'Alvergna; da vicino i Barbari federati, insorti sotto Oreste, marciarono da Roma a Ravenna (475 — 28 agosto). Fuggì al loro avvicinarsi Giulio, e abdicandosi d'un trono che fa meraviglia come ancora trovasse aspiranti, visse nel suo principato della Dalmazia, ove quattro anni appresso fu assassinato da due cortigiani di Glicerio.
Oreste, figlio di Tatullo, avea servito da segretario ad Attila e da suo ambasciadore a Costantinopoli. Morto il terribile padrone, ricusò obbedire ai figli di esso nè ai Visigoti; e raccozzato uno sciame dei Barbari che seguivano il Flagello di Dio, massime Eruli, Scirri, Alani, Turcilingi e Rugi, li menò al soldo di Roma col nome consueto di federati. Gl'imperatori per paura e necessità lo contentarono di regali e di gradi, fin a intitolarlo patrizio e generale. Infido ajuto, poichè, acquistata autorità su quella sua banda, come uomo sicuro ch'egli era e loro compatrioto e vivente al modo stesso, gl'indusse a scuotere l'obbedienza, e gridar imperatore suo figlio Romolo Augusto (476 — 28 8bre), vezzeggiato in Momillo Augustolo.
Quelle ciurme raccogliticcie, recandosi a vile un imperatore ch'era loro creato, pretendevano facesse ogni loro talento, aumentasse paghe e doni; anzi, invidiando i Barbari che aveano già acquistato ferme stanze nella Gallia, nella Spagna, in Africa, domandarono anch'essi un terzo delle terre italiane. Oreste negò contentarli della domanda; ma essi trovarono chi gliela esaudì.
Collega di Oreste nell'ambasceria d'Attila a Costantinopoli era stato un Edecone, il cui figlio Odoacre, senz'altro retaggio che il proprio valore, l'adoprò alla rapina e a servire chi lo pagasse, pensando farsi buona parte fra le tempeste d'allora. Errò qualche tempo nel Norico; poi calato nel bel paese, e udito i federati mormorare pel rifiuto d'Oreste, — Io v'accorderò quanto bramate, purchè a me vogliate sottomettervi». Accorsero a gara sotto le bandiere di esso (476), che senza contrasto giunse fino all'Adda; preso Oreste in Pavia, lo mandò a morte; avuta compassione o disprezzo dell'imbelle Augustolo, sol notevole per giovanile bellezza, gli assegnò seimila monete d'oro l'anno; e Luculliano, villa sul delizioso promontorio di Miseno, fabbricata da Mario, abbellita da Lucullo con tutte le arti di Grecia, poi gradita campagna degl'imperatori, indi nelle invasioni mutata in fortezza, diveniva asilo dell'ultimo successore d'Ottaviano.
A che serviva omai questa dispendiosa dignità d'imperatore? Adunque, sotto dettatura del Barbaro, il senato scrisse all'imperatore Zenone a Costantinopoli: — Non intendiamo continuare più oltre la successione imperiale in Italia; basta la maestà d'un solo monarca a difendere l'Oriente e l'Occidente; sia dunque Costantinopoli sede dell'impero universale; a tutelare la repubblica romana rimarrà Odoacre, cui ti preghiamo concedere il titolo di patrizio e l'amministrazione della diocesi italica». Zenone esitò; e nel giovane figlio di Oreste, in cui per bizzarro caso si univano i nomi del primo re e del primo imperatore romano, terminò l'impero d'Occidente, 476 anni dopo Cristo, 1229 dopo la fondazione della città, 507 dopo che la battaglia d'Azio vi stabilì il dominio d'un solo. Roma aveano governata in prima sette re, poi quattrocentottantatre coppie di consoli, infine settantatre imperatori.
E qui si chiude la storia di Roma: storia la più importante del mondo, non solo per noi, che viviamo sul suolo stesso, e che possiamo ed affacciarla a chi ci chiama nazione molle, e tenercene obbligati ad essere grandi noi pure, sebbene in modo diverso; ma anche per le lezioni, di cui l'incremento, la grandezza, il dechino di essa sono fecondi a chi guarda l'uomo, e la potenza di lui ammira meno nelle violenze della forza, che nelle lente conquiste del diritto. Poi quella storia si mescola a tutte le posteriori, giacchè gli Stati successivi d'Europa sono romano-germanici, e molti fatti trovano in quella o la spiegazione o l'esempio. E noi, credenti e speranti che l'uman genere progredisca imparando e migliorando, noi severi scrutatori delle virtù romane, noi proclameremo come una delle più belle glorie italiane l'immensa efficacia che Roma esercitò agli avanzamenti di quello.
Dalla rupe Tarpea i Romani guardavansi come una gente privilegiata che non si conosce alcun obbligo morale colle altre, tutte barbare, predestinate al ferro de' guerrieri e all'ingordigia de' proconsoli, i quali, tra un parco di schiavi, in una miniera di denari qual è il mondo straniero, procedono come il dio Marte lor progenitore, intimando — Guai ai vinti». Un popolo che non intendeva la proprietà, non la libertà; che disciplinato soltanto per la guerra anche nella pace, lottava onde ripartirsi la preda; che il patriotismo riponeva non tanto nell'amar la propria, quanto nell'odiare le altre nazioni; che facevasi gloria dello sterminio; che unico mezzo di sussistenza considerava la dilapidazione, la rapina, la schiavitù, parve ad alcuni null'altro che abbominevole, mentre altri ne deducevano falsi concetti di gloria, e il vanto delle guerre ambiziose e dei colpi robusti, e la giustificazione dell'esito.
Ma colla smania o piuttosto la necessità delle conquiste, i Romani arrestavano l'indefinito suddividersi dei popoli, introducevano qualche ordine nel caos delle genti antiche; per modo che quelle che prima non si conoscevano che per cozzarsi e distruggersi, si trovassero strette nell'unità della forza prepotente, poi della legge e dell'amministrazione.
In tutta la società antica non si erano vedute fin allora che comunità di pochi, o accidentale aggregazione di molte comunità, dominate da una sola, e pronte a sconnettersi: Roma sola faticò all'opera eminentemente italiana di unire; ed organizzatrice anche al tempo di sua decadenza, colla spada ravvicina elementi disparati; per conservarli introduce unità di governo, principj di equità, nozioni di diritto; vuole assimilarsi il mondo, impresa mai più tentata, e formare una patria, una città; allo sfrazionamento de' Comuni sostituisce l'idea di nazione; agl'individui surroga un popolo, un popolo re; spezza mille barriere, frapposte alle genti; innesta civiltà dissomigliantissime, sicchè l'una all'altra profitti. In quell'espansione il Britanno del pari e l'Etiope si trovarono concittadini; si estesero la lingua, l'arte, la legislazione romana; anzi ne' paesi sottoposti quasi d'altra civiltà non ci fu tramandata memoria che della romana; e i Balbi di Napoli, i Virj e i Plinj di Como, i Nepoti e i Catulli di Verona, i Severi di Trieste, i Fabj di Brescia, i Sergj di Pola sono romani; come sono inglesi tutti i nomi segnalati nell'Unione americana.