Furono queste inventate dai papi per erigervi la propria primazia? o l'autore si propose di supplire alla mancanza di un codice ecclesiastico conforme ai bisogni del tempo, raccogliendo titoli antichi anche spurj; trasformando in vere decretali altri, a cui il pontificale romano alludeva, o desumendoli da storici e da padri della Chiesa e da collezioni anteriori? Ne disputano gli eruditi: ben sappiamo che, al risorgere della critica, il Valla e i cardinali Baronio e Bellarmino ed altri non meno pii che dotti non esitarono a dichiararle false; ma al comparir primo trovavansi così conformi ai principj ed alle istituzioni della Chiesa, che i più le accolsero senz'altro, sinodi e papi le citarono, altri compilatori vi fecero sopra fondamento, e ne restò legittimata la supremazia papale.

Ma altrettanto erano altere le pretensioni dell'autorità secolare, onde non era possibile procedessero senza venire a cozzo. La Chiesa avea sempre gelosamente provveduto che l'elezione de' prelati rimanesse libera, e fatta per merito non per sollecitazioni, o tumulti, o mercato. Ma quando ogni possesso ed ogni autorità si ridusse feudale, tal si volle ridurre anche l'ecclesiastica: e parve ai re poter obbligare i prelati a prestar loro l'omaggio e chiedere la conferma de' possessi e delle giurisdizioni; ed essi ne gl'investivano colla tradizione dell'anello e del pastorale.

Il diritto d'investirli dava ai re una grande ingerenza anche nell'eleggerli, e presto una specie di padronanza nelle cose ecclesiastiche. Mentre riduceano i sacerdoti ad obblighi secolareschi, raccomandavano spesso le badie a qualche secolare (commende), cioè gliene attribuivano i frutti, lasciando al clero i pesi. Di qui un traffico di ecclesiastiche dignità, le quali portando lucro e potenza, procacciavansi con denaro, o, come lamentava san Pier Damiani, «coll'adulare il principe studiandone le inclinazioni, obbedendo ad ogni suo cenno, applaudendo ogni parola che gli caschi di bocca, andandogli in ogni cosa a versi. Non è comprata cara la dignità con sì lunga servitù, col far da parasito e buffone per diventare vescovo?»

Dal soverchio ingrandimento veniva dunque umiliazione vera al clero; onde Attone vescovo di Vercelli[377] non rifina di compiangere le tirannidi usate ai vescovi, accusati da chi che fosse, costretti a difendersi col giuramento e col duello; intanto che i principi carpivano al clero e al popolo le elezioni; e non ai più degni, ma guardavano a parentele, servigi, ricchezze; talchè s'accumulavano in un solo molte prelature, o attribuivansi a fanciulli che appena sapessero qualche articolo di fede, tanto da rispondere ad un esame di semplice formalità. Manasse possedeva i vescovadi d'Arles, Milano, Mantova, Trento, Verona: già incontrammo un vescovo di Todi di dieci anni, un papa di nove. Il padre che avea portato in braccio suo figlio alla sede, mercanteggiava a nome di lui cariche, parrochie, benefizj, riscoteva le decime e il prezzo delle messe, e colla spada faceva e disfaceva nella diocesi, come fra' suoi vassalli[378].

Gli uomini di retta volontà rifuggivano da tali accatti; onde le cattedre restavano a gente che, entrata di rapina a guardia del gregge, come avrebbe offerto quella perfezione di virtù che è richiesta dalla Chiesa? come avrebbero potuto essere gli uomini di Dio e del popolo, se prima dovevano essere gli uomini del re? e come non essere gli uomini del re, quando questo li sceglieva secondo i suoi interessi? Ben la santità di alcuni e la bontà del basso clero manteneva la distinzione, che il carattere e le funzioni pongono fra laici e sacerdoti: ma quelli d'illustre nascita o di elevata dignità si brigavano nelle occupazioni della nobiltà, e meglio della teologia e delle pacifiche virtù credevano s'addicessero al grado loro le armi, il mestar partiti e maggioreggiare nelle Corti.

Quando Arnolfo arcivescovo milanese si condusse ambasciatore alla Corte greca, traeva immenso codazzo d'ecclesiastici e secolari, fra cui tre duchi e assai cavalieri, ai quali avea distribuito pelliccie di màrtoro, di vajo, d'ermellino; esso poi montava un cavallo non solo di ricchissima bardatura, ma ferrato d'oro con chiovi d'argento.

Da questi scialacqui come rifarsi? dilapidando le chiese e i poveri, rivendendo le dignità minori, guastando così l'umor vitale fin nelle parti estreme. Assenti dalle diocesi anche per tutta la vita, corteando, addestrandosi alle battaglie colle caccie, i vescovi corrompevano i proprj e lasciavano corrompere i costumi del clero in guisa deplorabile. Ad esempio de' grandi, i patroni secolari faceano bottega de' piccoli benefizj. I laici non badavano alle scomuniche, sapendo che già le aveano incorse quelli che le lanciavano. Chi non avesse altro, vendeva le preghiere, essendo invalso che uno potesse adempiere alle penitenze d'un altro, e con orazioni o con battiture espiar la pena dovutagli. Domenico Loricato ebbe questo nome perchè portava un petto di ferro, e catene attorno al corpo, e spesso assumevasi la penitenza dei cento e dei mille anni. Credevasi allora che tremila sferzate equivalessero a un anno di penitenza; e durante la recita dei cencinquanta salmi poteansi dare quindicimila colpi. Col recitar dunque venti volte il salterio sotto continua flagellazione adempivasi alla penitenza di cento anni; e talora Domenico la compiva in sei giorni[379].

Non solo le cronache, ma le invettive de' santi ed i concilj testimoniano tale depravamento, da mostrare che veramente divina era l'istituzione della Chiesa se non soccombette. Uno dei più virtuosi e dotti di quel secolo fu Pietro da Imola (988-1072), che abbandonato dalla madre a curare i majali, fu tolto a educare dal fratello Damiano arcidiacono di Ravenna, da cui per riconoscenza prese il nome di Damiani. Presto fu maestro egli stesso, e sequestratosi dal mondo nel romitaggio di Fontavellana, aperto allora dal beato Ludolfo appiè dell'Appennino nell'Umbria, ne divenne abate, e molti eremi fondò e de' suoi scolari molti vide unti vescovi. I papi lo adoprarono in affari scabrosissimi, e lo fecero cardinale vescovo d'Ostia, dignità che non accettò se non dopo minacciato di anatema, e non si tenne contento se non quando alfine impetrò di tornare nel suo convento. Fra una vita operosissima, preghiere, digiuni, cilizj erano sua continua compagnia, dormiva s'una stuoja, e ricreavasi coll'intagliare cucchiari ed altri arnesi di legno. Inventò l'uffizio della Madonna: oltre le cencinquantotto lettere e relazioni sugl'importanti negozj ch'ebbe a trattare con re e con prelati, ne abbiamo settantacinque sermoni, vite di molti santi suoi contemporanei, e sessanta opuscoli esegetici, teologici e storici, in dettatura migliore de' contemporanei, eppur diffusa e intralciata, e con un cumulo di miracoli e apparizioni di morti.

Zelantissimo della miglior disciplina, torna ogni tratto a deplorare il pervertimento de' prelati, e — Han fame d'oro (intuona), e dovunque giungono vogliono vestir le camere a gale di cortinaggi, meravigliosi di materia o di lavoro. Distendono sulle seggiole gran tappeti ad immagini di mostri; larghe coltri sospendono alla soffitta perchè non ne caschi polvere; il letto costa più che il sacrario, e vince in magnificenza gli altari pontifizj; la regia porpora d'un solo colore non contenta; e si vuole coperto il piumaccio con tele miniate d'ogni genere di splendori. E perchè ci puzzano le cose nostrali, godono soltanto di pelli oltremarine, condotte per molto argento: il vello della pecora e dell'agnello si ha in dispetto, e voglionsi ermellini, volpi, màrtori, zibellini. Mi vien fastidio a numerare queste borie, che movono a riso, è vero, ma a tal riso che è radice di pianto, vedendo questi portenti d'alterigia e di follia, e le pastorali bende sfavillanti di gemme e qua e là scabre d'oro»[380].

Il beato Andrea, abate di Vallombrosa, esclama: — Era il ministero ecclesiastico sedotto da tanti errori, che appena si sarebbe trovato alcuno alla propria chiesa; chi con isparvieri e cani dandosi attorno, perdevasi in caccie; chi faceva da tavernajo, chi da usuriere; tutti con pubbliche concubine passavano vituperosamente lor vita, tutti fradici di simonia, tanto che nessun ordine o grado dall'infimo al sommo poteva ottenersi se non si comprava al modo che si comprano le pecore. I pastori, cui spettava rimediare a tanto guasto, erano lupi rapaci»[381].