Ma fondere non poteva Roma, essa medesima mancando di quell'unità, superiore alle contingenze umane, nella quale soltanto possono i popoli affratellarsi, e costituire una dinastia di nazione, non più regnante per la forza ma per l'intelligenza. La necessità di questo grande eguagliamento non era predetta dalle Sibille, non l'avvisavano filosofi nè statisti, irritavansi anzi coi Cristiani che la predicavano; sicchè Roma moriva persuasa della propria immortale sovranità; moriva per la forza, essa che di forza era vissuta.

Moriva, ma dopo che, venendo ultima degli antichi popoli, seppe profittare dell'esperienza di tutti, sistemarla col senso legale, sublimarla col cristianesimo; moriva, ma un immenso retaggio lasciando all'avvenire. La sua supremazia assicurò il primato dell'Europa sul resto del mondo, giacchè, in qualunque parte essa arrivò, stabilì città donde s'irradiava l'incivilimento, e che dapprima fissarono al terreno l'onda dei Barbari, più tardi coi vescovi e coi Comuni poterono frangere la tirannide feudale. I reggimenti municipali dall'impero istituiti o regolati, restarono, almeno ne' paesi non occupati dai Longobardi; e sebbene si restringessero a semplice amministrazione, misti ad elementi settentrionali, e vivificati dalle ecclesiastiche immunità produssero i Comuni del medioevo e la più gloriosa età dell'Italia. Già era non solo nata, ma svolta la più parte delle idee destinate a vivere nella società nuova; il primato pontifizio, la solitaria operosità de' monaci, il rinnovamento dell'arte, la lingua vulgare, perfino la scolastica, perfino la filosofia della storia con sant'Agostino. La letteratura latina, per quanto di fioritura breve, più di qualsiasi ebbe durata ed estensione, perocchè si collocò accanto ad ogni altra nazionale, educando i nuovi popoli europei, che tutti ne desunsero qual più qual meno il carattere: l'Omero dei mezzi tempi facevasi guidare da Virgilio traverso al miracoloso viaggio, col quale esordiva al volo delle letterature moderne.

Quell'idioma, universale alla Chiesa universale, depositaria privilegiata della civiltà e del sapere, viepiù veniva opportuno nell'ignoranza, e nelle scarse comunicazioni d'allora; e modificando i prischi dialetti, generò le nuove favelle, che sono un latino corrotto, rigenerato da spirito analitico e flessibile; più logiche se meno maestose, più limpide se meno poetiche.

Le leggi di Roma, perchè dirette al mondo intero, aveano meno dell'arbitrario e del particolare; e in canoni generali dominano i costumi e le credenze tutte; tutti i fatti sociali, tutte le differenze riconducono ad unità di principj. In conseguenza si adattano anche all'avvenire, e mantenute in prima e modificate nella Chiesa, poi introdotte nelle scuole e nella società secolare a dar norma agli atti, alle transazioni, ai contratti, offrirono grandiosi modelli d'ordine e di equità; la legislazione moderna s'affisse al diritto romano come al suo principio, spesso come a suo testo; man mano che si scioglie dai vincoli feudali, la proprietà torna a regolarsi alla romana; il nostro ordinamento amministrativo è istituzione romana acconciata a governi temperati: sebbene sia vero che talvolta quegl'istituti divennero ceppi a coloro che non sanno ammirare senza voler imitare.

Il concetto di un potere centrale, che tutto muova e governi, fu trasmesso da Roma, parte coll'amministrazione sopravissuta, parte nelle ricordanze: i popoli barbari l'ammiravano, pur senza forza o sapienza bastante a raggiungerlo; e di esso fu merito se un impero cristiano rivisse sotto Carlo Magno, se alle sfrantumate giurisdizioni feudali riuscirono legisti popolani ad opporre la liberale perchè tutrice preponderanza d'un'autorità suprema.

Così Roma, perduto lo scettro della forza, afferrerà quello del pensiero; dopochè per cinque secoli fu centro dell'unità materiale e della forza politica, lo diverrà della forza spirituale e dell'unità intelligente; papi e imperatori aspireranno alla primazia per memoria di Roma, mentre il servo invocherà nell'emancipazione d'essere dichiarato cittadino romano; sicchè quella città per nuova via tornerà a mettersi a capo dell'incivilimento, in una grande unificazione, che non abolisca le nazionalità particolari, le provincie, i Comuni, ma dia vita alla nazione cristiana, la quale sarà la più civile; e fondata sul dogma dell'eguaglianza delle anime, cioè sull'unità d'origine, di redenzione, di fine, più non retrocederà, e nella quale la potenza che regola i corpi non potrà nulla sugli spiriti. Stupendi frutti della romana sapienza, dacchè fu fecondata dal cristianesimo, che, cancellando le idee ingiuriose a Dio, cancella pur quelle ingiuriose all'uomo.

FINE DEL TOMO QUARTO E DEL LIBRO QUINTO

AGGIUNTE

Vol. I, p. 169, alla nota 12 aggiungi:

Sul Nexum et la contrainte par corps en droit romain offrì un'importante dissertazione all'Istituto di Francia nel 1874 il sig. S. Vainberg.