I peccati dell'architettura del suo tempo conosceva e additava Cassiodoro: altezza smodata, gracili colonne, superflui ornamenti[29], che sono sì i difetti dello stile gotico, ma non l'essenza sua. Somiglievoli forme presenta una medaglia ov'è effigiato il palazzo di Teodorico, con archi voltati sopra esili colonne, ma in tondo. Non era dunque un genere gotico, ma un deterioramento dell'antico gusto: e non ispeciale de' Goti, perocchè anche nel pittoresco ponte sul Teverone, a tre miglia di Roma, ricostruito dal greco Narsete il 565, alla solidità è sacrificata la bellezza[30]. Nè d'introdurre uno stile nuovo sarebbesi brigato Teodorico, che mostrava o affettava tanto rispetto alla civiltà latina. Condottosi a Roma, non finiva d'ammirarne i capolavori, il Campidoglio, il Foro Trajano, i teatri di Pompeo e di Marcello, il Colosseo, stupendi anche dopo i guasti del tempo e de' nemici; gli acquedotti, la via Appia, di cui nove secoli non aveano ancora sconnesso i lastroni; e l'Acqua Claudia che per trentotto miglia veniva dalle montagne sabine fin alla sommità dell'Aventino. Non era perduto il senso del bello e del grande quando Cassiodoro descriveva con tanto esaltamento il fuoco de' cavalli del Quirinale, la vacca di Mirone, gli elefanti di bronzo della via Sacra.
Teodorico vi fu accolto con uno splendore che rammentava alla fantasia di un patrioto i trionfi degli Augusti, a quella di un pio le magnificenze della vera Gerusalemme. Nella sala della Palma d'oro potè ammirare la nobiltà, il decoro, l'ordine della Curia romana, distinta a seconda della dignità[31]: e sfoggiò egli stesso d'eloquenza, ottenendo applausi. Il grano della Puglia, della Calabria, della Sicilia vi si distribuiva ancora al popolo decimato, che poteva nel circo veder le belve combattenti, o parteggiare pei Verdi e i Turchini, e insuperbire allorchè il goto conquistatore ammirava le magnificenze e le portentose comodità, le statue rapite ai vinti e salvate dai vincitori. A quel popolo Teodorico assegnò ventimila moggia di grano ogn'anno, ponendone memoria in bronzo; ristabilì le strade romane che solcavano l'Italia; diede venticinquemila tegoli ogn'anno per riparare i portici di Roma; ordinò che i marmi dispersi fossero riuniti ai palagi da cui erano svelti.
Per riparare all'incolto spopolamento vi invitò i Romani rifuggiti nel Norico, redense prigionieri, trapiantò schiavi. Decio sanò le paludi Pontine; Spes e Domizio quelle di Spoleto[32]: e l'Italia potè avere sì buon mercato di sue derrate[33], da mandarne sin fuori. Ennodio chiama la Liguria genitrice di messe umana, avvezza a numerosa progenie d'agricoltori[34]: intorno a Verona raccoglievasi il vino per la regia mensa, e Cassiodoro non rifina di lodar questo liquore, a cui nulla d'eguale può vantar la Grecia, sebbene medichi i suoi vini con odori e marine misture[35]. Metalli e marmi cavavansi per conto del re, e una miniera d'oro fu aperta nelle Calabrie[36].
Teodorico, tutto che ariano, rispettò la credenza cattolica; sua madre la professava, e molti illustri personaggi vi si convertirono senza scapitare nella grazia di lui; mentre un suo segretario avendo creduto ingrazianirsegli col farsi ariano, fu da lui mandato a morte, dicendo: — Non potrà esser fedele a me chi fu infedele al suo Dio». Al papa e ai vescovi mostrò rispetto e confidenza, valendosene nelle legazioni ai re od all'imperatore: accoglieva le querele dei sacerdoti contro i suoi ministri, e per loro mezzo soccorreva ai calamitosi: contribuì millequaranta libbre d'argento per rivestire la volta di San Pietro, cui regalò pure due candelabri di settanta libbre d'argento: una patena simile di sessanta diede a Cesario vescovo d'Arles, e trecento monete d'oro. Disputandosi il papato Simmaco e Lorenzo, dopo due anni di guerra civile fu rimessa a Teodorico la decisione; ond'egli radunò un concilio. E avendogli il vescovo di Milano rimostrato che tal convocazione non era di sua spettanza, egli asserì averne lettera del papa: e perchè quegli ne dubitava, non esitò a porgliela sott'occhio[37]. Vero è che tenne sempre occhio e mano alle elezioni, dubitando che i papi non favorissero a suo scapito gl'imperatori; e pretendeva esercitare giurisdizione anche sopra gli ecclesiastici, benchè la pena da infliggersi rimettesse al vescovo.
In tale o moderazione o indifferenza non perseverò sino alla fine. Avendo l'imperatore Giustino tolto chiese, cariche e libertà di culto agli Ariani nell'Impero orientale, Teodorico gli spedì papa Giovanni (523) e vescovi e senatori, minacciando pari intolleranza in Occidente. Il papa non potè o non volle distogliere Giustino; onde al ritorno fu messo in carcere e vi morì. Allora sgorgarono gli odj, immortali ne' natii contro lo straniero, e la paura invasò Teodorico; la paura punitrice degli oppressori; la paura che consigliò tre quarti dei regj delitti. Proibì dunque, pena la testa, agl'italiani ogni altr'arma che il coltello per usi domestici; e popolo e re si credettero a vicenda insidiati[38].
Dicemmo come Boezio avesse meritato la confidenza di Teodorico, che il nominò console, patrizio, da ultimo maestro degli uffizj; e i due figliuoli, in tenera età, ne elevò al consolato fra l'esultanza del popolo e le largizioni del padre. Non ligio al principe che lo innalzava, Boezio avea saputo frenarne talvolta gl'impeti e mitigarne il rigore; impedir le rapine dei magistrati, e lenire la condizione degli obbedienti[39]. Non dimentico però di sua nazione, mal soffriva di vederla a giogo straniero, e più quando, aggravato dai sospetti, Albino senatore fu accusato di sperare la libertà romana; e Boezio dichiarò: — Se questo è delitto, io e tutto il senato ne siamo in colpa».
Teodorico, che vedeva colla sicurezza del suo dominio mal combinarsi la conservazione del senato, involse nell'accusa anche il proprio ministro; si citò una lettera sottoscritta da lui e da Albino, che invitava l'imperatore a redimere l'Italia; e in conseguenza Boezio fu chiuso in una torre a Pavia, e il senato firmò il decreto di confisca e di morte. Boezio esclamò: — Possa in quel senato non trovarsi più alcuno reo del mio stesso delitto»; e aspettando l'ora del supplizio, scrisse Della consolazione della filosofia, dialogo in una prosa talvolta aspra e barbara, mista di poesie molto migliori, facili, ricche di gentili immagini, governate da una mesta armonia[40] e con nuove intrecciature di metri, mostrando piena cognizione de' migliori antichi, e la musa di Tibullo e la grandiloquenza di Tullio traendo ad esprimere concetti cristiani. La Filosofia, apparendogli, il consola col mostrargli che Dio governa il mondo a disegni di eterna sapienza, inesplorabili al debole mortale; mal dunque lamentarsi dell'incostanza della fortuna, le cui mani altro non possono distribuire che beni futili e perituri; anzi non potersi drittamente chiamar mali quei che da Dio derivano, e la virtù sola rendere felice. Chiude con varie quistioni sul caso e sulla Provvidenza, e sul modo di conciliar questa coll'esistenza del male; eclettico anzi che cattolico in questa scabrosissima tra le quistioni. Ivi dice alla Filosofia: — Se tu mi domandassi di qual misfatto io sia accusato, dicono volli fosse salvo il senato; se cerchi in qual modo, m'imputano d'aver distolto un delatore dal rivelare al re la congiura ordita contro la sua persona per ricuperare la libertà. Che far dunque, maestra mia? che mi consigli? Negherò la colpa? oh come, se veramente io desiderai sempre che il senato fosse salvo, nè mai cesserò dal desiderarlo? Confessar dunque che è vero, e negare d'aver rattenuto la spia? ma chiamerò mai scelleranza l'aver desiderato la salute di quell'ordine? Il quale, pei partiti che prese contro di me, ben meritava che in altra stima io l'avessi: ma l'impudenza di chi mentisce a se stesso non torrà mai che sia lodevole e buono ciò che è tale per sua natura; ed io non reputo lecito nè nascondere la verità negando ciò che è, nè mentire confessando ciò che non è. Delle lettere che dicono aver io scritte per isperanza di tornare in libertà Roma, non farò parola; giacchè la falsità ne sarebbe chiara quando m'avessero, come si dee, conceduto di stare al confronto co' miei accusatori. Perciocchè, qual libertà lice oggimai sperare? E volesse Dio che alcuna sperar se ne potesse! Avrei risposto come Cannio a Caligola, quando questi lo imputava come consapevole d'una congiura: Se l'avessi saputa io, non l'avresti saputa tu».
In fine, strettogli da una fune il capo sin quasi a schizzarne gli occhi, Boezio fu finito a colpi di bastone (524). I suoi coevi lo compiansero come martire e santo: la posterità non gli negherà la compassione che merita la vittima di timida oppressione e di secreto processo. Perchè l'illustre Simmaco, suo suocero, osò compiangerlo, si temette volesse vendicarlo; onde cadde nuova vittima (525) per calmare i sospetti di Teodorico.
Ma non i rimorsi. Nella testa di un pesce imbanditogli, il re credette ravvisare la minacciosa faccia di Simmaco, e preso da ribrezzo, dopo tre giorni spirò (526) nel palazzo di Ravenna; e la vendetta degli oppressi il perseguitò oltre la tomba, dicendo essersi veduti i demonj strascinarlo pel vulcano di Lipari all'inferno. Eppure la posterità deve contarlo per uno dei migliori re barbari; storia e poesia lo immortalarono; e s'egli avesse sortito successori degni, poteva di due secoli avere anticipata la rinnovazione dell'Impero e della civiltà.