Teodorico in prospere guerre estese il dominio anche sulla Rezia, il Norico, la Dalmazia, la Pannonia; ebbe tributarj i Bavari, in protezione gli Alemanni; domò i Gepidi, piantatisi fra le ruine del Sirmio; dispose in opportune colonie Svevi, Eruli ed altri che chiesero di vivere sotto le sue leggi; e come tutore del nipote regolando i Visigoti di Spagna, ebbe riunite, dopo separazione lunghissima, le due frazioni dei Goti, che così dai monti Macedoni fin a Gibilterra, dalla Sicilia fin al Danubio occupavano i migliori paesi dell'antico impero occidentale.

I principi circostanti avevano tremato pei recenti lor regni; ma quando videro Teodorico frenare la propria ambizione, e nella vigoria della giovinezza riporre la spada vincitrice, tolsero a guardarlo con fiduciale rispetto, e cercarne l'amicizia e la parentela; e ad insinuazione di lui presero qualche modo di pacifico e civile ordinamento. Egli mandò donativi ai re Franchi; da altri ricevette cavalli ed armi: un principe scandinavo spodestato a lui rifuggiva, e fin gli estremi Estonj gli tributavano l'ambra del Baltico.

Quanto all'Italia, Teodorico cominciò il regno come gli altri Barbari, col dividere a' suoi un terzo dei terreni conquistati, sopra i quali si stanziarono con titoli d'ospiti e con fatti da padroni. Aveva decretato la cittadinanza romana, vale a dire la piena libertà a quelli che l'avevano favorito nella conquista; mentre ai fedeli ad Odoacre tolse di poter testare nè disporre dei loro beni. Epifanio, vescovo di Pavia, si condusse intercessore per questi a Ravenna, con Lorenzo, vescovo di Milano; e Teodorico gli esaudì, solo alcuni capi eccettuando; poi disse ad Epifanio: — Vedete in che desolazione giace l'Italia, spopolata dai Borgognoni. Io voglio riscattarli; nè trovo vescovo più atto a ciò. Andate, ed avrete il denaro occorrente».

Epifanio dunque, con Vittore vescovo di Torino, fu a Lione, e da Gundebaldo re ottenne il rilascio de' prigionieri, pagando riscatto sol per quelli presi colle armi. Al fausto annunzio della liberazione, per tutta Gallia si commossero i tanti soffrenti; quattrocento in un giorno partirono da Lione; seimila furono restituiti senza riscatto; Godegisilo, re di Ginevra, concesse altrettanto ad Ennodio; la carità de' Galli sovveniva alla povertà italiana; e il papa ebbe a ringraziare i vescovi di Lione e d'Arles pe' sussidj da loro mandati in Italia: Epifanio ripassò le Alpi nel più bello e più inusato trionfo, non conducendo schiavi, come soleano i re, ma gente da lui redenta; e accolto dappertutto fra benedizioni, coronò l'opera coll'impetrare che Teodorico ripristinasse i tornati nei beni perduti[8]. A quest'uopo traversava il Po, allora impaludato in estesissimo letto, e obbligato a giacersi la notte fra quelle pestifere esalazioni, fu preso da gravissima malattia; oppresso dalla quale si presentò a Teodorico, e ottenuta la grazia, volle rivedere il suo gregge, fra il quale appena giunto, morì.

Ma gl'italiani come stavano sotto Teodorico? Il popolo risponde, Pessimamente, e nel nome di Goto compendia ogni barbarie, ogni ignoranza, ogni avvilimento della vita e del pensiero. I dotti vollero figurarlo principe desiderabile anche all'età nostra, e il regno suo un de' più giocondi o dei meno dolorosi all'Italia. Opinioni entrambe eccessive. I meriti di Teodorico sono esaltati nel panegirico che Ennodio recitò in presenza di lui per ringraziarlo o mansuefarlo; e nelle lettere di Cassiodoro, che, a nome di esso, con barbara eleganza stese decreti pomposi, magnificando il principe, e il bello ubbidirgli, e il fiore ch'e' recava ai sudditi, e la grata benevolenza di questi. Fonti sospette.

Merito suo certo è l'avere procurato alla penisola trentatre anni di pace, gran ristoro anche sotto tristo reggimento: ma non sa di storia chi si figura che i Goti od altri Barbari accettassero come pari la gente italiana. Lingua, consuetudini, credenze, li teneano distinti: il Goto, tutt'armi, insultava le oziose scuole letterarie; di rimpatto l'imbelle Romano, nel misero orgoglio del tempo passato, intitolava barbaro il suo padrone: e sebbene questi adottasse alcun uso del vinto e professasse desiderio di fondersi insieme[9], al fatto repugnava l'indole di quei governi. Che se la storia degnasse guardare ai vinti, registrato avrebbe le sanguinose proteste che fecero a volta a volta contro i conquistatori[10]. I tributi furono conservati quali sotto i Romani, cioè enormi, ed occasione d'abuso ai magistrati: v'erano soggetti al pari i terreni de' Romani e de' Goti, neppure eccettuati quelli del re. L'amministrazione municipale restò ai natii, ma il re nominava i decurioni; magistrati paesani che giudicavano dei loro concittadini, curavano la polizia, compartivano e riscotevano le imposizioni, dal prefetto del pretorio assegnate a ciascuna comunità[11]. Sette consolari, tre correttori, cinque presidi reggevano le quindici regioni d'Italia, colle forme della romana giurisdizione: un duca fu posto alle provincie di confine, ch'erano state munite contro nuovi attacchi.

I Romani in materie civili appellavansi al vicario di Roma, e al prefetto della città nelle otto provincie della bassa Italia, dai quali davasi ancora appello al prefetto del pretorio, e da ultimo al re in persona: viluppo di brighe e di spese.

Conserviamo una serie di brevetti di nomina (formulæ), ove a ciascun eletto si spiegano gli uffizj suoi, esortandolo a ben adempirli; ma la luce che ne potremmo derivare è adombrata dai fiori retorici di Cassiodoro che li stese: bastano però ad attestare che brevi duravano gl'impieghi, e dagli alti si passava agli inferiori, con iscapito della buona amministrazione.

Unico legislatore sembra il re, senza le assemblee nazionali, comuni fra i Germanici. Un consiglio di Stato sedente a Ravenna discuteva gli atti di suprema autorità, che poi erano comunicati al senato di Roma. Questo corpo degenere poteva invanirsi allorchè il re gli mandava i suoi decreti, compilati in forma di senatoconsulti, e gli scriveva: — Auguriamo che il genio della libertà riguardi, o padri coscritti, la vostra assemblea con occhio benevolo»; ma in effetto non gli rimaneva che a far complimenti e a dire di sì.

Ma dove i precedenti conquistatori aveano portato solo ira e distruzione, poi n'erano fuggiti, quasi spaventati dal fantasma dell'Impero che avevano assassinato, Teodorico vide poter assumere uffizio più glorioso e piacente, e farsi considerar successore degli Augusti, conservando gli ordini antichi, e cercando introdurli fra la sua gente. A tal uopo non potea che valersi di nostrali, ed ebbe il senno e la fortuna di sceglier bene, e il merito di non temer gl'ingegni superiori. A Laberio conferì la prefettura del pretorio, malgrado la fedeltà mostrata verso Odoacre; tenne amico Simmaco, grande erudito pel suo tempo; Cassiodoro e Boezio, ultimi scrittori romani, posti in grandissimo stato, contribuirono non poco a mascherare il regno di un Barbaro agli occhi dei contemporanei e dei posteri.