| I. Teodorico 475-526 | |||
| Amalasunta m. di Eutarico | |||
| II. Atalarico 526-534 | |||
| Teodegota m. di Alarico | |||
| Amalarico re de' Visigoti | |||
| Ostgota m. di Sigismondo | |||
| Amalafreda sua sorella m. di Trasamondo re de' Vandali | |||
| III. Teodato 534-536 | |||
| Amalaberga m. di Ermafrido turingio | |||
| Re elettivi | |
| IV. | Vitige 536-540. |
| V. | Ildebaldo -541. |
| VI. | Erarico 541. |
| VII. | Totila -552. |
| VIII. | Teja -553. |
Il regno di Teodorico comprendeva l'Italia; la Sicilia, eccetto il capo Lilibeo; la Dalmazia; il Norico; gran parte o tutta l'odierna Ungheria; le due Rezie, che or sono il Tirolo e il canton de' Grigioni; la Svevia o bassa Germania colle città d'Augusta, Costanza, Tubinga, Ulma: nella Vindelicia aveva raccolto molti Alemanni; sicchè confinava a settentrione col Danubio da Ratisbona a Nicopoli, a maestro col Lech, col lago di Costanza e coll'antica Elvezia: aggiungete la Provenza e il litorale fino ai Pirenei, sottoposti a duchi da lui dipendenti, e la maggior parte della penisola spagnuola. Parea dunque il gotico dovesse prevalere agli sminuzzati dominj di Barbari, e sostituirsi all'impero romano; eppure in breve andò a fascio.
Teodorico non avendo figli maschi, per continuare la stirpe degli Amali chiamò di Spagna Eutarico Cillica (515), ultimo rampollo di quella, e sposatagli Amalasunta sua figlia, il fece adottare coll'armi da Giustino imperatore, e applaudire dal popolo con suntuosissimi spettacoli nel circo, e caccie e giostre. Ma l'erede designato gli premorì; e Teodorico, assicurato il regno dei Visigoti di Spagna al nipote Amalarico, il proprio trasmise ad Atalarico, nato da Amalasunta. Costei, bellissima, sperta nel latino, nel greco, nel gotico, eppure senza ostentazione, fedele ai secreti, sollecita d'imitare il padre e ripararne i falli, assunse il governo come reggente, notificando i suoi diritti all'imperatore, quasi a capo supremo, e pregandolo a dimenticare i dissidj paterni[41]; al senato promise non disdire veruna domanda. Ammiratrice dell'antica civiltà, bramava mutare le costumanze dei Goti talmente che non si distinguessero dai Romani; e tre ministri che avversavano quel femminile despotismo, mandò a morte. Anche il figlio educava sotto maestri romani e fra gente di lettere e d'ingegno; e una volta coltolo in fallo, gli diè uno schiaffo. Egli scappò piangendo, e mosse a indignazione i signori goti, i quali si presentarono ad Amalasunta, dicendole, A re guerriero non servire tanti pedagoghi; Teodorico non sapea tampoco scrivere; come sarà prode in campo uom che apprese a tremare sotto lo staffile di un pedante? Anzi sorsero minacciosi, e le tolsero di mano il re futuro per metterlo fra giovani nazionali: dov'egli sguinzagliato si sciupò di modo, che ne morì (534).
Non consentendosi dalle consuetudini gotiche il comando a donna, Amalasunta lo fece attribuire a Teodato suo cugino, in cui l'istruzione non aveva scemata l'avarizia e la pusillanimità. Possessore di gran parte della Toscana, cercava assicurarsela col cacciare i proprietarj confinanti; poi assunto al trono, riuscì spregevole a Romani e a Goti, inetto a finire le discordie di questi, o a cattivarsi l'amore di quelli. Amalasunta, non trovando in lui nè gratitudine nè rispetto, pensava con quarantamila libbre d'oro cercare a Costantinopoli riposo o vendetta: ma Teodato la prevenne, e chiusala nell'isola di Bolsena, la mandò a morte.
Imperava allora a Costantinopoli Giustiniano il legislatore, che mostrò rare virtù, macchiate da vizj e debolezze: favorì grandemente la religione, il degenerante sapere e le arti belle; represse le correrie de' Barbari; guerreggiò prosperamente Cosroe il Grande, re di Persia; annichilando il regno de' Vandali richiamò all'impero l'Africa e la Sardegna. Spiava egli l'occasione di recuperare l'Italia, sollecitato dai nostri che aborrivano dal dominio di stranieri e d'eretici; e volentieri assumendo l'aspetto di vendicatore d'Amalasunta, destinò contro i Goti Belisario, ch'era stato l'eroe della guerra persiana.
Più che a' Pompej o agli Scipioni, patriotici generali, somigliava costui ai condottieri del nostro medioevo, poichè del proprio stipendiava differenti corpi, che giuravano obbedire a lui, e che in lungo esercizio egli indurava ai combattimenti. Con tal espediente venivano ad opporsi Barbari a Barbari, e difendeasi l'Impero coi fratelli di coloro che lo minacciavano. Celebrato appena il suo trionfo sui Vandali, Belisario sbarcò in Sicilia con ducento Unni, trecento Mauri, quattromila confederati di cavalleria, tremila Isauri di fanteria, oltre un corpo di sue guardie a cavallo. Sarebbe stato un inetto sforzo contro ducentomila Ostrogoti in armi, se questi, com'è destino dei padroni odiati, non avessero dovuto vigilare il paese scontento: e Teodato in fatti pensava meno a difendersi che a patteggiare; e con Pietro, legato di Costantinopoli, stipulò, rassegnerebbe ogni diritto sopra la Sicilia, manderebbe ogni anno una corona di trecento libbre d'oro all'imperatore, darebbe tremila Goti a suo servigio qualvolta richiesto, non colpirebbe di morte o confisca alcun senatore o sacerdote senza assenso dell'imperatore, al quale pure ricorrerebbe per promuovere altri a patrizio o senatore; agli spettacoli si acclamerebbe prima il nome dell'imperatore, nè a Teodato si erigerebbero statue se non alla sinistra della imperiale.
Con tali proposizioni lo rimandò, e perchè avessero maggior peso, costrinse papa Agapito a seguirlo a Costantinopoli intercessore, minacciando far morire lui, i senatori e le loro famiglie se non impetrassero la pace; codardo coi forti, minaccioso coi deboli. Poi li richiamò, ora disposto a ceder tutto, or persuaso che l'umiliazione a nulla approderebbe: e poichè Pietro l'assicurava che con ciò torrebbe a Giustiniano ogni ragione di guerreggiarlo, — Tu sei filosofo (gli rispondeva); studii in Platone, e ti recheresti a coscienza d'ammazzar uomini in guerra, benchè tanti n'abbia il mondo: ma Giustiniano, che vuol farla da magnanimo imperatore, nulla ha che lo rattenga dal ripigliare coll'armi le antiche ragioni dell'impero». E conchiudeva: — Se non posso conservare il regno senza guerra, vi rinunzio. A che sagrificherei la dolce quiete per la pericolosa e difficile gloria del regnare? m'abbia io poderi da trarne milleducento libbre d'oro, e tengasi egli i Goti e l'Italia». Ma allorchè Mundo, che conduceva un esercito greco per la Dalmazia, fu sconfitto e ucciso dai Goti, Teodato rimbaldito più non volle udire di patti e promesse. L'imperatore in conseguenza rianima la guerra, riprende Salona e la Dalmazia: Belisario, guadagnato Eurimondo, genero del re che difendeva a Reggio lo sbarco in Italia, e accolto nelle Calabrie come liberatore, assediò per mare e per terra Napoli. Questa, difesa dai proprj cittadini, timorosi sovrattutto di avervi guarnigione barbara, così vigorosamente si sostenne, che Belisario già pensava lasciarla, quando alcuno gli mostrò un acquedotto. Pel quale penetrato nottetempo[42], vide la città mandata a barbaro scempio, per quanto gridasse a' suoi: — L'oro e l'argento a voi; ma risparmiate gli abitanti, cristiani e supplichevoli».
I Goti, vedendo il re inetto ad ogni atto e consiglio vigoroso, lo dichiararono scaduto, e fuggiasco l'uccisero; ed elevarono sullo scudo il prode generale Vitige (536), il quale, per annestarsi in alcun modo alla stirpe degli Amali, sposò Matalasunta, sorella d'Atalarico. Mentr'egli s'accinge a ravvivare il coraggio e rinnovar le prodezze gotiche, Roma riceve Belisario, esulta nel vedersi dopo sessant'anni sgombra da Barbari e da Ariani, resta edificata dalla devozione che Belisario mostra alle reliquie sante e alle gloriose memorie, e proclama la liberazione, parola che in Italia troppo spesso equivalse a mutazione di servaggio. Vitige, ritentate invano nuove proposizioni di pace, e chetati i Franchi col ceder loro quanto possedeva di là dall'Alpi, riuscì a trarre insieme cencinquantamila Goti[43], coi quali assediò il greco generale in Roma, tagliando gli acquedotti, impedendo i mulini, adoprando le migliori macchine. Belisario aveva appena cinquemila combattenti; ma l'indomita sua operosità e lo zelo dei cittadini vi suppliva, dopo avere sul Tevere imbarcato per la Sicilia le bocche inutili. Dall'alto del mausoleo d'Adriano, convertito in fortezza, sono rovesciati sugli assalitori i preziosi fregi, le cornici ammirate, le statue di Lisippo e di Prassitele: perisca l'arte, ma la patria si salvi.
Prodi e generosi entrambi i due campioni; ma l'uno scarso di denaro e di forze, sostenuto solo di sterili voti dagl'italiani; l'altro, contrariato da questi, vede consumarsi l'esercito e il regno senza cascar di cuore. Belisario, temendo non la fame inducesse i Romani a capitolare con Vitige, e sospettando ve li spingesse papa Silverio, il relegò in Oriente, dandogli successore Vigilio, il quale con ducento libbre d'oro s'era acquistato il favore d'Antonina, che comandava al marito Belisario, comandata essa pure da Teodora, moglie e padrona di Giustiniano.