E già ad Alfonso di Castiglia egli scriveva: — Il livore de' miei nemici e gl'iniqui giudizj sul conto mio non vengono da torto ch'io abbia loro recato, ma dal sostenere la verità e oppormi all'ingiustizia. Facile mi sarebbe stato rendermi servi costoro, e ottenerne doni più ricchi ancora che i predecessori miei, se avessi preferito di tacere la verità e dissimulare la loro nequizia: ma, oltre la brevità della vita e lo sprezzo che meritano i beni del mondo, io considerai che nessuno meritò nome di vescovo se non soffrendo per la giustizia; onde risolsi attirarmi piuttosto il livore de' ribaldi coll'obbedire a Dio, che espormi alla sua collera compiacendoli con ingiustizie». Così prevedeva gli odj d'una posterità adoratrice della forza, e che chiamò arroganza l'aver egli osato fiaccare la burbanza dei re[398].

Poco di poi morivano anche Roberto Guiscardo e Guglielmo di Normandia nuovo anticesare; sicchè pareva Enrico trionfasse de' suoi nemici, e che, corretto dalle contrarietà e dagli anni, si rimettesse a moderazione, e si conciliasse i principi tedeschi. Successore a Gregorio VII volea darsi Desiderio abate di Montecassino, che avea spiegata molta virtù e prudenza nei precessi tumulti: un anno intero egli durò al niego, finchè vinto dalle lagrime de' cardinali e dalle promesse dei signori romani che il sosterrebbero contro gl'imperiali, accettò col nome di Vittore III (1086), e potè fra non molto recuperare Roma coll'ajuto di Matilde. Ma non potè sostenersi che coll'armi contro quelle dell'antipapa, e ben presto morì. Un concilio (1088) radunato in Terracina sotto gli auspizj della contessa nominò Urbano II francese, infervorato nelle idee di Ildebrando, e capace di sostenerle. Alla contessa Matilde (1089), invano chiesta da Roberto figlio di Guglielmo il Conquistatore d'Inghilterra, persuase egli di sposare Guelfo II, figlio del duca di Baviera, avverso all'imperatore. Questi, indignatone, occupò tutti i castelli di Matilde in Lorena, poi, ripassate le Alpi, ebbe a tradigione Mantova, devastò altri possessi di lei nel Bresciano, nel Ferrarese, nel Modenese, e le intimava riconoscesse il suo papa Clemente. Accordarsi cogli scismatici parea peccato alla contessa, che ne volle il parere di un'adunanza di vescovi; ed Eriberto vescovo di Reggio le insinuò d'accondiscendere, onde risparmiare la guerra, di cui al vivo dipingeva gli orrori. Stava l'intenerita per cedere, quando un Giovanni, austero eremita, s'affacciò nell'adunanza, rimbrottandola di poca fede perchè esitasse a sagrificare i proprj Stati per la causa della Chiesa: ond'essa tenne saldo, e l'esito smentì la prudenza umana.

Qualche migliore avviamento prendevano intanto le cose religiose; man mano che moriva qualche vescovo scismatico, i popoli, stanchi di rimanere sconnessi dalla Chiesa romana, procuravano ne fossero eletti di migliori. Vero è che tratto tratto gli scismatici rivalevano, e a Piacenza cavarono gli occhi e tagliarono a pezzi il vescovo Bonizone. Poi nella contesa che aveva sbrancato ogni città fra amici del papa o dell'imperatore, una delle fazioni era prevalsa in ciascuna, e le città papaline faceano leghe tra sè e guerra contro le imperiali: ed inebbriate sulla battaglia, persuasero Corrado figlio d'Enrico a ribellarsi al proprio padre. Se le cronache dicessero vero, Enrico era divenuto sleale anche alla nuova sua moglie Adelaide, e imprigionolla a Verona, donde fuggita a Matilde, le narrò com'egli n'avesse esposto il corpo agli oltraggi di molti, e persino del figlio Corrado. Il quale, campato di carcere, scese in Italia, dove grandissimi beni in Piemonte possedeva, ereditati dalla contessa Adelaide sua ava, e fu coronato in Milano (1091), sostenuto dai Bavaresi e da Matilde.

Sì al vivo sentì Enrico la ribellione del figliuolo, che fu per uccidersi, tanto più che le sue armi ebbero la peggio in Italia; e sconfitto di nuovo dalla contessa sotto Nogára, fu costretto ripassar le Alpi, lasciando ad una donna il vanto d'una delle maggiori vittorie che Italiani riportassero sopra stranieri[399]. Alfine egli conchiuse pace (1097) cogli avversarj suoi in Germania, i quali dichiararono Corrado indegno della corona. Costui, lodato di moltissime virtù, ma contaminato dal più nero delitto, sprovveduto di vigor naturale, visse in balìa della fazione che lo aveva eletto, e massime di Matilde, che ormai potea dirsi regina d'Italia, e morì nell'abbandono a Firenze (1101), vollero dire avvelenato dalla gran contessa.

Era designato al trono di Germania il minor fratello Enrico, ma questo pure maturò la ribellione sotto pretesti devoti[400], e tenne cattivo l'imperatore. Il quale liberato si presentò ad un'assemblea in Magonza, confessandosi in colpa, chiedendone perdono, e cedendo la lancia e lo scettro per aver l'assoluzione del legato papale. Si prostrò anche ai piedi d'Enrico dicendo: — Figliuol mio, figliuol mio, se il Signore vuol punire i miei trascorsi, non contaminare il nome e l'onor tuo; poichè natura non soffre che il figlio si eriga giudice del padre». Il figlio neppur gli badò, e il padre andò spargendo e scrivendo miserabili gemiti, finchè morì (1106) a Liegi dopo cinquant'anni di regno. Le sue prosperità furono disonorate dai peggiori vizj d'uomo e di re: che se le sciagure che glie ne conseguitarono fecer qualche volta dimenticare i misfatti con cui le meritò, potremo dimenticare quanto sangue fe spargere coll'ostinarsi nello scisma?

L'antipapa Guiberto, pentito più volte d'essersi così male imbarcato nella nave di Pietro, non ebbe mai il coraggio di sottomettersi; ed or tutta Roma, or tenne solo il castello, ora la campagna, turbando il paese e le coscienze finchè morì improvviso e impenitente, e Pasquale II ordinò che le sue ossa a Ravenna fossero dissepolte e gettate al vento (1100). Esso papa in Guastalla tenne nuovo concilio, fulminando le investiture date da secolari, depose alcuni vescovi, alcune chiese riconciliò, e per umiliare quella di Ravenna ne sottrasse le chiese di Bologna, Modena, Parma, Piacenza, Reggio.

Enrico V, che erasi ribellato al padre col pretesto ch'egli fosse scomunicato, appena si trovò re cominciò guerra al papa, pretendendo poter dare l'investitura; ed esigere l'omaggio ligio dai prelati. Per sostenerlo passò le Alpi; ricevuto orrevolmente dalle città lombarde (1110 agosto), eccetto Milano, e da quelle fornito di denaro e truppe, distrusse Novara e altre terre renitenti; a Roncaglia passò in rassegna ben trentamila soldati scelti a cavallo, oltre gl'Italiani; viaggiò per Pontremoli, la quale dovette pigliar di forza; abbattè Arezzo; arrestava preti e monaci quanti potesse, o li cacciava dalle lor sedi, onde era chiamato sterminatore d'Italia. Di tal passo avanzò fin a Sutri.

La Romagna era sempre sossopra, e Stefano Corso ribellò la Marittima, fortificandosi in Ponte Celle e Montalto, sicchè il papa dovette osteggiarlo. Roma stessa non quetò, sebbene Pasquale vi rientrasse; ogni giorno tumulti, ladronecci, omicidj; una fazione si teneva in armi verso Anagni, Palestrina e Tusculo; una ribellava la Sabina; Pietro Colonna e l'abate di Farfa intercideano le vie verso il Napolitano. Pasquale faticò assai in recuperare le terre al patrimonio; poi, all'udire la venuta d'Enrico V, si fe promettere dai duchi di Puglia e dai proprj baroni che lo difenderebbero. Ma viepiù si fidava sulle ragioni che spiegò all'imperatore; e poichè questi negava recedere pur da uno dei diritti esercitati da' suoi predecessori (1111), Pasquale, che voleva appianar le differenze ad ogni costo, arrivò alla più grande mai delle concessioni; vale a dire che gli ecclesiastici cederebbero tutti i possessi temporali, coi vassalli e i castelli avuti dagl'imperatori, non ritenendo se non le decime e le terre ricevute da privati, purchè l'imperatore rinunziasse all'immorale diritto delle investiture.

Ad Enrico non parve vero di poter ricuperare alla corona tanti feudi, dai re concessi agli ecclesiastici quando importava di farne un contrappeso ai signori laici; onde l'accordo fu sottoscritto e dati gli ostaggi, salva l'approvazione della Chiesa e dei principi dell'Impero.

Pieno disinteresse, zelo d'estirpare il mal seme, ricordo dell'apostolica povertà, recavano Pasquale sino a far che la Chiesa rinunziasse ad ogni temporalità: ma non s'accorgeva come impossibile tornerebbe lo spogliare tanti signori ecclesiastici poderosi; mentre anche ai nobili laici spiacerebbe il veder chiusa quella via di collocamento ai loro cadetti. Di fatto, non appena l'accordo si divulga, i nobili ne mormorano e si oppongono; i vescovi ripetono le regalie possedute per concessioni imperiali; Enrico nega rinunziare alle investiture se non venga adempita la condizione: onde invece d'accomodare s'arruffò, e lo scompiglio e il tumulto s'estesero anche al popolo romano, che, scontento dei Tedeschi rozzi e briaconi, cominciò a scannarli. Enrico prende il papa e i cardinali come statichi, e dopo essere stato ferito e scavalcato, esce di città traendoseli dietro, spogli degli ornamenti e in ceppi, e stringe d'assedio Roma.