Allora non si pensava che le cose di governo s'abbiano a regolare non colla morale ordinaria, bensì con una particolare equità. Allora (e giovi ripeterlo a costoro che la libertà credono nata jeri) uno non nasceva re, ma doveva essere eletto; cioè condizione del regnare, era l'esserne meritevole; nè i re erano despoti, ma temperati dall'assemblea generale della nazione, e dall'autorità pontifizia che contrappesava la regia, e manteneva la libertà civile. Che se i re non volessero chinarsi a' suoi decreti, un'arma terribile aveva in mano il papa, e propria dei tempi, come n'era propria quella potenza.
Fin dai primi secoli del cristianesimo, la scomunica, oltre escludere dalla sacra mensa e dalle benedizioni, proibiva di abitare, mangiare, discorrere col reprobo, e traeva anche conseguenze civili, come di rimoverlo dagl'impieghi, dalla milizia, dai giudizj. Lentata la devozione, bisognò crescere lo sgomento delle scomuniche con riti e formole tali da spaventare la prepotenza armata; gettavansi per terra candele ardenti, imprecando che a quel modo si spegnesse ogni luce al maladetto; alcuna fiata fu persino scritta la sentenza col sacrosanto vino. Qualora poi si trattasse di un potente, veniva interdetta la città o tutta la provincia dov'egli aveva abitazione o dominio.
Terribile pena! I fedeli restavano privi di quella parola e di quelle cerimonie religiose che dirigono l'anima in mezzo ai turbini, e la francheggiano nelle lotte della vita. La chiesa, monumento ove tanti segni visibili rappresentano la magnificenza del Dio invisibile e dell'eterno suo regno, sorgeva ancora di mezzo alle stanze de' mortali, ma come un cadavere senza sintomo di vita: più il sacerdote non consacrava il pane e il vino per le anime cupide del vivifico nutrimento; non rilevava coll'assoluzione i cuori oppressi dal rimorso; negava l'acquasanta al segno del combattimento e della vittoria. Muto l'organo, muti gl'inni, che tante volte aveano tornato sereno l'animo contristato; muto il solenne mattinare delle suore di Cristo: le campane più non toccano che qualche volta a scorruccio; non più suona la parola di salute dal pulpito, donde l'ultima ora che il santuario restò aperto, lanciaronsi sassi, significando alla turba che in pari modo Iddio l'avea rejetta. Le porte della chiesa del Dio vivente erano chiuse al par di quelle della terrestre: estinte le lucerne tra canti funerei, come se la vita e la luce avessero ceduto luogo alle tenebre e alla morte: un velo nascondeva il crocifisso e le effigie edificanti che parlano al senso interno per via degli esterni. Solo a qualche convento era permesso, senza intervento di laici, a bassa voce, a porte chiuse e nella solitudine della notte, supplicare il Signore a ravvivare colla grazia gli spiriti estinti. La vita non era santificata nelle importanti sue fasi, quasi più non esistesse mediatore fra il reo e Dio; il fanciullo era accolto al battesimo, ma senza solennità, quasi di furto; i matrimonii si benedicevano sulle tombe, anzichè all'altare della vita. Il sacerdote esortava a penitenza, ma sotto il portico della chiesa e in negra stola: quivi soltanto la puerpera veniva a purificarsi, e il pellegrino a ricever la benedizione pel suo cammino. Il viatico, consacrato dal prete solitario, portavasi in segreto al moribondo, ma gli si negava l'estrema unzione e la sepoltura in terra sacra, anzi talvolta ogni sepoltura, eccetto a preti, a mendichi, stranieri e pellegrini. Le solennità, epoche gloriose della vita spirituale, in cui il signore e il vassallo univansi all'altare nella comunanza della gioja e della preghiera, diventavano giorni di lutto, ove il pastore fra il suo gregge raddoppiava i gemiti e i salmi della penitenza universale e il digiuno. Interrotto ogni commercio, questa morte dell'industria scemava le rendite del signore: i notaj tacevano negli atti il nome del principe colpito: ogni disastro consideravasi come frutto di quella maledizione.
Chi non sa immaginarsi quanto effetto dovessero produrre simili castighi in secoli bisognosi di fede e di culto, pensi che avverrebbe se si chiudessero i teatri, i balli, i caffè nella nostra età, bisognosa di divertirsi, di cianciare, di spensare, come quella di credere e di pregare.
Gregorio VII mitigò il rigore delle scomuniche, e mentre dapprima colpivano chiunque avesse a fare collo scomunicato, egli ne eccettuò la moglie, i figliuoli, i servi, i vassalli, chi non fosse abbastanza elevato per dare consigli al principe, e non escludeva dall'usare a questo gli atti di carità. Egli non fu parco di scomuniche a re prepotenti; ed, oltre il polacco Boleslao, ne fulminò il normanno Roberto Guiscardo, che tardava a far della Sicilia omaggio alla santa sede, e che, piegatosi al colpo, le chiese pace e ne divenne protettore.
Cencio, prefetto di Roma, opponevasi all'autorità sacerdotale, e viepiù dacchè il re fu in contrasto col papa, sicchè questo lo scomunicò. Ricco e poderoso quanto iracondo, e sperando così gratificare ad Enrico, penetra costui nella chiesa ove Gregorio compiva le imponenti e affettuose cerimonie della notte di natale, e presolo pei capelli, lo trascina nel suo palazzo (1075). Il popolo, che in Gregorio venerava il proprio rappresentante, unanime si levò a rumore, e assalita la fortezza, lo prosciolse, e sulle braccia recollo a finire a sera la messa interrotta all'alba: nè Cencio sarebbe ito salvo, se Gregorio con magnanimo perdono non avesse mostrato quanto l'uom del popolo sentasi superiore a quel della spada.
L'appoggio della fazione di Cencio avea dato baldanza a re Enrico, il quale raccolse a Worms (1076) un concilio, dove Ugo, cardinale degradato dal papa, lesse una fila di accuse le più insensate e feroci, nessuna delle quali (mirabil cosa in tempi tali e fra tal gente) intacca i costumi di Gregorio; ed essendosi intimato che il non condannare il papa sarebbe un mancare alla fedeltà giurata al re, i prelati dichiararono di più non riconoscere Gregorio. I vescovi lombardi, di cui questo avea frenato l'incontinenza, raccoltisi a Piacenza, approvarono quella decisione; e Rolando da Siena, assuntosi di notificarla a Gregorio, lo fece davanti a un concilio da questo radunato: ma le guardie l'avrebbero fatto a pezzi, se nol salvava Gregorio.
Quei padri, ascoltata l'insultante lettera di Enrico, a una voce lo esclamarono scomunicato; e il papa lo proferì decaduto dai regni di Germania e d'Italia, dispensò dal giuramento prestatogli, sospese i vescovi adunati a Worms, e spedì due legati per distogliere popoli e principi dall'obbedienza. Fu un applauso generale tra' Sassoni e Turingi, che, adottato per grido di guerra san Pietro, si misero a ordine per deporre Enrico. Visto il pericolo, questi (come fece Napoleone dopo le sue sconfitte) scarcerò i principi e vescovi che deteneva: ma già la lega contro di lui abbracciava tutta Germania; onde, avvistosi che l'esercito non gli basterebbe contro la volontà del popolo espressa dal papa, scese a trattare; e si convenne di rimettere la causa al pontefice, dichiarando scaduto Enrico se entro un anno non fosse ribenedetto.
Il papa era dunque preso arbitro, onde veniva ad esprimere il voto della giustizia e della nazione. Il medesimo Enrico nol dichiarò incompetente; anzi, per non incorrere nuove umiliazioni, risolse venire a chiedergli l'assoluzione (1077) prima che scadesse l'anno prefissogli. Nello stridore del verno prese la via d'Italia, coll'oltraggiata moglie Berta e con un fanciullo. I nemici gli aveano chiuso ogni valico: solo pel Cenisio sperava passare senza molestia, giacchè vi dominava l'illustre marchesa Adelaide, unica figlia di Maginfredo di Susa, e che per le varie nozze col marchese di Monferrato e col conte di Morienna, alla casa di Savoja potette acquistare importanza anche di qua dell'Alpi. Governava essa allora con gran lode col figlio Amedeo; e come madre che era di Berta, accolse benevola il re, ma nol lasciò progredire se non le cedeva cinque vescovadi d'Italia[393]; al qual patto gli venne anch'essa compagna. Lietissime accoglienze ebbe in Lombardia, vuoi dall'alto clero, uggiato delle papali riforme, vuoi dai baroni, bisognosi dell'appoggio imperiale per opporsi ai popoli che anelavano alla libertà. Nella restante Italia i Normanni appoggiavano Gregorio, sì per lealtà feudale, sì per tema che l'imperatore, fatto potente, minacciasse la loro recente conquista; il basso clero applaudiva alla rintegrata disciplina, i popolani bramavano assodare il governo a comune, e respingere i Tedeschi: ma la fautrice più efficace di Gregorio fu la contessa Matilde.
Bonifazio, conte di Modena, Reggio, Mantova, Ferrara, aveva (1027) dall'imperatore Corrado Salico ottenuto il ducato di Lucca ed il marchesato di Toscana, riuscendo uno de' più potenti signori d'Italia; e s'aggiunga dei più ricchi e munifici. Quando sposò Beatrice di Lorena, tenne per tre mesi corte bandita a Marengo, servendo in piatti d'oro e d'argento quanta baronia vi capitava, mentre tini come pozzi offrivano vino alla giocondità popolare, ravvivata da sonatori, giocolieri, saltambanchi. Non trovando Enrico III buon aceto a Piacenza, e' gliene mandò, ma con barili e vettura d'argento. Di questa cortesia e d'altre non gli seppe buon grado Enrico, anzi, ingelosito di tanta potenza e ricchezza, lo avrebbe voluto mortificare col privarlo de' feudi: ma tolti quelli, tanti beni proprj possedeva, che sarebbe rimasto ancora grande. Ricorse dunque Enrico alla violenza, e tentò arrestarlo coll'ordinare che, venendo alla corte, da quattro sole persone si lasciasse accompagnarlo. Bonifazio menava invece un grossa comitiva, la quale come vide chiudersi le porte sopra i passi del padrone, le sforzò. Il colpo fallito persuase Bonifazio che i Salici aspirassero a toglier via anche dall'Italia le dignità ducali che ne impacciavano il potere; onde si pose fautore spiegato dei pontefici, e avversario degli stranieri. Nelle sue guerre e negli acquisti avea recato danno alle chiese; lo perchè ogn'anno conducevasi alla Pomposa a confessarsi in colpa, e i monaci lavavano i suoi peccati. E poichè, al modo de' signori d'allora, conferiva titoli e benefizj per denaro, l'abate (1052) il flagellò nudo avanti all'altare della Madonna, finchè non promise astenersi dal sacrilego mercato. Alfine fu assassinato mentre da Mantova passava a Cremona, e il popolo credette che in quel luogo più non crescesse erba.