I lettori vulgari, incapaci di altro vero fuor quello che corre pei caffè o sui giornali, e che s'impennano ad ogni coraggiosa manifestazione di un ponderato sentimento, ci apporranno alcuno di que' nomi, che sono condanne codarde e stolte perchè vaghe e quindi irreparabili; e il meno sarà il dire che noi ribramiamo le istituzioni del medioevo. Spiegare non è lodare, e noi abbiamo detto e ripetuto che non se n'ha nulla a desiderare, forse poco ad imitare, ma moltissimo ad apprendere; e non poco anche a dilettarsi, se il vedere uomini operanti ciascuno coll'attività propria, obbedienti ma per devozione, soffrenti ma per propria colpa e come un'espiazione, alletta più che non il volteggiare d'una coorte al comando d'un colonnello; o il compassato procedere d'una società di pupilli e di petizionanti, o il forbottarsi d'una caterva di scrittori, intenti a illudersi, a piacersi, a stracciarsi a vicenda.

Attruppandoci con cotesti, ci saremmo potuti ripromettere morbidi trionfi: eppure sin nel fervore della gioventù preferimmo affrontare pregiudizj, allora profondamente radicati; molti brani sanguinosi lasciammo a quelle spine, ma forse alcune ne strappammo. L'aggravata età e la sbaldanzita esperienza non ci fan pentire di quel sentiero, e lo ricalcheremo come italiani, come cattolici, come indipendenti, che sottomettendosi ai supremi dogmi sociali e morali, respingono il despotismo e uffiziale e vulgare; disposti ai medesimi patimenti, e confidando non sieno indarno.

Perocchè, lontani dal fare idillj del medioevo italiano, nessuna delle piaghe sue dissimuleremo, procurando riescano a scuola ed emenda de' presenti; se non altro, chiariremo che la felicità vagheggiata non si godette in nessun tempo; che il carattere di sapienza, di accordo, di bellezza, cui il mondo aspira, e la convivenza amorevole, regolata, robusta, non sono a cercar nel passato; che, se è progresso il crescere in dose e l'estendersi in ispazio la libertà e la dignità dell'uomo, si progredì sempre verso il meglio; che, essendo legge della società e di tutto ciò che ad essa appartiene, il passare per successioni e rinnovazioni continue, il medioevo fu il valico da un passato non più possibile a un avvenire non possibile ancora, onde riteneva moltissimi vizj di quello, di questo non possedeva ancora le virtù; che, in quella serie di emancipazioni lente, tergiversate, dolorose, è di conforto efficace il contemplar la fatica de' padri; che l'età nostra è dunque migliore delle passate, ma sarà superata dalle future: dal che trarremo pazienza a sopportare i mali inevitabili, fiducia nel credere al meglio, perseveranza a cooperare coi nostri fratelli per ottenerlo.

CAPITOLO LIX. Odoacre. Teodorico goto. Ultimo fiore delle lettere latine con Cassiodoro e Boezio.

Fin qui parlando dell'Italia parlavamo del mondo intero civile, di cui essa era il capo: ora il cessare dell'impero d'Occidente lascia Costantinopoli alla testa dell'antica civiltà romana. L'impero non avea cangiato d'essenza, e conservava le leggi, la gerarchia, lo spirito, il nome; solo perdeva sempre maggior numero di provincie, concentrava a Costantinopoli l'amministrazione dell'altre. L'Italia però non solo cessava d'esser capo degli altri paesi, giacchè, a tacere i più remoti, di là dell'Alpi Marittime dominavano i Visigoti nella Gallia meridionale e fin nella Spagna; di là dalle Cozie e nella Savoja s'erano assisi i Borgognoni; i Franchi nella restante Gallia; gli Alemanni nella bassa Germania: ma perdeva anche l'indipendenza, e come campo indifeso, i Barbari, vogliosi di bottino, d'imprese, di patria più fortunata, venivano a correrla, spogliarla, conquistarla, lasciandola poi per altre prede, sinchè alcuni vi fermarono stanza.

Tutta Germania, cioè dall'Adriatico al Baltico e dalle foci del Reno a quelle del Danubio, era in movimento: per vendetta o per amor di conquista, di guadagno, d'imprese, i capibanda menavano di qua di là i loro fedeli, senz'altro sentimento che della propria forza, abbattendo le istituzioni ammirate, non provvedendo a sostituirne: i vanti della maestà romana, le finezze dell'amministrazione soccombevano: solo coloni e schiavi proseguivano in egual modo le fatiche, poco badando per qual padrone sudassero; e i sacerdoti, pregando, istruendo, mitigando, mostravano il flagello di Dio nella caduta del passato, e procuravano ammansare i nuovi oppressori.

Uno di questi apostoli della carità abitava presso Vienna sul Danubio, venerato per santità dai paesani, visitato da personaggi; e la cortesia de' suoi modi e la purezza del parlare latino il facevano supporre di buona nascita, quantunque e' lo celasse. Lo chiamavano Severino, e pareva che Dio ve l'avesse collocato a edificazione degli invasori che per di là irrompevano sull'Italia; molti ne convertì, altri ammansò; schermì i fedeli, consolò i desolati. Quando Odoacre menava bande ragunaticcie a difesa degl'imbelli successori di Costantino, passando da quelle parti volle vedere quel pio, e modestamente in arnese entrò nella cella di lui, così bassa, che dovette star chino. L'anacoreta, ragionatogli d'iddio e dell'anima, — Tu passi in Italia (soggiunse) vestito di povere lane; ma poco andrà che sarai arbitro delle più elevate fortune[2].

Questa leggenda sul limitare de' nuovi tempi sia un preludio delle molte che v'incontreremo; potendo lo scettico deridere e il critico repudiare, ma non lo storico tacere fatti, che dai contemporanei furono creduti, e di cui sentiremo l'efficacia, il più delle volte benefica. Chi conosce la potenza delle anime dolci e meditabonde sopra i caratteri vigorosi, esiterà a credere che le parole del pio romito di Vienna abbiano mitigato il feroce Odoacre, e risparmiato qualche dolore ai nostri padri?

Col suo valore e con quest'augurio venne Odoacre a procacciar sua ventura in Italia; e senz'altro che voltare contro degl'imperatori le armi da questi assoldate, dissipò quella scena dove si riproduceano le immagini e le denominazioni antiche, combinate coi dolori presenti e colla fantasia di nuovi. Perocchè già era un pezzo che l'Impero veniva preseduto da Barbari; anche soppresso il titolo supremo, non tralasciò di raccogliersi il senato, rappresentanza civile sotto a quella militare; si nominavano i consoli; nessun magistrato regio o municipale fu spostato; il prefetto del pretorio continuò co' suoi dipendenti ad amministrare l'Italia e riscuoterne i tributi: Odoacre potea dirsi uno de' tanti, che stranieri occuparono il trono di Roma: se non che nè imperatore intitolossi, nè forse re[3]: non pretese primazia sugli altri regni; anzi lasciava qui proclamare le leggi emanate dall'imperatore d'Oriente, dal quale invocò invano il titolo di patrizio d'Italia.

Rimase dunque come un esercito in mezzo a un popolo civile; come uno di que' governi militari, di cui neppure a tempi più civili mancò la ruina. Colla labarda propria e de' venderecci compagni schermì Italia da nuovi invasori: per assodare la propria autorità e punire gli assassini di Giulio Nepote, sottomise la Dalmazia: per mantenere libera comunicazione fra l'Italia e l'Illiria osteggiò i Rugi, piantati sul Danubio ove ora dicesi Austria e Moravia; e abbandonando quelle terre a chi le volesse, menò prigioniero in Italia Feleteo, ultimo re loro, e molta gente. Ad Eurico, re de' Visigoti, confermò la porzione di Gallia che aveva occupata sotto Giulio Nepote, aggiungendovi l'Alvernia e la Provenza meridionale; e strinse alleanza con lui e con Unnerico re de' Vandali, da cui ottenne la Sicilia mediante annuo tributo. Tuttochè ariano, rispettò i vescovi e sacerdoti cattolici, vietò al clero di vendere i beni, acciocchè la divozione dei fedeli non fosse messa a nuovo contributo per riprovvedernelo. Ma era un conquistatore; e guai ai vinti! Già prima, scarsissima cura adoperavasi ai campi, sì per la sterminata ampiezza dei possessi, sì perchè le largizioni imperiali mettevano sui mercati il grano ad un prezzo, col quale non poteva concorrere l'industria privata: e al modo che usa ancora nella campagna di Roma, su gl'immensi poderi lasciati sodi educavansi branchi di pecore, a guardia di pochi schiavi. Gl'invasori, rubando questi e quelle, lasciavano deserto e fame; nelle regioni più fiorenti a pena si scontravano uomini[4]; la plebe, avvezza a vivere coi donativi del pubblico o dei patroni, periti questi, dismessi quelli, basiva in lunga inedia o migrava.