La feudalità non potea metter radice dove non s'aveva territorio: l'alto clero sceglievasi sempre tra i nobili, onde questi non discordavano dagli ecclesiastici. San Marco fu sinonimo dello Stato, lo che dava a questo un aspetto religioso; il servizio pubblico non importava soggezione ad altr'uomo, ma un obbligo verso quel santo; e più d'un doge depose il cornetto per finire in un monastero una vita logorata a servire san Marco. Pier Candiano III erasi associato il figlio, il quale congiurò contro di lui; ma il popolo stette pel padre, e cacciò il figliuolo, che, protetto da re Berengario II, mosse contro la patria (959), di che il padre morì di crepacuore. Il popolo dimentico elesse quel figlio, che si mostrò crudele nell'interno, prode e vigoroso di fuori, destreggiando cogl'imperatori d'Oriente e d'Occidente; proibì ai Veneziani di trafficare di schiavi coi Saracini, nè di portar lettere a Costantinopoli se non passando per Venezia. Repudiata la veneta Giovanna, obbligandola a farsi monaca, e chierico il figlio, sposò Gualdrada sorella del famoso Ugo marchese di Toscana, che con corteggio di regina gli portò ricchissima dote di beni sodi e di servi. Per difender questi assoldò bande straniere; e inorgoglito del costoro appoggio, cominciò a trattare d'alto in basso la nobiltà veneta, e attaccar liti coi vicini; prese un castello de' Ferraresi, fe devastare Oderzo, e via di questo passo. I Veneziani, perduta pazienza, lo assalsero, e perchè si difendeva co' suoi armigeri, diedero ascolto a Pietro Orseolo, ed appiccarono fuoco al palazzo ducale. La fiamma si dilatò alle vicine chiese di san Marco, san Teodoro, santa Maria Zobenico e a più di trecento case; e il doge fu trucidato con un suo fanciullo.
Gli sottentrò l'Orseolo (976), il tristo consigliatore, eppure uomo di somma pietà, che tutto s'adoprò a restaurare i danni, rifece il palazzo e la basilica Marciana, zelò la giustizia. Sentendo però d'aver nemici, e rimorso della parte presa alla fine del predecessore, raddoppiava atti di penitenza; da Guarino, abate guascone di famosa santità, si lasciò persuadere a ritirarsi nella vita monastica; e segretamente passato in Francia, visse da frate, e dopo morto (978) ebbe onori di santo. Anche Vitale Candiano suo successore, dopo brevissimo comando, si chiuse in una badia.
Sotto Tribuno Memmo succedutogli entrò la peste delle fazioni, fin allora sconosciuta in Venezia, venendo a contesa i Caloprini coi Morosini; e sorti in armi (979), questi furono cacciati. Ottone II stava ancora in rotta coi Veneziani per l'uccisione del doge: ora Memmo gli mandò ambasciadori, coi quali fu concordata la pace, determinando anzi i limiti[406]; ma i Caloprini, per avere il dogato e per nuocere ai Morosini, offersero a Ottone quel destro di sminuire l'impero greco, e a tutte le terre da sè dipendenti proibì di portar vettovaglie a Venezia, nè ai Veneziani di metter piede nel suo impero. Memmo punì i mali istigatori col diroccarne le case; ma quel blocco metteva in gravissima congiuntura la Repubblica, se opportunamente non fosse morto Ottone. I suoi successori diedero a Venezia il privilegio di negoziar soli di sale e di pesce marinato. I Caloprini, per mediazione dell'imperatrice Adelaide, ottennero perdono e giurata sicurezza; ma poco poi, i tre figliuoli di Stefano Caloprino in gondola furono trucidati dai Morosini. Il Memmo finì monaco.
Pietro Orseolo II (991) conta fra' più illustri dogi per avere ampliato la potenza dello Stato; spedì ambascerie ai Saracini, dominanti sulle coste d'Asia e d'Africa; ottenne nuovi mercati da Ottone III e dal vescovo di Treviso; compì il palazzo ducale e la basilica; trovò occasione di sottomettere le città marittime della Dalmazia sottrattesi ai Croati, e Parenzo, Pola, Ausero, Veglia, Arbe, Trau, Spalatro, Curzola, Lesina, Ragusi ed altre, che conservando proprj statuti, riceveano il podestà da Venezia; e il titolo di duca di Dalmazia per misericordia di Dio fu aggiunto a quello del doge.
Questo godeva terre, decime, pesche, caccie, vestiva riccamente, gran treno di servi, in chiesa si cantavano le sue lodi; egli intronizzava i prelati, benediva il popolo, dava l'avocazia delle chiese del dominio, giudicava liti o spediva messi a giudicarle: ma da un lato lo frenava l'aristocrazia, dall'altro il popolo, ancora mobile e rivoltoso. Già dodici dogi erano stati eletti figli di doge ancor vivo; laonde si temeva non si riducesse ereditaria anche quella dignità, come succedeva delle feudali sul continente. E però Ottone Orseolo (1009) succeduto a Pietro fu cacciato dal popolo, e si provvide che nessun doge potesse associarsi verun congiunto, nè designare il successore. L'autorità del doge fu ristretta col volere che non deliberasse se non con due tribuni, poi col togliergli la nomina de' giudici, istituendo il magistrato del Proprio. Il doge era però ancora eletto da tutto il popolo, donde frequenti sedizioni fra gli aspiranti.
Venezia nulla risentì della lotta delle Investiture, attesochè il doge non le conferiva; esso nominava il primicerio e i cappellani di San Marco; popolo e clero continuavano ad eleggere i vescovi; il patriarca, più tardi creato, ricevendo il soldo dallo Stato, restava alieno dalle pretensioni feudali dei prelati del continente. I terribili incendj di cui patì, diedero modo a Venezia di attestare le sue ricchezze con fabbriche solide e belle, e che compite quando non aveva nè miniere nè bestiame nè vino od altra produzione, attestano il prosperare de' suoi traffici. In fatto, cresciute le navi per tutela e commercio, Venezia si trovò donna del Mediterraneo, e le costituzioni e le leggi dirizzava ad alta prosperità mercantile, allettando i forestieri con privilegi, sicurezza, buona moneta, pronta giustizia. Il doge poteva essere mercante, e in alcuni trattati si trova stipulata esenzione di gabelle per le merci di lui; ma poi fu stanziato che, salendo al trono, liquidasse i suoi conti.
Premeva alle città marittime l'amicizia di Costantinopoli, centro delle arti, del lusso e dell'eleganza, ed emporio alle merci provenienti dall'India per la via di Alessandria: ma come gli Arabi ebbero occupato l'Egitto, la necessità di più lunghi tragitti le rincarì, sicchè i nostri, invece di comprarle a Costantinopoli, preferirono andarle a raccorre in Aleppo, a Tripoli e in altri porti di Siria, dove erano recate dall'India sul golfo Arabico, poi per l'Eufrate e il Tigri fino a Bagdad, traverso al deserto di Palmira riuscendo al Mediterraneo. Quando poi il soldano d'Egitto riaperse il golfo Arabico, via degli antichi, i nostri posero stanza ad Alessandria, rassegnandosi agli oltraggi e alle gravi esazioni de' Musulmani; e quel che ivi raccattavano, distribuivano poi in tutti i porti del Mediterraneo e della Spagna, e fin ne' Paesi Bassi e nell'Inghilterra.
La politica di Venezia si limitava dunque al Levante; e durava l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno d'investitura dagl'imperatori di Costantinopoli. Coi quali ebbero talvolta guerra, poi ottennero buon accordo e vantaggi di commercio, e la cessione delle città di Dalmazia e d'Istria, col che ebbero legalizzata la dominazione che già vi esercitavano.
Poco tardò nuova guerra (1171) coll'imperatore Manuele Comneno, a cui fu pretesto il non averlo soccorso contro i Siciliani, ragione i privilegi da esso largiti ai Pisani. Dicono in cento giorni si allestissero cento galee, ciascuna di cenquaranta remiganti, oltre i soldati: ma la sconfitta e la peste distrusse il bello armamento, tanto che sole diciassette tornarono, dopo ottenuta dura pace, e condussero in patria la peste[407]. Questi mali esacerbarono il popolo (1172), che uccise il doge Vitale Michiel II, decimonono sopra i quaranta, di cui il dominio finisse violentemente: ma fu anche l'ultimo.
Venezia non era la sola città prosperante per commercio marittimo. Gli Amalfitani vantavano discendere da cittadini di Roma, che Costantino Magno mandava a Bisanzio, e che naufragati stettero alcun tempo a Ragusi, poi passarono a Melfi, il cui nome applicarono alla nuova patria che si edificarono sul pendio e in riva al golfo di Salerno là dove un tempo era fiorita Pesto. Il ducato formatosi abbracciava le terre del contorno e le isole dei Galli e di Capri, obbedendo ai Greci, la cui lontananza lasciava quasi intera indipendenza. Sicardo principe di Benevento sottomise Amalfi, giovato dalle fazioni che la sovvolgeano, e rubatone il denaro e il corpo di santa Trifomene, costrinse gli abitanti a migrare a Salerno, e con nozze congiungersi a' suoi sudditi, de' cui diritti li fe partecipi[408]. Ma appena Sicardo cadde (840), gli Amalfitani corsero al porto, e le spoglie della saccheggiata città posero sui legni, coi quali tornarono alla patria restaurando le munizioni; e omai indipendenti anche dal catapan greco, si governarono a repubblica con un prefetto o duca, estesero le loro merci in tutto l'Oriente, e le loro leggi marittime divennero canone nel Mediterraneo e nel Jonio, come un tempo quelle di Rodi.