Mal soddisfatti de' miti provvedimenti, e accorgendosi come gli avversarj dissimulassero solo per necessità, incalorirono l'opposizione Arialdo e Landolfo, poi alla morte di questo il fratello Erlembaldo, ancor più risoluto, e che allor allora tornando dal pellegrinaggio in Terrasanta, aveva infervorato il proprio zelo col visitare le soglie degli Apostoli, dove il papa lo elesse confaloniere della Chiesa. Anselmo da Baggio, salito papa col nome di Alessandro II, favorì di forza gli zelanti, mentre Erlembaldo allettava plebe e giovani (1065), e a capo d'armati strappava dagli altari i preti concubinarj, e correva da Milano a Roma per attingere incoraggiamenti e forza. Di rimpatto il clero istigava la boria patriotica contro Roma, i nobili difendevano colle armi i loro parenti e creati; onde ogni giorno baruffe e sangue: scene riprodotte nelle altre città, come gli scandali che vi davano occasione.

E del furore armato cadde vittima Arialdo con orribili strazj. Il sangue esacerba le ire; Guido co' suoi è cacciato; ed egli vende la dignità a un Goffredo, che d'intesa coi vescovi e coi capitanei di Lombardia, va coll'anello e col pastorale al re di Germania, e gli propone di sterminare i Patarini se lo investa dell'arcivescovado. L'imperatore, desideroso d'umiliare il papa e chi per lui, accondiscende alla domanda, e l'intruso s'accinge all'effetto: ma Erlembaldo piglia le armi, e dopo saccheggi e incendio, rimasto padrone della città, governa con un consiglio di trenta persone, confisca i beni di qualunque prete non possa con dodici testimonj giurare di non aver avuto affare con donne: molti, insofferenti della insolita dominazione, fuoruscirono; più volte si tornò alle mani, intanto che gli uni e gli altri imparavano a governarsi senza nè conte nè arcivescovo, in vera repubblica. Principi e buffoni cuculiano quegl'involontarj divorzj dei preti: i nobili rientrati s'affaticano a screditare i Patarini, e blandiscono il popolo col proporgli una confederazione, allo scopo di assicurare l'integrità della chiesa milanese.

Morto Guido (1071), Erlembaldo fa eleggere arcivescovo un giovinetto Attone; e la fazione contraria si leva in armi, assale il prelato, che non potè salvar la persona se non salendo in pulpito e abdicando: ma Roma lo riconobbe, e scomunicò Goffredo. Erlembaldo continuava guerra ai concubinarj; ma i nobili tornati in armi lo uccisero (1075), e il popolo lo onorò come martire.

Il conte Everardo, uno scomunicato spedito da re Enrico, adunati i signori lombardi a Roncaglia, li ringraziò d'avere ucciso Erlembaldo, proscrisse i Patarini, e fece eleggere un nuovo arcivescovo; in modo che tre persone portavano questo titolo. Ma il popolo, che pativa dalla corruzione del clero, che mal comportava si sperdessero in reo lusso le ricchezze concedute alle chiese per sollievo de' poveri, che dal rigore de' monaci era stato avvezzo a considerare come perfezione il celibato, e che suol pretendere maggiori virtù da chi lo dirige, vigorosamente sostenne il decreto del papa che l'imponeva, maltrattò i renitenti, li respingeva dagli altari o fuggiva dai loro sacrifizj; onde quell'ordine prevalse, dopo quasi un secolo di contrasti. Sciogliendo i sacerdoti dai legami della famiglia, assicurava una milizia, devota interamente al pontefice, e intenta a saldarne la potestà; toglieva che le dignità passassero per retaggio, anzichè essere attribuite per merito; e che divenissero beni di famiglia quelli che erano stati commessi alle chiese come patrimonio universale dei poveretti.

Il patriarca di Aquileja, dopo la quistione dei Tre Capitoli, era rimasto a capo di quanti vescovi reluttavano alle decisioni del pontefice; alfine piegò anch'esso, ed ora nel ricevere il pallio dovette dare un giuramento (1079) che poi si estese agli altri metropoliti e ai vescovi nominati direttamente da Roma; ove s'obbligavano al modo stesso che i vassalli al signore, cioè di serbare fedeltà al pontefice, non tramare contro di lui nè rivelarne i secreti, difendere a tutta possa la primazia della chiesa romana e le giustizie di san Pietro, assistere ai sinodi convocati da esso, riceverne orrevolmente i legati, non comunicare con chi da esso fosse scomunicato: di poi vi s'aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie degli apostoli, o mandare chi rendesse conto dell'amministrazione della diocesi; osservare le costituzioni e i mandati apostolici, nè alienare verun possesso della mensa se non consenziente il santo padre.

Resa al clero la potenza che trae dalla virtù, bisognava saldare l'indipendenza col toglier via la pietra dello scandalo, il diritto che i signori laici arrogavansi d'investire coll'anello e col pastorale i prelati; occasione di simonie e di elezioni indegne. — E che! la più miserabile femminetta può scegliersi lo sposo secondo le leggi del suo paese; e la sposa di Dio, quasi vile schiava, dee riceverlo di mano altrui?» così sclamava Gregorio VII, e forte nella propria volontà e nel voto del popolo, al quale si appoggiò in ogni suo atto[392], e dal quale trasse la forza portentosa di superare tanti ostacoli, proibì agli ecclesiastici di ricevere investitura di qualsiasi benefizio per mano di laico, pena la destituzione; e ai laici di darla, pena la scomunica.

Secondo il diritto politico, il capo dello Stato non premineva a' suoi vassalli se non per la superiorità attribuitagli dall'infeudazione; laonde col togliere ai signori d'investire i prelati si sottraevano questi dalla loro dipendenza, e sottometteasi al pontefice forse un terzo dei possessi di tutta cristianità. Se poi la Chiesa rinunziasse ai beni e ai diritti pei quali davasi l'investitura, rimaneva spoglia d'ogni autorità temporale e dipendente dai principi come oggi il clero protestante. Se, al contrario, conservandoli ella si esimesse dal chiedere ad ogni vacanza la conferma secolare, non solo diventava indipendente, ma sarebbesi dilatata in potenza fin a rendere vassalli i principi. Non rifuggiva da queste conseguenze Gregorio, poichè, volendo rigenerare la società per via del cristianesimo, non credea potervi arrivare finchè la sede romana non fosse levata di sopra dei troni. Ne veniva per diritta conseguenza il suo mescolarsi alle cose temporali e al governo de' popoli: ed agli uni vietò il trafficare di schiavi, ad altri rinfacciò i vizj; scomunicò re contumaci, obbligò altri a continuare alla chiesa romana quell'omaggio con cui i loro predecessori ne aveano compensato la tutela; e dove i baroni degradavano gli uomini alla condizione di bestie da soma, egli voleva rialzarli con santità più che umana. In ogni sua opera, nulla pel vantaggio personale, tutto per la Chiesa: inesorabile cogli altri come con se stesso, di fede irremovibile in ciò che credeva disegno della Provvidenza, egli stesso si dà come un abitatore delle regioni dove non penetrano mai la nebbia della paura nè le ombre del dubbio: altri papi aveano gemuto, esortato, negoziato, transatto; Gregorio comanda, ardisce ogni estremo, vuole che la potenza papale non abbia altri limiti che la volontà di Dio e la coscienza, e per correggere gli abusi si colloca di sopra dei re, interessati a conservarli.

Si foss'egli incontrato in principi degni, poteva rigenerare la Chiesa e il mondo: ma in quella vece ebbe a cozzare con malvagi; e il resistere alle arti loro lo portò a metter fuori tutte le armi che gli erano offerte dal suo tempo e dalla sua posizione.

Era succeduto al trono di Germania Enrico IV (1056), re nella cuna, orfano a sei anni. Educato a tracotante idea della regia potenza, e a spregio della disciplina ecclesiastica, ai venticinque era già un tirannello rotto ad ogni bruttura; maltrattò la moglie; le case contaminava colle libidini, spinte fin nelle sorelle. Singolarmente egli offese ne' più preziosi diritti i Sassoni, che i loro unendo ai lamenti di tanti altri, si diressero al pontefice come al repressore d'ogni vizio e tirannide, come all'appoggio d'ogni sforzo contro gli abusi; e l'esortavano a deporre quest'indegno regnante: diritto, io non cerco se giusto, ma riconosciuto in quel tempo non solo dal gius canonico, ma dal civile de' Tedeschi. Gregorio, già disgustato di questo imperatore che facea mercato pubblico delle sacre dignità e tenevasi attorno persone scomunicate, lo citò a giustificarsi davanti a un concilio in Roma. Più sdegno che timore ne prese Enrico, e gli rispose che il deponeva di pontefice.

Ecco dunque due podestà che minacciano a vicenda distruggersi: l'una avea per sè l'opinione popolare, l'altra la violenza; e ciascuna usò le armi sue.