Sui Benefizj di Cristo lasciò un poema Rustico Elpidio, medico di Teodorico. Di Cornelio Massimiano etrusco (che allora equivaleva ad italiano) restano idillj, donde raccogliamo ch'egli erasi educato agli esercizj ginnastici e all'eloquenza, e forse fu uno degli ambasciadori spediti da Teodorico ad Anastasio imperatore quand'era in pratica di farsi riconoscere re d'Italia. A Costantinopoli s'invaghì d'una fanciulla, ed essendo ben in là negli anni, ne provò le sciagure, che deplora a lungo nella sua egloga De incommodis senectutis. Fra troppi vizj, ha immagini sì graziose e passi tanto consoni agli antichi, che lungo tempo furono le sue egloghe attribuite a Cornelio Gallo, amico di Virgilio.
Egli è posto fra' dodici poeti scolastici, di cui restano specie di difficili sfide, come ventiquattro epitafj per Cicerone, dodici espressi con tre distici, altrettanti con due; variazioni sul tema del Mantua me genuit; dodici altri per Virgilio in altrettanti distici; gli argomenti de' canti dell'Eneide, ciascuno da diverso poeta, in cinque versi; dodici esametri sui giuochi di ventura (De ratione tabulæ); dodici coppie di distici sul levare del sole; dodici da quattro distici sulle quattro stagioni, secondo quel di Ovidio Verque novum flabat; dodici sopra un fiume gelato: freddure artifiziate. Questi poeti sono Asclepiadio, Asmeno, Basilio, Euforbo, Eustenio, Ilasio, Giuliano, Massimiliano, Palladio, Pompeo, Vitale, Vomano.
Aratore, probabilmente milanese e addetto al fôro, venne deputato dai Dálmati a Teodorico; fu conte dei domestici in corte d'Atalarico; infine, sciolto dalle brighe civili, stette suddiacono della chiesa di Roma. Tradusse in due libri d'esametri gli Atti degli Apostoli.
Li supera Venanzio Fortunato, trevisano di Valdobiàdene, che studiò a Ravenna grammatica ed arte poetica[26] senza curarsi di filosofia e di studj sacri. Patendo degli occhi, e risanato dall'olio della lampada che ardeva ad un altare di san Martino, per gratitudine andò a venerarne la tomba a Tours, e accolto da Sigeberto re de' Franchi, ne cantò epitalamj e lodi, poi divenne confidente e limosiniere di Radegonda di Turingia e vescovo di Poitiers. Scrisse sette vite di santi; voltò in esametri quella di san Martino fatta da Sulpizio Severo; inoltre lettere teologiche in prosa e ducenquarantanove componimenti in vario metro per chiese erette o dedicate, o a nome di Gregorio di Tours, o dirizzate a questo o ad altre persone, poetando frivolo per lo più e di color rosato, fra l'immensa serietà ed importanza di quei tempi. Agli inni suoi non mancano armonia e movimento: alla prosa fanno impaccio antitesi e cadenze rimate. Quando Radegonda ottenne da Giustino imperatore un pezzo della vera Croce, egli compose il Vexilla regis prodeunt ed una elegia disposta in forma di croce.
Con queste gratuite e inamene difficoltà cercavasi supplire all'eleganza e alla castigatezza: quindi gli anagrammi ed altre ingegnose combinazioni; quindi ancora l'uso della rima, già evidente in un epigramma di papa Damaso, e che coll'armonia delle cadenze vellicava le orecchie, dacchè s'erano divezze dal riconoscere il tempo esatto di ciascuna sillaba; onde la poesia veniva passo passo da metrica trasformandosi in ritmica.
Eccettuando Marcellino, conte dell'Illirico, che stese una cronaca da Valente al 534, sono a cercare fra il clero i pochi e difettivi storici di quest'età. Jornandes o Giordano, goto di nascita, segretario d'un re alano, poi forse vescovo di Ravenna sulla metà del secolo VI, compendiò la storia de' Goti di Cassiodoro, parziale e senza critica; da Floro estrasse una storia romana da Romolo ad Augusto. Epifanio avvocato, ad istanza di Cassiodoro, compendiò le storie ecclesiastiche di Socrate, Sozomene e Teodoreto, che, aggiuntavi la continuazione d'Eusebio fatta da Rufino, costituirono l'Historia tripartita in dodici libri, manuale per la storia ecclesiastica in Occidente.
La musica doveva esser coltivata alla reggia di Teodorico se Cassiodoro e Boezio ne scrissero: Clotario, re de' Franchi, gli chiese un musico che col suono accompagnasse il canto: a Gundebaldo mandò regalare un orologio solare e uno a acqua.
Le arti belle continuarono a decadere, ma Teodorico istituì magistrati sopra il conservare i monumenti; e a ristaurare gli edifizj pubblici destinò un architetto sperimentato, annui ducento denari d'oro, e le dogane del porto Lucrino, non ancora spopolato. Essendo in Como rubata una statua di bronzo, promise cento soldi d'oro a chi indicasse il ladro, lagnandosi che, mentr'egli cercava nuovi ornamenti alla città, venissero a perdersi gli antichi. Qui minaccia chi ruba il rame o il piombo dai pubblici edifizj; là chi svia gli acquedotti; stipendiò anche un Africano che pretendea saper scoprire le sorgenti: tanto al falso s'appone chi ai Goti attribuisce la rovina delle arti belle in Italia, cominciata assai prima, compita assai dopo. Anche emulare gli antichi cercò Teodorico con edifizj a Terracina, Spoleto, Napoli, Pavia. A Ravenna, sua residenza in tempo di guerra[27], alzò un palazzo e condusse acque, disagevole impresa fra le paludi che la separano dalla collina: un altro palazzo edificò presso il Bidente alle falde dell'Appennino: un magnifico con portici in Verona, residenza di pace, ove pure ristorò l'acquedotto a tutte sue spese, e le mura: un altro ne eresse in Pavia, e terme e anfiteatro; altrettanto presso i bagni di Abano.
Quanto sia falso il chiamare gotico l'ordine che ha per carattere il sesto acuto, appare da tali edifizj. Chi, dopo essersi, nel monotono viaggio traverso alle paludi Pontine, immalinconito al pensare che ventitre città e ville di suntuosità voluttuosa sorgevano dove ora infesta il deserto, sbocca alfine a ricrearsi nella vista del Mediterraneo, incontra in poggio Terracina, popolosa e lieta un tempo, ora squallida, malgrado le cure di Pio VI. Era essa limite fra il dominio greco e il gotico, e baluardo verso il mare: onde Teodorico ne munì il ricinto, lungo le mura alzando torri alternamente quadrate e tonde; poi a cavaliero della città pose una fortezza o piuttosto un palazzo, che tuttavia si conserva, e donde meravigliosamente spazia la veduta sul Lazio, la Campania e il mare. Ma quelle e queste non diversificano dallo stile della romana decadenza, nè v'ha ombra di architettura puntuta. In Ravenna, un muro che ora forma facciata al convento de' Francescani, e che si suppone avanzo della reggia di Teodorico, nella cattiva disposizione delle colonne alla parte superiore e nelle proporzioni dell'arco, tiene del palazzo di Diocleziano a Spalatro. Così la chiesa di Sant'Apollinare e un battistero per gli Ariani, da Teodorico fabbricatevi, arieggiano a quelli che al tempo stesso ergevansi a Roma, con ornamenti che attestano la continuante declinazione.
Amalasunta pose a suo padre un mausoleo rotondo, con una cupola, dalla quale sorgeano quattro colonne sostenenti un vaso di porfido attorniato da dodici apostoli di bronzo, entro cui riposava il re. Se la descrizione non è favolosa, altro non potrebb'essere che Santa Maria della Rotonda, la quale ad ogni modo sorse tra il fine del V e il principio del VI secolo. Nella distribuzione generale vi sono conservate le buone tradizioni antiche; piano semplice, elevazione di qualche magnificenza: meravigliosa poi la cupola, formata d'un pietrone di metri 10. 4 di diametro, m. 4. 5 dalla base al vertice, m. 1. 14 di grossezza, talchè il masso, qual fu tratto dalla cava, aveva la solidità di almeno metri cubi 495, e pesava 1287 mila chilogrammi: e se, come pare, fu scarpellato prima di trasportarlo dalle cave dell'Istria, aveva ancora il volume di 109 metri cubi e il peso di 283 mila chilogrammi; eppure fu alzato a 13 metri, prova di singolare abilità meccanica[28]. Infelicemente vi sono disposte le decorazioni, di pesante e sgraziato taglio, nè proporzionate fra sè o col tutto; riparti non ben calcolati, profili delle porte dissonanti dal resto; modiglioni irregolarmente distribuiti; piedritti che, invece d'imposta, reggono una mal eseguita cornice.