Finchè vendevansi le chiese, finchè se ne otteneano le dignità per moneta e brogli, finchè il libertinaggio di chi le occupava inchinavasi ai principi venditori più che non ai pontefici riformatori, potea mai sperarsi che i vescovi ricuperassero l'indipendenza d'autorità, di cui avevano fatto getto per acquistare la libertà de' costumi? Depravata la Chiesa perchè si secolarizzò, bisognava tornarla alle norme ecclesiastiche, rinvigorire il sacerdozio, il monachismo; sopra i malvagi, di qualunque grado fossero, istituire un censore, disoggetto da temporali potenze; e tale non potendo essere se non il papa, era duopo sottrarne l'elezione ai laici, sciogliere i sacerdoti dal legame feudale, e perciò isolarli dalle famiglie. Chi si accingesse a rompere il triplice vincolo della terra, della famiglia, dell'autorità con cui il clero trovavasi legato alla società, troverebbe durissimo cozzo nei re che scapitavano di potenza, nei preti che perdevano comodità alle passioni, nelle molli abitudini. Non poteva egli esser dunque che un eroe; nè i passi dell'eroe e in età sciagurate vanno misurati col metro dell'uomo ordinario e de' tempi quieti.
Nel monastero di Cluny era cresciuto Ildebrando (n. 1013), di Soana nel Senese; ed erudizione profana e sacra, integerrimo costume, cuor retto, giudizio ponderato nell'ideare, ferma prudenza nell'eseguire, presto lo segnalarono. Stomacato della universale corruttela, vide non potersi correggere il mondo se non correggendo la Chiesa che n'era capo; e vigile, attivo, indomito, sempre fondato sulla vetusta tradizione e sul voto del popolo, vi si applicò quando fu preso a consigliere dai pontefici. Le nefandità, tra cui era testè corso il papato, lo convinceano che ogni male venisse dal restare la suprema dignità commessa all'elezione interessata e corrotta de' secolari: ma poichè non si poteva di tratto abolire la pretensione degl'imperatori, cominciò a sanare le nomine regie col sottometterle alla rielezione del clero e del popolo. In questo intento consigliò Brunone d'entrare in Roma da pellegrino (1049), e quivi chiedere il suffragio di chi solo v'avea diritto. Brunone, che fu Leon IX, il fece, ed annunziò il divisamento di deporre i vescovi simoniaci; ma trovò il male così esteso, che fu costretto rallentar quel rigore, imponendo solo quaranta giorni di penitenza ai convinti.
Lui morto (1055), Enrico III nominò il monaco Gebardo suo consigliere, persona specchiata, che assunto il nome di Vittore II, per sè e coll'opera d'Ildebrando procacciò a riformare la disciplina. Dopo di lui, una fazione, sazia di tanti papi tedeschi, portò al seggio Stefano IX (1057), che fu zelantissimo della disciplina, e che, morendo dopo soli otto mesi, pregò non si eleggesse il successore fin quando di Germania non tornasse Ildebrando. Però Gregorio conte di Tusculo, armata mano, fe proclamare l'inetto Giovanni vescovo di Velletri (1058), col nome di Benedetto X. Ildebrando, conoscendo che il papa d'una fazione sarebbe ancor peggio che il papa d'un imperatore, si unì ai grandi, a Pier Damiani e ad altri cardinali, pregando dalla imperatrice Agnese un altro pontefice, il quale fu Gerardo vescovo di Firenze. Ildebrando, che ne recò l'annunzio, ebbe cura fosse rieletto in un sinodo a Siena, ove prese il nome di Nicola II (1059); e perchè più non si rinnovassero le elezioni tumultuarie, lo indusse a toglierne il diritto al re ed al popolo, per affidarlo ad un concilio di cardinali vescovi e cardinali cherici[386], salvo l'approvazione del clero e l'onore dovuto all'imperatore.
I grandi, stizziti del vedersi tolto il lucroso privilegio, spedirono chiedendo un papa al nuovo imperatore Enrico IV; e i prelati lombardi da lui convocati a Basilea (1061), abrogata la costituzione di Nicola, stanziarono che il pontefice dovesse scegliersi nel paradiso d'Italia, come definivano la Lombardia, acciocchè avesse viscere tenere a compatire la fragilità umana, ed elessero Cadolao vescovo di Parma, che si fe dire Onorio II[387]. Venne costui a prendere possesso della dignità colle armi, alleandosi anche colla fazione di Tusculo; ma Ildebrando avea già fatto proclamare dai cardinali Anselmo da Baggio vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II. Lo scisma proruppe in guerra civile, dove il papa legittimo restò vinto in prima, indi vincitore. Solo dopo molti anni l'arcivescovo di Colonia Annone, tutore di Enrico IV, lo riconobbe: e Cadolao, gran tempo sostenuto nel Castel Sant'Angelo da Cencio, che comprò a contanti, riuscì a fuggire, senza però mai rinunziare alle sue pretensioni. Un concilio adunato a Mantova chiarì legittima l'elezione di Alessandro.
Tanta potenza esercitando, riverito come signore dai papi medesimi, da un pezzo Ildebrando avrebbe potuto sedere sulla cattedra di san Pietro, qualora l'avesse ambita; ma celebrandosi le esequie di Alessandro, la folla (1073) invade tumultuosamente la basilica Laterana, acclamando d'ogni parte Ildebrando papa per volontà di san Pietro. Egli accorse al pulpito per chetare quel disordine; tutto invano; nè il gridare ristette finchè i cardinali non ebbero annunziato pontefice l'eletto dal popolo e dall'apostolo. Allora la pompa del nuovo papa e le acclamazioni si mescolarono in modo strano all'apparato funebre e al corteo di suffragio.
Con ciò si preveniva l'intervenzione e la probabile opposizione imperiale, e assicuravasi ai cardinali il contrastato privilegio elettorale: pure Ildebrando ne informò Enrico, pregandolo sottrarlo da quel peso, altrimenti dichiarandosi mal disposto a soffrire i comporti di esso imperatore. Malgrado questa diffida, non avendovi trovato ombra di simonia, Enrico non potè negare l'assenso. Allora col nome di Gregorio VII piglia assunto di guerreggiare la simonia e l'incontinenza, che da due secoli insozzavano la sposa di Cristo; trova che la forza domina dappertutto? e' vuol dappertutto far prevalere il pensiero; trova il pontificato fiacchissimo, robustissimo l'Impero? e' si propone di sottometter questo a quello, come l'anima comanda al corpo, come l'ingegno dirige le braccia. Viaggiò per Italia amicandosi i prelati buoni; e agevole dovunque trovasse docilità, inflessibile coi contumaci, instaurava l'antica disciplina. Abbracciando l'intera cristianità nelle sue attenzioni, dove in persona non giungesse moltiplicavasi per via di legati; non negligeva le minuzie della reggia e della cella; ingiunse che tutti i vescovi nelle proprie chiese facessero insegnare le arti liberali; e non badava a farsi nemici, perchè in ogni atto si proponeva non la superbia umana, ma la salute delle anime.
Divenuto il sacerdozio e le prelature impiego dei ricchi, quest'una cosa mancava, che quelle comodità non si dovessero comprare colle astinenze del celibato, nè il posseder benefizj togliesse i godimenti della famiglia; da ultimo si rendessero patrimonio le dignità, i vescovadi, il papato, introducendo anche nella Chiesa l'assurdità delle cariche ereditarie ch'ella avea sempre rejetta. Ed a questo pure si tendeva; e già in molte diocesi era invalso il matrimonio dei preti, che la prudenza, il decoro, la libertà necessaria al clero aveano fatto vietare. Allora dunque che Gregorio richiamò la trascurata proibizione, si allegavano la consuetudine d'alcune diocesi, i privilegi speciali, i legami di famiglia già contratti, e un lamento levossi per tutta la Chiesa occidentale.
Il clero dell'alta Italia erasi di buon'ora corrotto, e già al tempo de' Longobardi Paolo Diacono deplorava che più nessuno frequentasse il San Giovanni di Monza, in grazia de' suoi preti concubinarj e simoniaci. Ne' contorni di Brescia, al 790, uscì un monaco ad annunziare imminente la fine del mondo, colpa la depravazione dei monaci; e spacciatosi profeta, distribuì i suoi seguaci in cori d'angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i monaci, sinchè non venne mandato a morte[388].
A Milano il mal costume era cresciuto in proporzione delle ricchezze e della potenza del clero; e indarno il concilio di Pavia avea voluto interdire il matrimonio ai preti, che pretendevano appoggiarsi ad una concessione di sant'Ambrogio[389]. Vi serpeva pure la simonia, e fin dall'820 papa Pasquale si lagnava colla chiesa milanese del trafficarvisi d'ordini sacri. Per ciò e per ambizione quel clero stava alieno dalla santa sede, e per due secoli se ne tenne quasi separato, pretendendo che la chiesa di sant'Ambrogio non fosse inferiore a quella di san Pietro. Guido da Velate (1045), postovi arcivescovo per favore del re e contro il privilegio del capitolo[390], vendeva le cariche, scaricava su altri il peso del suo ministero, mentr'egli consumava tempo ed entrate in caccie ed esercizj guerreschi. L'alto clero il favoriva per imitarlo; ma il minore ed il popolo ne prendeano scandalo e nausea, a tal segno che, mentr'egli celebrava, l'abbandonarono tutto solo all'altare.
A capo de' rigorosi stava Anselmo da Baggio, prete della metropolitana; onde Guido lo fece dall'imperatore destinare vescovo di Lucca. Neppur là dimenticò egli la patria; e udito come Guido avesse nominato sette diaconi indegni, corse a Milano, e s'affiatò con Landolfo Cotta ed Arialdo d'Alzate, principali fra i rigoristi, e cominciarono alzar la voce a rischio della vita, più ascoltati quanto più apparivano i vizj del clero. Tosto si formarono due fazioni nella diocesi: una dell'alto clero co' suoi parenti ricchi e titolati e sostenuti da forte vassallaggio, e li chiamavano i Nicolaiti; l'altra detta dei Patarini, poveri e plebei, ma forti nella bontà della causa e nel favore della moltitudine. Fin alle armi si venne; ma trovato chi osa dire una verità, può soffocarsene il suono? Roma sostiene quelli che il ferro dei grandi minaccia e che i sinodi provinciali scomunicano. Pier Damiani e Anselmo da Baggio, spediti legati dal papa in Lombardia, mostrato come fosse ingiusta la pretensione di non dipendere da Roma, tornarono la chiesa milanese all'antica sommessione, e in un sinodo a Roma quell'arcivescovo tenne il primo posto, e ricevette dal papa l'anello, col quale fin allora i re d'Italia erano soliti investirlo. Lasciarono in carica Guido, affinchè il deporlo non mettesse sgomento agli altri, tinti della pece istessa; ai meno colpevoli imposero di digiunare a pane e acqua, per cinque anni, due giorni ogni settimana, e tre nelle quaresime di pasqua e del san Giovanni; a' più rei, sette anni, oltre il digiuno d'ogni venerdì, vita durante; all'arcivescovo per cento anni, dei quali però poteva riscattarsi a prezzo; e dovea promettere di mandar tutti i preti colpevoli in pellegrinaggio a Roma o a San Martino di Tours, ed egli stesso andare a San Jacopo di Galizia e al santo sepolcro[391]. All'eguale effetto riuscirono nel resto di Lombardia.