Odoacre spartì un terzo dei terreni a' suoi seguaci; ma non che ripopolassero il paese e coltivassero le sodaglie, come alcuno sognò, avranno da prepotenti snidato i nostri. Nè gl'italiani potevano quetarsi al nuovo stato, come si fa ad una stabile miseria: giacchè, mancando ogni accordo nazionale, e reggendosi unicamente sulla forza, poteano prevedere che poco durerebbe quel dominio, e che a nuovi Barbari frutterebbero i terreni che si disselvatichissero.

E così fu. Perocchè i Greci non si rassegnavano a perdere quest'Italia, culla dell'impero; e mentre aveano fatto sì poco per conservarla, adesso la sommoveano con brighe secrete o aperte guerre, che le toglievano pace senza darle libertà. L'Impero col restringersi era cresciuto di forza, e in Oriente non si trovava esposto all'arbitrio soldatesco come già l'occidentale: non turbato da memorie repubblicane, o da ambizioni di famiglie antiche, o dall'opposizione d'un clero robusto, nè d'un senato memore d'antica potenza, nè da ordinamenti municipali; ma costituito in regolare dominio, e con una metropoli ben munita e stupendamente collocata, poteva godere quella quiete del despotismo, ch'è il ristoro, sebbene infelicissimo, delle nazioni corrotte.

Ma di rimpatto lo agitavano dentro, sia intrighi di palazzo, sia il farnetico delle dispute religiose, nelle quali parteggiavano gli stessi imperatori or favorendo, or anche inventando eresie, e per esse trascurando gli affari. Il popolo di Costantinopoli, tra garriti teologici, tra le chiassose gare pei combattenti del circo, tra le frivolezze d'un lusso spendiosissimo, abbandonava ogni esercizio d'armi, sicchè bisognava affidar la difesa a capitani barbari, i quali, profittando della disciplina, ultimo merito che perdessero gli eserciti romani, prevalevano agli altri Barbari osteggianti l'Impero.

Tra quei capitani, serviva all'imperatore Zenone l'ostrogoto Teodorico, discendente in decimo grado da Augis, uno degli Ansi o semidei de' Goti. Questa nazione, recuperata l'indipendenza al cadere di Attila, e piantatasi nella Pannonia, promise pace all'Impero, purchè le tributasse trecento libbre d'oro. Siccome statico fu dato Teodorico, giovane figlio del re Teodemiro, il quale crebbe in Costantinopoli alternando gli esercizj di corpo proprj della sua gente colla conversazione colta de' Greci, e in quel centro del mondo civile affinò lo spirito nelle arti del governare e negli scaltrimenti della politica. Succeduto al padre (475), gli fu dall'imperatore assegnata la Dacia Ripense e la Mesia inferiore, acciocchè vi collocasse i suoi Ostrogoti in posto da potere più facilmente accorrere in ajuto dell'Impero. Di fatto Teodorico li menò contro i nemici interni ed esterni dell'imperatore, il quale gli prodigò i gradi di patrizio e di console, statua equestre, nome di figlio, capitananza de' soldati palatini, migliaja di libbre d'oro e d'argento, e gli promise una moglie di puro sangue e di laute ricchezze.

Sintomi di paura più che d'affetto; e come avviene di cotesti liberatori militari, Teodorico divenne minaccioso all'Impero che difendeva, e l'obbligò a vergognose concessioni. Ma più alto levava egli le mire; e volendo terger la taccia appostagli dai compatrioti, di piacersi soverchiamente negli ozj cortigiani, si presentò a Zenone (486), e — L'Italia e Roma, retaggio vostro, giaciono preda del barbaro Odoacre. Consentite ch'io vada a snidarnelo. O cadremo nell'impresa, e voi resterete sollevato dal nostro peso; o ci riuscirà, e mi lascerete governar quella parte che avrò al vostro imperio recuperata».

Qual partito meglio di questo potea piacere a Zenone? All'annunzio d'un'impresa diretta da tal capitano, accorsero in folla gli Ostrogoti, che nel colmo della vernata, con bestiami, salmerie, mulini da macinare, con donne, vecchi, fanciulli, impaccio per la guerra, eppur necessarj a chi cercava non una conquista ma una patria[5], per settecento miglia si volsero all'alpi Giulie, pretessendo alla loro invasione il nome romano. Quanti avanzi di altre orde scontravano per via, gli arrolavano seco, come una valanga che rotolando ingrossa; e tal turba formavano, che nell'Epiro in una sola azione perdettero duemila carri.

Odoacre tentò sviare quella piena sollecitando contr'essa Bulgari, Gepidi, Sarmati, accampati fra i deserti della già popolosa Dacia; indi alle ultime spiagge dell'Adriatico la affrontò: ma benchè prevalesse di numero, e comandasse a molti re (490), fu battuto sull'Isonzo presso le rovine d'Aquileja. Allora dall'Alpi accorsero i Borgognoni, non per alleanza o nimistà, ma per rubare, e assediarono Teodorico in Pavia: egli chiamò di Gallia i Visigoti, e liberato per opera loro, scese a giornata risolutiva con Odoacre nel piano di Verona. L'eroe ostrogoto si era fatto dalla madre e dalla sorella ornare con ricche vesti, di lor mano tessute: mescolata la battaglia, già i Goti disordinavansi in fuga, quando essa madre, affrontandoli e rimbrottandone la viltà, li spinse alla riscossa e alla vittoria. Odoacre cercò un ultimo scampo in Ravenna, inespugnabile pel mare e per le fortificazioni, e donde, col favore del popolo o de' malcontenti, sbucò più volte a mettere a nuovo repentaglio la fortuna del vincitore, che alfine accampato nella Pineta, strinse Ravenna d'assedio. Durati per tre anni tutti gli orrori della fame, Odoacre, per interposto del vescovo, patteggiò, salva la vita e diviso il comando: ma poscia alquanti mesi, Teodorico mentì la parola (493), e a mensa ospitale l'uccise, fe scannare i mercenarj che avevano abbattuto il trono d'Augustolo, e, al solito, accusò il tradito di tradimento.

Alla fortuna di lui si sottomise Italia dall'Alpi allo Stretto; vandali ambasciatori gli rassegnarono la Sicilia; popolo e senato l'accolsero qual liberatore — consueta lusinga degli Italiani.

L'ambigua convenzione coll'imperatore lasciava dubbio se Teodorico avesse a tenere il bel paese come vassallo o come alleato. Mandò a richiedere le gioje della corona che Odoacre avea spedite a Costantinopoli; e Anastasio, nuovo imperatore, concedendole, parve investirlo del regno. Ma se l'ambizione imperiale lo poteva considerare come luogotenente, egli sentivasi padrone, e da padrone reggeva l'Italia. Però sulle prime volle tenersi amici gl'imperatori onorandoli di epigrafi, lasciando l'impronta loro sulle monete, e scriveva a questi: — Nello Stato vostro appresi come governare i Romani con giustizia; non durino separati i due imperi; una volta uniti, eguale volontà, egual pensiero li governi»[6]. Ma Anastasio s'accorse che erano mostre, e che l'Italia era perduta per l'Impero: laonde a osteggiare Teodorico spedì nella Dacia il prode Sabiniano con diecimila Romani e molti Bulgari; e poichè li vide sbaragliati in riva al Margo, indispettito mandò ducento navi e ottomila uomini che saccheggiarono le coste di Puglia e di Calabria; e rovinato Taranto e il commercio, superbi di indecorosa vittoria, recarono piratesche spoglie al despoto di Bisanzio. Teodorico con mille legni sottili tolse agl'imperatori la voglia di più molestarlo; eppure non negò loro il titolo di padre e fin di sovrano[7], consentiva ad Anastasio la preminenza che egli stesso esigeva dagli altri re, e di concerto con esso eleggeva il console per l'Occidente, come costumavasi durante l'Impero.

I Rugi, gente fierissima, ai quali avea dato a custodire Pavia mentr'egli osteggiava Odoacre, furono ammansati dal santo vescovo Epifanio: ma poi Federico lor re si avversò a Teodorico, e ne restò disfatto e morto. Duranti quelle guerre stesse i Borgognoni aveano devastato ancora la Liguria (sotto il qual nome van pure il Piemonte, il Monferrato, il Milanese), moltissimi abitanti menandone prigioni di là dall'Alpi, lasciando le campagne spopolate.