La sua vedova fu cercata moglie da Goffredo di Lorena, il quale combinò insieme le nozze del suo figlio d'egual nome con Matilde, fanciulla di Beatrice (1063). S'adontò l'imperatore che di sì vasti possedimenti si disponesse senza sua partecipazione, e tanto più a favore d'una Casa che gli era avversaria in Germania; sicchè nascea pericolo che l'Italia si staccasse dal regno. Scese dunque sbuffante dalle Alpi, tenne come statico Beatrice, andata a supplicarlo: ma vedendo Goffredo con Baldovino suo cugino fare allestimenti in Germania, e temendo s'accordasse coi Normanni per sottrargli tutta Italia, s'indusse a dissimulare; e quegli continuò a governare sì gran parte della penisola. Quando poi suo fratello fu assunto papa col nome di Stefano IX (1057), si disse che questi avesse in idea di mutar la corona imperiale sulla testa di Goffredo, e snidare d'Italia e Normanni e Tedeschi; ma pronta morte dissipò que' disegni. Goffredo parteggiò con papa Alessandro II contro Cadolao, e prestò il braccio onde reprimere Ricardo normanno, che, invase alcune terre pontifizie, pretendeva il titolo di patrizio di Roma. Morto lui (1076), poi anche la madre, e l'indegno marito Goffredo il Gobbo, Matilde si trovò signora de' vastissimi dominj paterni, e d'assai terre dell'alta Lorena, spettanza materna; e ne usava a larghissime beneficenze.
La Toscana è piena di tradizioni intorno a questa insigne donna, attribuendo a lei un'infinità di castellari, di ponti, di chiese; a lei i bagni di Casciano in Valdera, altri bagni a Pisa e il castello di Montefoscoli, a lei la grandiosa chiesa di Sant'Agata al Cornocchio nel Mugello, a lei l'ospedale d'Altopascio, e il palazzo e castello di Nozzano presso Lucca, la quale città cinse di mura e dotò di fondazioni pinguissime. Dante, così avverso alla dominazione papale, pure la immortalò collocandola alle soglie del suo paradiso. Intorno ai costumi di lei varia corre la fama, ma concorde sulla coltura sua, il coraggio, la perseveranza e la devozione verso la sede pontifizia. Devota, pur resiste alla tentazione del chiostro, allora comune, onde versarsi nell'attività del secolo, e malgrado il debole temperamento vi riesce, mercè l'assistenza divina e la forza del suo carattere. Combatte in persona, parla la lingua di tutti i suoi soldati, ha corrispondenza con nazioni lontane, raduna una biblioteca[394], e fa da Anselmo raccogliere il Corpo del diritto canonico, e quel del diritto civile da Irnerio, che per sua cura aperse in Bologna la prima scuola di leggi. Tanta grandezza abbelliva coll'umiltà, e la sua sottoscrizione era Mathilda Dei gratia si quid est.
Mostrò ella speciale devozione a Gregorio VII; e se Bennone, gran nemico di Gregorio, tentò denigrare quell'amicizia, niun contemporaneo, nè il concilio di Worms vi danno piede; e tutta la storia la mostra innamorata non del papa ma del papato, cui restò fedele per sei pontificati successivi[395].
Nel castello di Canossa, che a mezzogiorno di Reggio sorge inespugnabile fra gli squallidi valloni dell'Appennino, sede allora di tanta civiltà, or rovina deserta e quasi ignorata, ricoverò Gregorio presso Matilde quando temette che il favore de' Lombardi non tornasse l'ira allo sbaldanzito Enrico IV: ma questo interpose essa Matilde sua parente, Adelaide di Susa, il marchese guelfo Azzo ed altri primati d'Italia per essere assolto d'una scomunica che lo portava a perdere anche la corona. Di segnalati delitti voleva il papa segnalata la riparazione, sgomento ai baldanzosi, soddisfazione ai deboli che l'aveano invocato. Esigette pertanto venisse a lui in abito di penitenza, consegnandogli la corona come indegno di portarla (1077); ed Enrico, deposte le regie vesti ed i calzari, e coll'abito consueto de' penitenti potè entrare nella seconda cerchia del castello, ed ivi attendere la decisione. Intanto le celle del castello erano occupate dai vescovi di Germania, venuti a penitenza e trattati a pane e acqua; e i signori lombardi stavano attendati nelle valli circostanti. Poichè tre giorni l'ebbe lasciato all'intemperie (18 mag.), Gregorio ammise Enrico al suo cospetto e l'assolse, patto si presentasse all'assemblea de' principi tedeschi, sommettendosi alla decisione del papa, qual essa si fosse; frattanto non godesse nè le insegne nè le entrate nè l'autorità di re. Promesso, dati mallevadori, Gregorio prese l'ostia consacrata, e appellando al giudizio di Dio se mai fosse reo d'alcuno degli appostigli misfatti, ne inghiottì una metà, e porse l'altra ad Enrico perchè facesse altrettanto se si sentiva incolpabile. Potere della coscienza! Enrico non s'ardì ad un atto che avrebbe risoluta ogni quistione, e si sottrasse al giudizio di Dio.
Il secolo nostro che, idolatro della forza, s'inginocchiò al brutale insultatore d'un papa supplichevole, è giusto che raccapricci al vedere un imperatore, violator delle costituzioni, supplichevole ad un papa tutore dei diritti de' popoli.
Ma a quell'umiliazione mancava il merito espiatorio per parte d'un principe che minacciava e piegava, prometteva e mentiva; sicchè gl'italiani lo tolsero in dispregio, e al ritorno gli chiusero le porte in faccia, e discorrevano di deporlo e surrogare Corrado suo figlio. Enrico, indispettito, svergognato, coll'abituale sua precipitazione, ed istigato anche da Guiberto arcivescovo di Ravenna perpetuo avversario di Roma, si pose coi nemici del papa, cercò prender questo, in una conferenza arrestò il vescovo d'Ostia da lui deputatogli, negò presentarsi alla dieta; sicchè i Tedeschi lo deposero come contumace, e gli nominarono successore Rodolfo duca di Svevia. Gregorio riconobbe questo; e pare divisasse unire la media Italia e la settentrionale in un regno, che rilevasse dalla santa sede, come ne rilevavano i Normanni nella meridionale; e a quel regno fosse subalterna la Germania. La nazionale idea non potè incarnarsi, giacchè Enrico, dando e promettendo, e operando risoluto quando il papa procedea circospetto, s'era procacciato amici assai, massime fra i vescovi realisti, come Tedaldo di Milano, Sigefredo di Bologna, Rolando di Treviso, Guiberto di Ravenna, involti nella scomunica; e raccolto un esercito e concilj, fece deporre Gregorio e sostituirgli esso Guiberto, nominato Clemente III (1080).
Allora guerre con varia fortuna: l'anticesare Rodolfo di Svevia in Germania restò ucciso; un esercito raccolto dalla contessa Matilde per isnidare di Ravenna l'antipapa, fu sconfitto presso la Volta Mantovana dai Lombardi; talchè Enrico rassicurato calò in Italia, e a Milano fe coronarsi con solennissima pompa (1081). I suffraganei di quell'arcivescovo in gran pontificale vennero sin al palazzo regio, donde condussero a Sant'Ambrogio il re, con duchi, marchesi, nobili, in mezzo a preci, inni, antifone, e l'introdussero ai gradi dell'altare su cui erano deposte le regie insegne. L'arcivescovo lo interrogò sulle verità di fede, indi se si sentisse disposto di serbare le leggi e la giustizia; e poichè il re ebbe assentito, due vescovi andarono ad interrogare il popolo se fosse contento di stargli soggetto. Avuto il sì, cominciò la cerimonia; e il re prostrossi in croce davanti all'altare, e così i vescovi, tanto che cantaronsi le litanie; quindi il metropolito gli unse d'olio le spalle, e dato che i vescovi gli ebbero la spada, esso gli porse l'anello, la corona, lo scettro, il bastone, e lo assise sul trono, consegnandogli il pomo d'oro e spiegandogli i doveri di re; infine gli diede la pace. Andò poi a prendere la regina, e l'accompagnò all'altare, dove essa fece la preghiera; indi consacrò lei pure versandole olio sulle spalle, e le pose l'anello e la corona. Nella messa il re offerse il pane all'arcivescovo, e da lui ricevette la comunione[396].
I Lombardi continuarono a devastar le terre della contessa Matilde: Lucca, cacciato il santo vescovo Anselmo, che avea scritto a favore di Gregorio VII, ne elesse uno fautor dell'Impero, e si ribellò a Matilde; ma le rôcche di Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone, Montebello, e l'altre di cui erano seminate le alture di Modena e Reggio, offrivano ad essa insuperabili ripari; poi sotto quella di Sorbara nel Modenese riportò segnalata vittoria, facendo prigione il vescovo di Parma, sei capitani, cento militi, più di cinquecento cavalli.
Enrico intanto aveva condotto a Roma il suo antipapa; ma la mal'aria e la resistenza de' Romani, a lui avversi quant'erangli favorevoli i Lombardi, gli impedirono di espugnarla. Però egli corruppe i signori, principalmente guadagnò vescovi, profuse cenquarantaquattromila scudi d'oro e cento pezze di scarlatto che l'imperatore di Costantinopoli gli avea mandate onde indurlo a far guerra a Roberto Guiscardo; alfine dopo tre anni fu ricevuto in Roma (1084), e vi si fece consacrare dal suo Clemente III, mentre Gregorio era chiuso in Castel Sant'Angelo. «Trista città questa Roma! (esclamava Gaufrido Malaterra) le tue leggi son piene di falsità; ogni cattiveria signoreggia in te, e lussuria e avarizia e niuna fede, ordine niuno; la peste simoniaca serpeggia in ogni dove, tutto vi è vendereccio; il sacro Ordine ruina in grazia di te, da cui prima ebbe incremento; non contenta d'un papa, vuoi doppia tiara, e varii di fede secondo il denaro; mentre l'uno sta, batti l'altro; se quello cessa, richiami questo, e l'un con l'altro minacci; e così riempi le tasche»[397].
Abbiam detto come i Normanni si facessero vassalli della santa sede; e Roberto Guiscardo fu adoperato tosto da Nicola II a sfasciare Palestrina, Tusculo, Nomento, Galeria, per isvellere la lunga tirannia che i conti Tusculani esercitavano. Ma poi nella sua ambizione non risparmiò tampoco le terre pontifizie, onde fu scomunicato. Mal badando ai mezzi purchè giungesse a consolidarsi, avea tenuto intelligenze con re Enrico: ma insieme spiava l'occasione di rendere qualche segnalato servigio al pontefice. Stava egli assediando Durazzo, quando, inteso l'oltraggio fatto a Gregorio, interruppe l'impresa, e corso in Italia, con un pugno de' prodi suoi Normanni e con Saracini di Sicilia venne a Roma, e trascorrendo a saccheggi e incendj non men di quello che avesse fatto Enrico, liberò Gregorio e il ricollocò in Laterano. Di quivi il pontefice scomunicò Enrico e l'antipapa, indi in mezzo alle armi v'avviò verso il mezzodì. Per via cercò consolazioni sulla tomba di san Benedetto a Montecassino, la propria vita tempestosa paragonando a quella solitaria pace: a Desiderio abate vaticinò gli sarebbe successore, presentendo necessaria la conciliazione dopo la lotta. A Salerno consacrò la magnifica cattedrale erettavi dal Guiscardo, e vi ebbe le maggiori onoranze. Ma accorato dal veder rivoltosi i proprj cittadini, egli che tanti popoli aveva sollevati contro i sovrani; espulso dalla propria cattedra sè che tanti vescovi avea rimossi; scissa la Chiesa ch'egli aveva tanto faticato a risarcire; e venir meno tanti suoi amici, e declinare la causa in cui mai non eragli mancata la fede, morì esclamando: — Amai la giustizia, e odiai l'iniquità; perciò finisco in esiglio» (1085).