Ma fu pel mare che acquistarono ricchezze e libertà Pisa, Genova, Amalfi, e quella Venezia che il primo esempio di regolare governo dovea dare alle nazioni moderne. Avanti l'invasione de' Barbari, di cinquanta città fioriva il paese dei Veneti[402], esteso dalla Pannonia all'Adda, dal Po all'alpi Retiche e Giulie. Esposto pel primo alle correrie de' Settentrionali, perdette la prosperità; poi Attila ridusse in cenere Aquileja, Concordia, Oderzo, Altino, Padova. Fuggendo davanti al Flagello di Dio (450), i popoli dell'Euganea e della Venezia ripararono nell'isola di Rivo Alto e nelle convicine. Sfogato quel nembo, molti alla patria desolata preferirono il ricovero sicuro; e poichè, come avviene nelle emigrazioni, i ricoverati erano i meglio stanti, vi cercarono agi alla vita, mentre si esercitavano nelle uniche arti che colà fossero possibili, commercio, pesca, raccoglier sale, e trasportare quanto scendea dai fiumi d'Italia, o dovea rimontarli, per supplire alle biade dei campi sperperati.

Al frangersi dell'imperio romano, poi al venire dei Goti, e forse maggiormente al sopragiungere dei Longobardi, nuova gente accorreva nelle isole per sottrarsi alla servitù. Era naturale che quei primi non accomunassero tutti i civili diritti ai nuovi ospiti, talchè restava formata una nobiltà, non derivante da guerre e conquiste, ma da anteriore abitazione. Allorchè l'impero non sopravisse che a Costantinopoli, la lontananza lentò i legami che con esso avevano conservato i Veneti: mal però si potrebbe determinare fin a qual punto dipendessero dai successori di Zenone, e forse limitavansi all'omaggio, conservato come titolo di difesa contro i vicini, e di privilegiato commercio coll'Oriente.

In Venezia vissero memori della italica civiltà, con poche armi, molto traffico, e col regolamento municipale cui erano avvezzi sulla terraferma. Dapprima ad Eraclea sul lido ove sbocca la Piave, poi a Malamocco isola ora perita, fu la sede del governo, il quale abbracciava le isole e il lembo di terraferma che va da Grado a Capodargine. Pei comuni interessi e per nominare magistrati annuali, varie isole si accoglievano nell'arengo o concione.

Di que' primordj rimangono molte traccie d'agricoltura; una delle isole è detta le Vignòle per le viti, una Bovese pei bovi; a Torcello si stabilisce per chyrographorum scripta di misurare i terreni a jugeri da darsi ai coloni, i quali per ogni jugero di vigna dovranno al vescovo due tralci carichi, e ogni massaro otto denari; e gli abitanti contribuiranno uova, galline o siffatti. Ma già regnante Teodorico, Cassiodoro salutava i Veneziani siccome corridori del mare e dei fiumi. — Simili ad uccelli acquatici, spargeste vostre case sulla faccia del mare; per voi furono congiunte terre divise, opposti argini all'impeto dell'onde; basta la pesca ad alimentarvi, e il povero non è differenziato dal ricco; uniformi gli abitari, non distanza di condizioni, non gelosia fra cittadini; vece di campi vi tengono le saline».

Nell'anno della invasione longobarda, il patriarca di Aquileja, venuto in auge durante lo scisma dei Tre Capitoli, si trasportava dalla distrutta sua città a Grado, e fra un secolo molti de' suffraganei l'imitarono; uno si pose a Caprola, uno in Eraclea, uno nell'isola di Torcello, un quarto al lido di Medoaco, un altro in Equilo. A san Magno vescovo di Oderzo, che fuggiva da re Rotari nelle lagune, apparve la Madonna, e gli additò sette isole, ordinando vi fondasse sette chiese. Un'altra pia tradizione raccontava che l'apostolo san Marco, nel passare da Alessandria ad Eraclea, naufragò a Rialto, e predisse che colà avrebber riposo le sue ossa. Per la fabbrica di San Zaccaria, dovuta a san Magno, fin Leone iconoclasta diede artefici, denaro, reliquie[403]. La chiesa di Torcello già era cadente nell'864, e le parti restaurate in quell'anno e nel 1008 sono di lavoro grandioso e squisito.

Più il dominio longobardo riusciva intollerabile agl'Italiani, e massime al clero, più gente affluiva alle sicure lagune. Ciascun'isola prendeva a capo un tribuno; poi fu formato il Governo comune, restringendo l'amministrazione dapprima ad un tribuno solo, poi a dieci, a dodici, a sette; finchè nobili, popolo e clero adunati elessero un capo unico che, potendo su tutti gli altri, frenasse l'ambizione e la prepotenza. Paoluccio Anafesto di Eraclea, divenuto capo (697) non per tirannica usurpazione, ma per amore di libertà meno tumultuosa, apre la serie dei dogi, magistrato supremo, eppure temperato in modo, che neppur uno arrivò al despotico potere. Erano eletti a vita dal popolo; e ciò non aboliva l'arengo nè il voto universale; in modo che Venezia congiungeva l'avanzo delle forme antiche mediante l'omaggio all'imperatore, il sistema de' governi militari all'uso germanico nell'autorità affidata ai dogi, la futura libertà de' Comuni italiani coll'ordinamento a popolo; e tutto ciò senza codesta trasfusione di sangue settentrionale, che alcuno reputa fosse necessaria a svecchiare la razza italiana.

Gli Schiavoni, occupata la Dalmazia e mal trovando preda in una terra tante volte saccheggiata, si gittarono alla pirateria; onde i Veneziani dovettero opporsi a loro, col che aggiunsero all'industria il valore.

Carlo Magno, rinnovato l'Impero occidentale, fe coll'orientale una pace (804), ove determinava i confini del regno italico comprendendovi l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia. Per conseguenza i dogi di Venezia e di Zara avrebbero dovuto omaggio a Carlo; ma fallendo ai patti, Niceforo imperatore spediva per ricuperare la Dalmazia, e benchè tenesse dietro pronta tregua, la ruppe Paolo duca di Zara e di Cefalonìa (807), occupando i porti dalmati, poi ancorandosi fra le isolette ove cresceva Venezia, e tentando pure Comacchio. Respinto dai Franchi, cercò accordi con Pepino re d'Italia; ma li contrariarono i fratelli Obelerio e Beato dogi, temendo non ne fosse prezzo la tradigione della repubblica veneta.

Paolo, vedendosi insidiato, ricondusse l'armata sua a Cefalonìa, e i Veneziani rimasero esposti a Pepino, sdegnato con loro perchè, quando li chiamò ad obbedienza, risposero: — Non vogliamo stare soggetti (δουλοι) che all'imperatore romano», e negarono soccorrerlo nell'impresa di Dalmazia, e ridussero il patriarca di Grado a trasferire sua sede in Pola. Mosso dunque in armi contro di essi, Pepino prese le isole di Grado, Eraclea, Malamocco, Equilo; talchè il doge, per salvare Olivòlo, Caprola e Torcello, promise annuo tributo. I Veneziani, imputandolo di viltà o tradimento, cacciarono Obelerio (809), che con tutta la sua famiglia passò in Oriente.

La discordia agevolò a Pepino la conquista di Chioggia e Palestrina; e gettò un ponte di barche sin a Malamocco, dove allora sedeva il Governo. Angelo Participazio propose si trasportasse tutta la popolazione a Rialto; Vittore d'Eraclea ammiraglio lasciò che le navi nemiche s'inviluppassero fra i bassifondi delle lagune, e quando la marea bassa le impedì d'ogni movimento, i Veneziani avventarono dardi e fuoco, sicchè a gran pena, quando il mare ricrebbe, scompigliate e sdruscite ricoveraronsi nel porto di Ravenna[404].