Il papa, sgomentato da settanta giorni di prigionia (1112), soscrive a Sutri un privilegio, che vescovi ed abati si eleggessero liberamente e senza simonia, ma fosse necessario il beneplacito del re, il quale gl'investirebbe coll'anello e col pastorale, dopo di che verrebbero consacrati. Reciprocamente Enrico promette restituire e conservare tutti i beni alla Chiesa romana. Allora Pasquale rientra in Roma, e consacra Enrico ma a porte chiuse, chè i Romani nol disturbassero: ma non sì tosto fu questi partito, i cardinali, che non avevano dato adesione all'accordo, tentarono distorne il papa, al quale si erano avversati fin a trattarlo d'eretico, sicchè egli andossene da Roma, e depose le insegne, risoluto a vivere in solitudine. Un concilio accolto in Laterano cassò quel privilegio, che i prelati intitolavano pravilegium, come estorto a forza; si proibirono le investiture secolari, e quantunque il papa renuisse (2 aprile), si proferì condanna contro l'imperatore, che si trovò involto ne' guaj di suo padre, disobbedienze, ribellioni, guasti.

Ravviluppò quel nodo la morte della contessa Matilde (1115). Non pare che la pia donna sapesse guardarsi dall'arroganza che dà il potere; dal marito Guelfo si separò; a Corrado fe inghiottir fiele: intanto estese la propria autorità, creava a suo talento gli arcivescovi di Milano, proteggeva i sacerdoti, donava con appena credibile larghezza a chiese e a monasteri, e la sua ambizione era lusingata così dall'essere benedetta qual tutrice della Chiesa, come dal tener testa al più potente principe d'Europa. Oltre il marchesato di Toscana, la ducea di Lucca e sterminati tenimenti, possedeva Parma, Modena, Reggio, Cremona, Spoleto ed altre città; ultimamente aveva ricuperato anche Ferrara e Mantova, la quale, alla falsa nuova della morte di lei, si era rivoltata. Di tutti questi possessi ella chiamò erede la santa sede[401]: ma Enrico V pretendeva ai feudi come ricadenti all'Impero col cessare della linea mascolina, e ai beni allodiali siccome prossimo parente della estinta. Era difficile chiarire la vera natura di possessi che stavano incorporati già da molte generazioni, ed ove decreti imperiali avevano talvolta congiunto feudi ed allodj, o ai feudi eransi agglomerate allodiali proprietà: ma Enrico (1116), da re, risolve la questione calando in Italia ed occupandoli, e minaccia tornar prigioniero il pontefice che protestava. Questo, in un nuovo concilio di Laterano, cassa il privilegio di Sutri, conferma quanto aveano operato i suoi legati, e all'accostarsi dell'imperatore ricovera a Montecassino, sotto la tutela dei Normanni.

Della fuga del papa risero ed esultarono i Romani, molti de' quali egli avea scontentati coll'attribuire grandi poteri e il grado di prefetto della città a Pier Leone, imputato d'una colpa che la Chiesa non riconosce, l'esser discendente da Ebrei. Il popolo invece pose a prefetto un fanciullo, i cui parenti tiranneggiavano Roma, e diede mano alla fazione imperiale. Stranissimi fenomeni agitavano in quel tempo le fantasie: per quaranta giorni durarono le scosse d'un tremuoto, quale mai a memoria d'uomini; sicchè a Verona crollarono molti edifizj e perirono persone; a Parma, a Venezia, altrove cascarono castelli e palazzi; a Cremona la cattedrale: insieme si videro nuvole infocate e sanguigne vicinissimo alla terra, ed altri portenti. Dai quali anche l'imperatore sgomentato, desiderò rappattumarsi colla Chiesa; e nol potendo ottenere, mosse guerra ad alcuni castelli pontifizj, il che lo fece applaudire dai Romani; e con donativi amicatisi i magnati, entrò in città, e vi si fece di nuovo coronare (1118). Pasquale dovette fuggire, e morì fuor della sua sede: lodato per saviezza, pietà e mansuetudine.

A Gelasio II succedutogli, Enrico propose riconoscesse il privilegio del 1111; e poichè questi rimise l'affare ad un concilio, Enrico cavalcò di nuovo sopra Roma, e Cencio Frangipane, caporione della setta imperiale, rinnovò la scena d'un altro Cencio, prendendo a pugni e calci il pontefice e trascinandolo pei capelli dalla chiesa al proprio palazzo. Il popolo, che agli eccessi de' rivoltosi si ravvedeva del mal concepito suo odio, guidato da Pier Leone, glielo strappò di mano e lo rimise in onore: ma egli non fidandosi di quegl'instabili, si ritirò. Enrico, non contento della forza, ricorse anche ai cavilli, e fatta da giureconsulti dimostrare illegale l'elezione di Gelasio, assunse papa Maurizio Burdin, arcivescovo di Praga, che prese il nome di Gregorio VIII. Gelasio dovette ancora ricorrere alle armi e al soccorso de' Normanni; certamente bestemmiato da coloro che tacciano d'imbecille chi soccombe alla violenza, e di micidiale chi la ripulsa. Mentre celebrava in una chiesa secondaria di Roma, i Frangipani l'assalsero, altri nobili li contrastarono, e il sangue corse: onde Gelasio stabilì abbandonare la nuova Babilonia, in ogni caso preferendo avere un imperatore solo che tanti in Roma; e dai Pisani si fece portare in Francia, nella badia di Cluny, dove circondato di venerazione moriva.

I cardinali gli surrogarono Calisto II 1119, che zelatore dei diritti ecclesiastici, ma più destro che i predecessori, maneggiò con Enrico un componimento: non vi riuscì, e avendo l'imperatore tentato arrestarlo, egli scomunicò lui e il suo antipapa. Calisto tornando in Italia, fu ben ricevuto dai Lombardi appunto perchè perseguitato dagl'imperiali; fauste accoglienze ebbe da Roma stessa, donde era fuggito Burdino: passò poi a Benevento, ove gli Amalfitani ostentarono le loro ricchezze parandola di tele e drappi di seta e altre preziosità, mentre in turiboli d'argento e d'oro bruciavano cannella ed altri aromi. Colà Guglielmo duca di Puglia e Giordano principe di Capua vennero a prestare al papa il consueto omaggio e fedeltà contra ogni uomo, ed esso gl'investì col gonfalone; trovandosi per tal modo sostenuto dalle forze normanne per combattere le guerre della libertà. E poichè l'antipapa si reggeva in armi, e la campagna era infesta di masnade, dovè venire con un esercito, assediò Sutri, e vi fe prigioniero l'antipapa, che fra indecenti beffe fu ricondotto a Roma, e chiuso in un convento (1122).

La scomunica papale preparava ad Enrico altrettanti guaj che a suo padre; ond'egli prelibandoli chinò la cervice, negoziò un accordo coi baroni che contro lui si erano confederati, e si convenne d'una pubblica pace a Wurzburgo, alla quale tenne appresso quella col papa. La dieta germanica a Worms confermò il concordato, in cui l'imperatore, ribenedetto, rinunziava ad investire i prelati coll'anello e col pastorale, lasciava alle chiese la libera elezione, e prometteva restituir loro le regalie usurpate dopo rotta la guerra. Di rimpatto il pontefice consentiva che i prelati di Germania venissero eletti in presenza dell'imperatore, senza nè violenze nè simonie; dopo eletti accettassero le regalie (oggi si direbbe le temporalità) dall'imperatore mediante lo scettro, e a quello prestassero i servizj dovuti; in Italia, al contrario, l'investitura si dava dopo consacrazione; nè si conservò ai capitoli il diritto di eleggere il proprio pastore.

Qui si chiude il primo atto della guerra delle Investiture, agitata quarantott'anni fra sangue e intrighi. A Calisto II rimase la gloria di quell'accordo, per l'amor della pace che costantemente dimostrò; ma il vantaggio fu tutto del poter secolare, attesochè l'imperatore non recedeva pur da una delle sue pretensioni, e colla presenza veniva a dirigere la scelta, oltre tenersi confermato l'alto dominio. La Chiesa però non aspirava ad acquisti, bensì a restare indipendente nelle cose spirituali, e in ciò trovavasi soddisfatta. Poco poi Lotario II imperatore di Germania lasciossi indurre a rinunziare al diritto di assistere alle elezioni, e fu mutato nel papa quello di decidere le differenze che ne nascessero. Ai principi serbavansi i frutti delle badie e de' vescovadi vacanti, e così lo spoglio de' vescovi e degli abati; ma di queste pure vennero privati poc'a poco.

CAPITOLO LXXIX. Repubbliche marittime.

Poteva il commercio aver fiore allorchè tanti regni v'erano quanti villaggi, e il mercadante ad ogni guado di fiume, ad ogni stretta di monti trovava l'uom di un barone che esigeva un pedaggio o qualche merce al prezzo ch'egli fissava, se pur non volesse anche svaligiarlo? Le vie di terra sì poco erano sicure, che, mentre Giovanni VIII andava in Francia l'878, a Châlons sulla Saona gli fu rubata parte de' suoi cavalli; a Flavigny la scodella d'argento di san Pietro, di cui i papi usavano; e altro rimedio non ebbe che di scomunicare i ladri. Alquanto men male doveano passare le cose in Italia, atteso l'affluire de' pellegrini per devozione e per affari al centro della cristianità, quando gli affari più importanti erano i religiosi.

Il commercio della Germania con Costantinopoli e col Levante era continuato per la Pannonia sinchè questa rimase sotto la placida dominazione degli Avari; ma dacchè fu invasa dai fieri Magiari, si diresse per la Lombardia. Le relazioni coi Franchi aveano pure dischiuso le due strade pel Tirolo a Verona, e per l'Elvezia al lago di Como.