Con fortuna non migliore la flotta di Pepino campeggiò in Dalmazia, talchè questa provincia rimase ai Greci. Le ostilità avvicendaronsi coi negoziati, sinchè il patrizio Arsafio ad Aquisgrana (810) ricevette di man di Carlo Magno il trattato di pace che cedeva ai Greci le città di Venezia, Trau, Zara e Spalatro: acquisto di puro nome per l'impero greco, mentre a quelle risparmiava il tedio delle pretensioni dei Franchi.

Questo trionfo compensò Venezia dei guasti sofferti; e Angelo Participazio, messo a capo del popolo che avea salvo, mutò la sede del governo a Rialto (811), alla quale si congiunsero presto le isole circostanti di Olivòlo, Luprio, Birri, Dorsoduro, le Gémine. Tosto si diede opera ad imbonire il terreno e sodarlo, un murazzo schermì l'entrata della laguna, in cui Chioggia, Malamocco, Palestrina, Eraclea, risorte dalle ruine, fecero corona al palazzo del doge, con una sessantina d'isolette congiunte per via di ponti, qual simbolo dell'unità morale da cui aspettavano la forza. A quelle isole insieme fu dato il nome dell'antica patria, chiamandole Venezia; unità datale dall'assalto di Pepino: chè sempre dopo attacchi falliti ingrandisce l'indipendenza d'un paese.

Un cittadino di Torcello e uno di Malamocco, andati ad Alessandria con dieci navi (tanto poteano due privati), riuscirono a sottrarre dalla profanazione dei califfi e portare in patria le reliquie di san Marco, nascondendole tra carne di majali, acciocchè i gabellieri musulmani non le rovistassero. Quel santo divenne d'allora il patrono della repubblica veneta.

Un Comune e un santo; ecco gli elementi di cui gl'italiani componevano la loro libertà.

Più che agl'imperatori d'Occidente, aderiva Venezia a quelli di Costantinopoli, che avevano per sè l'opinione d'un'antica primazia, e che le offrivano agevolezze di commercio; e a questi non isdegnava prestare un omaggio apparente, spedire ambasciate e doni, ricevere i titoli di ipato cioè console o di protospatario pel doge, somministrar flotte, come fece principalmente allorchè di sessanta navi accrebbe l'armata (837) venuta a salvare le coste d'Italia dai Saracini. Per richiesta del greco imperatore guerreggiò anche i Normanni di Calabria[405], e n'ottenne in compenso i diritti sovrani sulla Dalmazia. Alessio Comneno assolse la Repubblica d'ogni gabella ne' suoi porti, mentre gli Amalfitani che vi approdassero doveano retribuire tre perperi a San Marco.

Gli Arabi, gente trafficante sin dal tempo di Giacobbe, le natìe abitudini conservarono anche dopo che la conquista li portò fuori di patria; e dalle coste del Mediterraneo negoziavano di legname, pece, lana, canapa, pelliccie, schiavi, e si facevano intermediarj del commercio colle lontane contrade delle spezierie. Con essi teneano vivi negozj i Veneziani, i quali, dove altri accorreva per devozione, andavano a piantare mercati; istituirono fiere nelle proprie città, a Pavia, a Roma, altrove, spacciandovi merci d'Oriente, schiavi, reliquie, tutto, purchè vi fosse da vantaggiare. Conoscevano il lusso degli Arabi, e ne compravano le manifatture, ingegnandosi emularle; non potendo speculare su terreni, compravano armenti che pascolassero nel Friuli e nell'Istria; prendeano in appalto le gabelle d'altri paesi, per disvantaggiarne i loro emuli; le saline del litorale o cavavano per conto proprio, o ne acquistavano il prodotto, come pure il sal minerale di Germania e Croazia; costrinsero un re d'Ungheria a chiudere le sue, e guaj a chi usasse sal forestiere.

Le città della costa illirica appartenevano all'impero greco, che, come soleva ne' paesi lontani, le lasciava armarsi e amministrarsi da sè. La loro situazione divenne pericolosa al rinforzarsi de' Croati e delle altre genti slave piantatesi nella Dalmazia, tra le quali principalmente i Narentini si erano buttati al pirata. Dal paese ove poi Trieste ingrandì, tribolavano essi il commercio de' Veneziani, avventurandosi fin tra le loro isole; e tentarono un'impresa audacissima (935). Il giorno della candelara soleano i Veneziani fare le nozze di cospicue fanciulle nella maggior chiesa, posta sull'isola di Castello, con quel corredo d'allegria e di ricchezze che si suole per siffatte solennità. I pirati si posero in agguato, e come i festanti furono raccolti, gli assalsero, e rapirono le spose e i doni. Scoppiò il dolore universale: ma il doge Pier Candiano, il cui padre era morto osteggiandoli, incoraggiò a far piuttosto vendetta, e armate alla presta quante navi potè, raggiunse i rapitori nelle lagune di Caorle, e ricuperò le donne e il bottino.

Il Candiano vendicò l'insulto col portare guerra a morte ai corsari dell'Istria; anche i Comuni illirici si collegarono per esterminarli, chiedendo capo la repubblica veneta, alla quale convennero di prestare omaggio, e di marciare sotto le sue bandiere. La flotta più poderosa che Venezia avesse ancora armata (997) andò a ricevere l'omaggio della storica Pola, di Parenzo, Trieste, Capo d'Istria, Pirano e delle altre città costiere; poi di Zara in Dalmazia e delle terre fin a Ragusi, e delle isole. Lèsina e Cùrzola preferirono allearsi coi Narentini, onde contro di esse tolsero l'armi i Veneziani, e sterminarono il ricovero de' Narentini.

Il fatto delle spose rapite si solennizzò con perpetuo anniversario, dove la Repubblica dava la dote ad alquante fanciulle, che recavano le donora entro arselle. I cassellieri, cioè falegnami, che aveano somministrato il maggior numero di barche, chiesero in guiderdone che il doge venisse ogni anno alla loro parrochia il giorno della lor festa. — Ma e se piovesse? — Vi daremo cappelli. — E se avessi sete? — Vi daremo a bere. — Sia e sarà sempre». Perciò, anche dopo dismessa la cerimonia degli sposalizj, il piovano andava incontro al doge, presentandogli due cappelli di paglia, due aranci e due fiaschi di malvasia. Tradizioni poetiche, che Venezia custodiva gelosamente, e che fin all'età precedente alla nostra congiungevano il passato al presente.

E tutta poetica è la storia di Venezia, e de' privilegi che concedeva alle varie isole. Le mogli dei nobili di Murano, isola prediletta dalla Repubblica per le manifatture del vetro, poteano sedere pari alle patrizie della dominante. A quei della torre di Bebbe, presso Chioggia fra Adige e Brenta, che mostrarono valore in una guerra per la navigazione di quest'ultimo fiume, fu perdonato il tributo di tre galline, che in tre termini dovea ciascuna famiglia offrire ogn'anno al doge. Gli isolani di Poveglia erano iscritti nel ruolo de' cittadini originarj; esenti da servizio militare, se pur il doge non ne assumesse il comando; esenti da dazj, tasse d'arti e mestieri, imposte, neppur se fossero per lo scavo dei canali interni della città. Giunti a sessant'anni, aveano il privilegio di comprare a un prezzo determinato il pesce che veniva dall'Istria, e venderlo al pubblico mercato. Erano in ispeciale protezione del doge e della magistratura delle Rason Vecchie, che trattava le loro quistioni. Il venerdì santo offrivano al doge ottanta passere del peso d'una libbra: all'Ascensione regalavano alla dogaressa una borsa con cinque ducati in rame, perchè la si comprasse un par di pianelle. Quando il doge uscisse alle funzioni nella barca dorata, lo accompagnava una peota, in cui stavano i principali dell'isola di Poveglia che sonavano le trombe: nel giorno dell'Ascensione precedeano il bucintoro che andava a sposar il mare, faceano ala sulla destra del ponte per cui il doge saliva al vascello, e poteano prendergli la mano e baciargliela. La domenica poi seguente a quella festa, i loro capi, guidati dal cappellano che cernivasi dalle famiglie originarie, entravano nell'appartamento del doge, professandogli l'antica devozione, e chiedendogli continuasse a proteggerli e ne mantenesse i privilegi, e gli baciavano la mano e la guancia: poi erano da esso banchettati con servizio d'argento, e poteano portarsene i rilievi della mensa, oltre il regalo di molte confetture e di un garofano.