Costoro opera fu l'Editto che Teodorico pubblicò, per rimediare alle moltissime querele arrivategli contro coloro che nelle provincie conculcavano le leggi. Fondasi esso sulla ragione romana, sottoponendo a questa anche i suoi Goti, nell'intento di dilatare fra loro la civiltà latina, di cui conosceva il pregio, senza però ridurli a dividere con altri il privilegio dell'armi e quei che ne erano conseguenti: che se le nuove disposizioni obbligavano tutti, sussisteva però il diritto di ciascuna nazione, i Goti col gotico, col romano i Romani regolandosi, eccetto i casi distintamente indicati. In fatto quelle leggi versano quasi solo su ragione criminale, negligendo la civile: lo che non potrebbe ragionevolmente imputarsi a trascuranza in governo ordinato com'era quello di Teodorico, ma sì all'aver egli imposto norme a ciò che direttamente concerneva lo Stato, senza intromettersi del diritto privato de' due popoli[12]. Nel poco che riguardano il civile sono dedotte principalmente dalle Sentenze di Paolo, manuale pratico di quei tempi: se non che il compilatore parlando in voce propria, trasforma e sfigura i passi, e nell'arbitraria distribuzione li distrae dal vero significato. Ai cencinquantaquattro paragrafi, dodici ne soggiunse poi Atalarico, criminali e di procedura. Notevole cosa, che la peggiore raccolta di leggi romane sotto i Barbari siasi fatta in Italia.

Traverso all'ambizioso moralizzare del legislatore e alle declamazioni di Cassiodoro trapela come il rispetto alle leggi romane fosse o una maschera del conquistatore, o patriotica illusione del compilatore: del resto si riducono a istantanee provvigioni, indicanti il buon volere del re, non attitudine o potenza di farle eseguire, non concetti generali, non larghi intenti. Comanda giustizia pronta non precipitosa, senza badare a grado o nascita de' contendenti; esecra i rapportatori e le migliaja di curiosi[13], de' quali valevansi gl'imperatori piuttosto a turbar la pace privata codiando gli andamenti, che a tutelare la pubblica sicurezza; desidera il popolo agiato, nutrito nelle carestie. Diresti il regno della felicità: ma la storia ci fa vedere come a spie desse fede Teodorico, sino a danno de' suoi più cari; trovasse ragione di crescere i tributi la migliorata agricoltura, punendo così l'industria[14]; i deboli fossero costretti invocare contro dei prepotenti il braccio militare de' Sajoni; l'avarizia dei magistrati e il favore corrompessero la giustizia; considerati come delitti frequenti, e perciò minacciati con nuove pene, l'invasione violenta, l'omicidio, l'adulterio, la poligamia, il concubinato, la frode di rescritti surrettizj, le donazioni estorte con minaccie, il perpetuarsi delle liti per sempre nuove appellazioni[15]. Un anonimo contemporaneo asserisce che poteansi lasciar dischiuse le porte, e denaro ne' campi: ma le lettere stesse di Cassiodoro rivelano e violenze e furti non radi; — buon avvertimento a riscontrare le lodi dei principi coi fatti.

Trai delitti, la fellonia è punita di morte e confisca; il caporibelli e il calunniatore, bruciati vivi; morte a maghi, a Pagani, a violatori delle tombe, a rapitori di donna o fanciulla libera, al falsificatore di carte o di pesi, al giudice venale, all'involatore di bestie; bandito chi abusa dell'autorità o depone il falso; l'accusatore si esponga a sostener la pena che sarebbe tocca al reo, se questo si scolpi. Ma ai Goti non era consueto il guidrigildo, cioè lo scontar i delitti a denaro, e l'omicidio punivasi con pene corporali al modo romano: il che dovea fare men dura la sorte dei vinti, perchè meno sproporzionata.

Salvo queste disposizioni comuni, i Goti conservavansi superiori e distinti dai Romani, sottoposti a un grafione o conte che, al modo germanico, in guerra li capitanava, in pace decideva dei loro litigi; associandosi un giurisperito romano qualora con un Romano si discutesse[16].

Durava dunque l'organamento antico, ma vi sovrastava un governo militare, siccome ne' paesi che ora si pongono in istato d'assedio. Soli Goti portavano le armi; e Teodorico ne congratula i Romani come d'un bel privilegio, mentre era un sospettoso disarmo dei nostri, e una consuetudine generale de' Barbari, il cui nome stesso nazionale (Germano vale uom di guerra) indicava che la pienezza dei diritti spettava solo all'armato. Nel dolce clima d'Italia moltiplicaronsi i Goti a segno, da poter fra breve mettere in piedi ducentomila guerrieri, obbligati a servigio non per soldo, ma per le terre ad essi distribuite. E la penisola perseverava su piede di guerra; e al primo bando accorrevano i Goti per far guardia al re, presidiare la frontiera o marciar contro i nemici, provvisti d'arme e vettovaglie dal prefetto al pretorio. Anche di buona marina fu munita la costa, comprando abeti da tutt'Italia e massime dalle boscose rive del Po, sgombri dalle fratte pescatorie il Mincio, l'Oglio, il Serchio, l'Arno, il Tevere, perchè ne scendessero il legname e le barche[17].

Senza credere che il nome di Goti significhi buoni[18], alcuni fatti attestano la vigorosa loro disciplina, non esigua virtù in bande armate. Allorchè Teodorico vinse i Greci al Margo, nessuno de' suoi stese un dito alle ricche spoglie dei vinti, perchè egli non diede il segno del saccheggio. Più tardi Totila, presa Napoli, non solo la campò dalle violenze che il feroce diritto della guerra consente fin alle genti civili, ma fece distribuire agli assediati il vitto in misura, che non nocesse dopo il lungo digiuno[19]. La lingua gotica era già stata scritta, se non altro per tradurre i Vangeli, ma non era coltivata; e in latino pubblicavansi le leggi e le epistole, valendosi di segretarj romani, e lasciando che i legati spiegassero la cosa nel vulgare natìo[20]. Teodorico medesimo non sapea sottoscrivere se non scorrendo colla penna negli incavi di una lastrina d'oro: eppure dilettavasi di ragionamenti istruttivi[21], fece attentamente educare le sue figliuole, e volle anche favorire le lettere e le arti. Ma qui, come nel resto, appare il contrasto fra le abitudini nazionali e il proposito d'imitazione; perocchè egli interdisse ai Goti gli studj come corruttori, mentre li promoveva fra i Romani.

Aurelio Cassiodoro, nato a Scillace di famiglia benemerita, conte delle cose private e delle sacre largizioni di Odoacre, indi segretario di Teodorico, a nome di questo e dei successori stese rescritti ed ordini, pubblicati col titolo di Variarum libri XII. Nei cinque primi raccolgonsi quelli a nome di Teodorico, seguono due di diplomi per le varie cariche civili e militari; poi tre delle epistole dei successori di Teodorico; infine due di ordinanze, da Cassiodoro emanate come prefetto al pretorio. Le durezze dello stile, la irremissibile gonfiezza, l'ostentazione d'ingegno, di retorica, di erudizione, non tolgono pregio a quell'unico monumento della storia italica d'allora. Egli parla d'un archiatro allora istituito; d'un professore di grammatica, uno di retorica, uno di legge[22], che dettavano in Campidoglio: ed Ennodio loda le scuole milanesi prosperanti sotto Teodorico, e gli eccellenti ingegni di Liguria, pei quali correa proverbio[23] qui nascere ancora i Tullj.

Severino Boezio, nato a Roma da padre che avea sostenuto primarie dignità, dai dieci ai ventott'anni studiò in Atene, ove tradusse opere di Tolomeo, Nicomaco, Euclide, Platone, Archimede, Aristotele. I suoi commenti su questo rimasero canoni nel medio evo[24], e diffusero tra noi la cognizione delle opere dello Stagirita, del cui metodo si valse egli per trattare dell'unità e trinità divina. Pari in elevatezza di pensiero a qualsivoglia filosofo, vi unisce il sentimento cristiano; e sebbene la ridondanza e l'enfasi degli ultimi Latini guastino il suo stile, sorvola in questo ad ogni contemporaneo.

Gli è inferiore Ennodio, vescovo di Pavia, che stese esortazioni scolastiche ed altre a modo delle antiche declamazioni; poi alquante lettere di materie ecclesiastiche, la vita di sant'Epifanio[25] e di sant'Antonio Lerinese, un gonfio e bujo panegirico di Teodorico, oltre alquanti epitafj ed epigrammi. Quando Boezio fu fatto console, esso gli scriveva: — Mi congratulo dell'onore a te conferito, e ne ringrazio Dio, non perchè sii sopra gli altri sollevato, ma perchè il meriti. Nè questo consolato è concesso agl'illustri natali: chi per quelli soli l'ottenesse, sarebbe indegno di succedere al grande Scipione, essendo ricompensa degli avi, non sua. Più che alla gentile tua prosapia, era dovuto alle tue doti. Qui non sangue sparso, non soggiogate provincie, non popoli ridotti in servitù e trascinati dietro al carro trionfale, sciagurato preludio in una carica volta tutta a conservazione dei popoli, non a loro distruzione. Ora che profonda pace gode Roma, divenuta anch'essa guiderdone e premio al coraggio dei nostri vincitori, di altra natura virtù si domandano ne' consoli suoi».

Così alla mente del vescovo italiano ricorrono le glorie passate; se ne consola colle nuove destinazioni, e mitiga con sentimento cristiano la fierezza dell'antica gloria.