[21]. Zosimo, i. 67; Panegyr. veteres, V.
[22]. Romagnosi (Dell'indole e dei fattori dell'incivilimento, part. II. c. 252) accolse l'opinione d'alcuni, che, per avversione a Costantino, presentano quella di Massenzio come un'«opposizione armata in senso nazionale». Io non trovai il minimo appoggio a tale asserzione.
[23]. È bizzarro come la boria municipale sapesse innestare le origini favolose delle città colle sacre. Il Malvezzi cronista bresciano (Rer. It. Script., tom. XIV. 780) racconta che Ercole fondò a Brescia la rocca Cidnea (Brixia Cydneæ supposita speculæ, cantò Catullo); poi la cinsero di torri e di spalti i Tirreni, dai quali in dritta linea derivavano i santi Faustino e Giovita.
Nella cattedrale di Gorizia conservossi il bastone pastorale che Ermagora avrebbe ricevuto da san Pietro; come in San Carpoforo a Como quel che usava san Felice primo vescovo. Più famoso è il codice dei vangeli, che stava nel monastero di San Giovanni del Timavo, distrutto dagli Ungari nel 615, donde passò al monastero Belinese, e di là al capitolo d'Aquileja, sotto il patriarcato dei Torriani, di cui porta lo stemma. Carlo IV nel 1353 passando per Aquileja, ottenne dal patriarca gli ultimi due quaderni di quella reliquia, che comprendono dal versetto 20 del cap. XII sino al fine; e li regalò alla metropolitana di Praga, ordinando di legarli in oro e perle, assegnandovi duemila ducati; e volle che l'arcivescovo e il clero andassero incontro alla reliquia, ed ogni pasqua fosse portata in solenne processione. Gli altri cinque quaderni, rimasti ad Aquileja, furono poi recati a Venezia per ordine del doge Tommaso Mocenigo nel 1420: ma l'umidità danneggiò talmente il manoscritto, che più non è leggibile, e si disputò perfino se fosse latino, e se su papiro o pergamena. I dubbj furono risoluti da Lorenzo della Torre, nel ii vol., pag. 548 e seg. dell'Evangeliarium quadruplex del Bianchini (Roma 1749). Che questo brano appartenesse al manoscritto d'Aquileja raccogliesi anche da ciò, che in esso, dove finisce il vangelo di san Matteo, si legge, Explicit evangelium secundum Matthæum, incipit secundum Marcum; e nulla segue. Nel 1778 Giuseppe Dobrowsky, sotto il titolo di Fragmentum pragense evangelii sancti Marci, vulgo autographi, fece a Praga stampare i sedici fogli donati da Carlo IV, e apparve che non era neppure l'antica versione italica, ma quella emendata da san Girolamo.
[24]. Epistola I di san Pietro, ii. 9.
[25]. San Paolo, ad Eph., IV. 13.
[26]. Audio eos turpissimæ pecudis caput asini consecratum, inepta nescio qua persuasione, venerari, fa dire Minucio a Cecilio. — Ab indoctis hominibus scriptæ sunt res vestræ. Arnobio, I. 39. — Il padre Mamachi, nelle Origini ed antichità cristiane (1750), comincia dal riferire a lungo tutti i titoli d'onore che davansi a questi, poi quelli d'ignominia: ed erano, 1. atei, 2. magi e malefici, 3. prestigiatori, 4. greci e impostori, 5. sofisti, 6. seduttori, 7. seguaci di nuova, prava, smodata o malefica superstizione, 8. di religione barbara e pellegrina e barbari, 9. malvagi demonj, 10. disperati e parobolani, 11. sarmentizj e serniassj, 12. biatanati, cioè violentemente uccisi, 13. ottusi, stolidi, rozzi, idioti, ignoranti, goffi, inetti, agresti, miseri, fatui, ostinati, di deplorata e illecita fazione, 14. plantina prosapia e panattieri, 15. nazione nemica della luce e amante i nascondigli, muta in pubblico, 16. persone vili, 17. asinaj e adoratori di asini, 18. stranieri, faziosi, rei d'offesa divinità, sacrileghi, profani, varj, 19. nemici dell'uman genere e de' principi, omicidi, incestuosi, pessimi, scelleratissimi d'ogni ribalderia, 20. uomini da nulla negli affari, 21. Cristempori o negozianti di Cristo, 22. sibillisti, 23. Giudei. Seguono le accuse che ad essi venivano apposte, dividendole in ventiquattro capi.
[27]. Αἶρε τοὺς ἀθεοὺς era il grido contro loro sotto Adriano. E nel dialogo di Minucio, l'interlocutore gentile esclama: Cur nullas aras habent? templa nulla? nulla nota simulacra?... Unde autem, vel quis ille, aut ubi, deus unicus, solitarius, destitutus?
[28]. Pare uno sbaglio di san Giustino, che credette a lui dedicata l'iscrizione, Semoni sanco deo fidio sacrum, la quale alludeva a una delle antiche divinità italiche.
[29]. Gruner. De odio humani generis Christianis a Romanis objecto. Coburgo 1755. Genus humanum in questo senso è solenne in Tacito; Pisone dice: Galbam consensus generis humani, me Galba cæsarem dixit. Hist., lib. I. Da ciò Tito fu detto delizia del genere umano.