Raterio nacque d'un legnajuolo, e anche divenuto vescovo di Verona amava fabbricare e restaurar chiese; così povero che nè cappellano aveva nè famiglio; nessun lusso nel vestire e nel calzarsi, dormire in terra o sopra un pancone, tenere a mangiar seco ogni qualità di persone, digiunare talvolta fino a nona, facendo penitenza per gli altri; non che curare le maldicenze, donò dodici soldi d'argento a uno che gli aveva detto ingiuria. Egli muove caldissimi lamenti contro il clero nostrale, che sollecitava la libidine con vini e cibi; e raccolto un concilio, trovò che molti nè tampoco sapevano il credo[382]. A Farfa, Campone e Ildebrando avvelenano l'abate, e a forza di denari il primo ne ottiene la dignità; ma Ildebrando scontento solleva i vicini di Camerino, caccia Campone, e si fa donno del monastero; Campone con maggiori somme si trae dietro altri, recupera il posto, e attende a mettere al mondo figliuoli e arricchirli coi beni del monastero.

Alberico, nominato vescovo di Como da re Enrico II (1010), di cui era cappellano, donò ai monaci Benedettini un podere del clero di Sant'Abondio, perchè questo ne faceva scialacquo in pazzie e in cure secolari. Aveva sotto di sè vassalli, gastaldi, avvocati, il visdomino; e fu degli zelanti nel riformare il clero. Eppure avendo avuta da re Corrado in commenda la ricchissima badia di Breme in Lomellina, per venirne in possesso fece metter le mani addosso all'abate, e cacciatolo in carcere lo costrinse a giurargli fedeltà. Poi al tempo del ricolto andò al monastero, e fece egual violenza a due monaci che per avventura si opponevano alle sue depredazioni; ma la notte, ecco san Pietro gli compare al letto, e non pago di rimproveri, lo batte e mutila in sì mal modo, che la mattina avendolo i monaci costretto a partirsene, tra via morì[383].

Clero e popolo, trovandosi esclusi dalle nomine, e imposti superiori sconosciuti o perversi, mal si rassegnavano all'obbedienza, e ne nascevano turbe e tumulti. A Firenze il vescovo Pietro di Pavia era tacciato di aver compra la dignità dall'imperatore; contro lui principalmente alzano la voce san Gualberto fondatore dei Vallombrosani, e Tenzone che da cinquant'anni stava murato in una celletta; pretendeano non si dovessero ricever da esso i sacramenti, e accusavano di connivenza Pier Damiani, il quale rispondeva che, ammettendo ciò, vi sarebbe da un pezzo interruzione nel ministero della Chiesa di Dio. Per finirla, il vescovo mandò ad assaltare il convento di San Salvi, trucidando quanti monaci furono côlti (1067). I sopravissuti invocarono il giudizio di Dio per provare esser Pietro indegno di quella sede. Eretti due roghi vicini e accesili, il monaco Giovanni vi passò scalzo senza nocumento o dolore; Pietro si ritirò in un monastero, e Giovanni Igneo divenne cardinale e vescovo d'Albano. Di Roma abbiam già detto abbastanza e troppo.

A tanta corruzione i concilj opponevano decreti di morale e di disciplina: s'introducevano regole più austere, qual fu l'Ordine dei Cluniacesi (910), che dalla Francia ove nacque presto si diffuse anche in Italia; il severissimo de' Certosini (1084), dal fondatore san Brunone portato alla Torre in Calabria. Romoaldo, nobilissimo ravennate e confidente di Ottone III, ritiratosi nel deserto di Camaldoli (campus Maldoli) (1012), tra le più belle faggete e abetine che coronino la vetta degli Appennini, fabbricò una chiesa e cellette distinte per ciascun monaco, dettando una regola di continui digiuni e prolungati silenzj. Incessantemente egli predicava contro la simonia, e disciplinava il clero; molti prelati simoniaci venivano a consultarlo, «ma (dice Pier Damiani) non so s'egli abbia emendato un solo; tanto è dura quest'eresia, e tanto difficile la guarigione, che con meno fatica si convertirebbe un Ebreo». A un conte Olibano, che venuto con gran corteo alla sua cella, gli espose i proprj peccati, intimò non potrebbe salvarsi se non rinunziando alle pompe del secolo: e quegli obbedì, e si fe monaco. A Ottone III, in penitenza dell'avere ucciso Crescenzio, impose pellegrinasse a pie' scalzi da Roma al monte Gargáno, poi nel monastero Classense di Ravenna digiunasse l'intera quaresima, cinto di cilizio, e dormendo s'una stuoja. Esso imperatore l'obbligò a uscir dalla solitudine per riformare il monastero Classense; ma que' monaci non sapeano adattarsi a tanto rigore, sicchè Romoaldo ruppe la verga, e tornò al suo ritiro. Qui visse fino a cenventitre anni; poi Rodolfo, quarto priore, fabbricò a valle il convento di Fontebuona, i cui monaci doveano procurare i poveri alimenti agli eremiti della montagna; e quella congregazione, approvata da Alessandro II (1072), acquistò dappoi tante ricchezze, quanta a principio n'era stata l'umiltà.

In una delle ricorrenti baruffe cittadine era stato ucciso un nobile fiorentino, e tutta la parentela tenevasi obbligata a vendicarlo. L'uccisore stava dunque in grande apprensione, e scontrato uno d'essi parenti, per nome Giovanni Gualberto, in un calle ov'era impossibile cansarlo, dandosi perduto, si gittò a terra colle braccia tese a pietà. Giovanni, venerando la croce che in quell'atto egli rappresentava, gli perdonò; e colla tenerezza infusa da una buona azione entrando in San Miniato, parvegli che un crocifisso s'inchinasse, quasi ringraziandolo d'aver perdonato a suo riflesso. Tocco dal miracolo, lascia il mondo quando di maggiori attrattive lusingava la sua giovinezza, e a malgrado del padre (1060), raccorci i capelli, veste l'abito; poi per desiderio di maggior solitudine si colloca a Vallombrosa negli Appennini, rimettendo al primitivo rigore la regola di San Benedetto, dando a' suoi un vestire di grossa lana bianca e bruna, e, cosa nuova, con frati laici distinti di condizione, a' quali era permesso parlare mentre fuori attendevano a lavori.

Leone da Lucca, che, sebbene abate della Cava, andava far legna al bosco, e grossi fasci ne portava a Salerno da vendere per vantaggio dei poveri, riprese più volte l'avarizia e crudeltà del principe Gisolfo; ma trovandolo incorreggibile, gli predisse che sarebbe spodestato da Roberto Guiscardo. Più d'una volta presentossi alle prigioni, e senza che alcuno osasse opporsegli, liberò quei che il principe avea condannati a morte.

E Giovanni Gualberto, e San Nilo, romito di Calabria, ed altri di quel tempo moltiplicarono miracoli di conversioni, ma la voce e l'esempio de' pari loro riuscivano d'efficacia parziale, nè a piaghe incancrenite poteva venire il rimedio se non da quel seggio, alla cui altezza principi e popoli affisavano lo sguardo. Ma la sede romana era talmente contaminata, che gl'imperatori ne coglievano pretesto per collocarvi loro creati, perpetuando in tal modo l'abuso delle illegali elezioni. Gerberto, monaco dell'Alvergna, poi abate di Bobbio, fu dotto nelle matematiche, le quali voleva nelle scuole si accoppiassero alla dialettica per crescere forza e penetrazione agli intelletti; introdusse o estese l'uso delle cifre arabiche, con gran cura adunava libri, pose a Magdeburgo un oriuolo forse a bilanciere, e chi entrasse nella camera di lui, vi vedeva astrolabj, sfere, cifre strane, e l'altro corredo da astrologi e maghi. Fu dunque creduto un di costoro, e che avesse patteggiato col demonio per apprendere que' bei trovati e i modi di salire alla suprema dignità. Questi modi però erano scienza superiore ai contemporanei e perseveranza: e dopo che fu arcivescovo di Reims, Ottone III suo scolaro il collocò arcivescovo di Ravenna (999), in fine papa col nome di Silvestro II[384].

Soli quattro anni regnò, e ne' successivi (1003-12) il prefetto di Roma e la fazione dei conti di Tusculo portarono al seggio Giovanni XVII e XVIII, Sergio IV, infine Benedetto VIII uno di essi conti, che illaudabile come pontefice, dell'abilità guerresca si giovò a snidare da Luni i Saracini. Denaro e forza gli diedero successore il fratello Romano ancora laico (1024), console e senatore di Roma, che volle chiamarsi Giovanni XIX, e che vendette per ripagarsi. Poi la fazione stessa tusculana fece eleggere un suo nipote Teofilatto (1033), di dodici anni, che disonorò colla scostumatezza il nome di Benedetto IX.

Due volte dalla pubblica indignazione cacciato e surrogatogli Silvestro III, due per la forza imperiale ricuperò la tiara; la vendette a Giovanni XX, poi col denaro ritrattone soldò gente e ripigliolla. Graziano arciprete, entrato conciliatore, sì bene destreggiò e spese, che ottenne per sè il pontificato (1044), col nome di Gregorio VI. Allora sedettero tre papi contemporanei, che non pensavano a regolare la Chiesa, ma a spartirsene gli emolumenti.

Invitato a riparare a tali disordini, Enrico III convocò a Sutri un concilio, ove Silvestro III e Giovanni XX furono sentenziati d'intrusi, e Gregorio, confessando averlo ottenuto per vie riprovate, depose il pastorale, e si ritirò fra i Cluniacesi. L'imperatore fece eleggere Sugero vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II (1046), coronò Enrico, e pensava svellere la dominante simonia, ma pontificò appena un anno. Al morir suo, Benedetto IX ritorna[385]; ma Enrico spedisce a Roma Poppone vescovo di Bressanone, che pochi giorni siede papa col nome di Damaso II; indi la dieta raccolta a Worms elegge Brunone vescovo di Toul (1048). Così, per evitare le doppie e le turpi elezioni, credessi necessario che i re destinassero i capi alla Chiesa, e preferissero Tedeschi, meno corrotti e alieni dalle fazioni. Brunone aveva cercato sottrarsi al papato sin col fare pubblica confessione de' proprj peccati: indotto poi ad accettarlo, nell'avviarsi a Roma volle averne parere con Ildebrando, monaco di Cluny in gran riputazione di dottrina e virtù; il quale mostrandogli l'indegnità di un'elezione laica, l'indusse a mutare l'abito pontificale in quel di pellegrino, fin a tanto che il popolo e il clero di Roma non lo avessero liberamente nominato.