Amalfi non era però così gelosa dell'indipendenza che non cercasse capi stranieri; e nel 1038 si sottopose a Guaimaro principe di Salerno, sempre facendo riserva delle proprie libertà.
Ivi Siciliani, Arabi, Indi, Africani venivano a vendere e barattare[409]; il popolo mostrava sua baldanza con frequenti rivolte, ornava la patria colle spoglie delle terre remote, e a Gerusalemme avea fondato due monasteri e uno spedale per comodo de' pellegrini, e per farvi poi mercato alle grandi solennità. I suoi tarì erano la moneta più diffusa in Levante prima che i Veneti vi portassero i ducati. Nelle galee usava scafi piccoli, corti remi; sicchè volendo far impresa contro una terra, si tirava in secco la galea, e le vele servivano ad accamparsi, i banchi a dare la scalata, i rematori a costruire e movere i tormenti da guerra.
La superba Genova, appiè di sterili montagne, flagellata da un mare poco pescoso, e costretta a cercar vita dalla navigazione, già all'uscire del secolo IX garantiva da sè la propria sicurezza, con un governo semplice, atto a tutelare le franchigie del popolo e affezionarlo alla patria ed agli affari. N'aveano privilegio i nobili, eletti però popolarmente, come era popolare il general parlamento che deliberava de' comuni interessi, e riceveva i conti resi da' magistrati uscenti. Il commercio in grande maneggiavasi dai nobili, forse cadetti delle famiglie che teneano feudi sulla riviera. E poichè guerra continua doveano menare coi Musulmani, e da questi difendere od acquistare gli scali di Levante, univano le professioni dell'armi e della mercatura. Ottenendo considerazione chi potea mettere sulle banche grossi capitali, cessava la distinzione di razze nobili ed ignobili, dividendosi piuttosto i cittadini in compagnie, tribù, maestranze. In queste non si entrava che dato il giuramento; e chi non v'appartenesse invano aspirava a cariche pubbliche, la cui nomina era ad esse serbata. La nobiltà non vi si fondava dunque sui terreni, ma su banchi, sulla navigazione, sul credito, sulle continuate magistrature.
I vivi traffici in Levante faceano Genova emula di Venezia; la postura sul mare stesso la recò prontamente in lotta con Pisa. Questa, già nominata per traffici nell'età romana, anche sotto i Longobardi conservò qualche indipendenza, giacchè Gregorio Magno querelavasi delle piraterie da' Pisani esercitate contro i sudditi dell'impero, ed essi e Sovana di Maremma esortava a spalleggiare Maurizio imperatore. Fu poi sottoposta forse al duca di Lucca, del quale ai tempi di Carlo Magno era incombenza il difendere la spiaggia dalle correrie de' Greci. Ottone II, quando voleva osteggiare i Greci di Calabria e di Sicilia, mandò a chiedere ajuti da' Pisani: e vuolsi che gl'inviati da lui fossero sette baroni dell'Impero, i quali, morto Ottone, si fermarono colà, e diedero origine alle sette famiglie de' Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Lanfranchi, Sismondi; alcuno aggiunge i Caetani e i Ripafratta; e formarono una nobiltà, distinta dall'indigena. I marchesi di Toscana vi risedeano alternamente con Lucca, donde un'invidia, che nel 1003 scoppiò una guerra, che è la prima che si ricordi di città a città in Italia, e dove all'Acqualunga Pisa rimaneva superiore.
Tra essa e il mare estendesi un piano sì poco declive, che vi si formano acquatrini e canneti: l'Arno poi, che allora la lambiva ed ora la fende, non è fiume bastevole a servirle di porto, come fanno il Tamigi per Londra, la Schelda per Anversa, il Tago per Lisbona. Dovette dunque crearsene uno, che fu detto Porto Pisano, a dodici miglia dalla città e vicino a Livorno, in vista dello scoglio detto la Meloria, famoso poi per triste battaglie.
Pisa teneva relazione coi Greci della Calabria, e banco ne' principali porti di quella, e nel suo riceveva mercadanti di paesi lontanissimi[410]. Colle ricchezze acquistate trafficando riducea fruttifero il prosciugato delta dell'Arno, e le rive del Tirreno: i gentiluomini delle colline dal val di Niévole all'Ombrone chiesero la cittadinanza; v'accorrevano quelli che sottraevansi ai marchesi di Toscana; gran signori tenevano palazzi nel suo recinto e castelli ne' contorni; e la nobiltà esercitava l'ingegno governando la patria o i paesi conquistati. Generalmente favoriva agl'imperatori; parzialità che diviene, si può dire, il carattere della sua storia successiva.
Dalla costa, ove possedeva da Lérici a Piombino, salvo alquanti castelli di signori, vagheggiava la Corsica e la Sardegna. Quest'isola, anticamente considerata uno de' granaj di Roma, fu poi a vicenda invasa da Vandali, Goti, Greci; infine Musetto (Mugheid al-Ameri) re moro vi annidò una banda di corsari; mentre i montanari fra le balze conservavano le credenze e i costumi antichi, che non dismisero fino ad oggi. Da quella vicinanza grande sconcio veniva a Pisa, che perciò eccitata dal papa[411], accordatasi con Genova e ajutata dai natii, obbligò Musetto a ritirarsi in Africa. Ogni anno egli rinnovava tentativi di ricuperar l'isola, sicchè i Pisani stabilirono attaccare le coste de' Barbareschi, e presa Bona, minacciata Cartagine, costrinsero Musetto a chieder pace. L'indomito vecchiardo, avuto ajuti dalla Spagna, ritentò l'impresa, e scannate le guarnigioni pisane, ebbe tutta Sardegna, da Cagliari in fuori. Il popolo pisano si scoraggiava a fronte del rinascente nemico, ma i nobili s'accinsero all'ultimo sforzo, e ajutati da Genova, dai Malaspina marchesi di Lunigiana, dal conte Centilio di Mutica in Spagna, allestirono una flotta, che capitanata dal plebeo Gualduccio, prese terra, sconfisse i Mori (1050), fe prigione Musetto, che a Pisa morì in carcere. E l'isola fu tutta de' Cristiani, i quali se la spartirono: ai Genovesi Alghero, al conte di Mutica Sassari, ai Malaspina le montagne, il distretto di Cagliari ai Gherardeschi, di Ogliastra ai Sismondi, di Arboréa ai Sardi, d'Oriserto ai Cajetani. Poco andò che que' signori cessarono ogni dipendenza dalla metropoli, e cinque principalmente prevalsero col titolo di giudici o re di Cagliari, Sassari, Logodoro, Arborea, Ogliastra.
Questi fatti non sono abbastanza accertati, e tanto meno le loro particolarità; vivono però in tradizioni antiche, fra le quali è pure che, mentre i Pisani veleggiavano sopra la Sardegna, Musetto tentò sorprendere la loro città, e già aveva occupato la sinistra dell'Arno, quando una tal Cinzica de' Sismondi chiamò all'armi il popolo e rincacciò i nemici. Il fatto diede nome di Cinzica al quartiere d'oltrarno, e origine alla festa di Ponte, battaglia che si dava sul ponte dell'Arno, finta nell'intento, ma che spesso riusciva troppo da vero.
I Pisani assalsero poi di nuovo gli Arabi in Sicilia (1063), ed entrati nel porto di Palermo, e trovatovi sei navi di carico, cinque abbruciarono, l'altra con ricchissime spoglie condussero in patria, dove se ne valsero per fabbricare il meraviglioso loro duomo[412]. Anche nel 1087 i Pisani strinsero in Mehedia il re Timino, il quale morì nel 1106 lasciando cento figli e sessanta figliuole.
Quando, alla pasqua del 1113, la devota plebe accorreva a Pisa per ricevere la benedizione, l'arcivescovo Pietro fe recare una croce, e con parole di gran forza dipinse le sevizie usate dai Barbareschi corseggiando, e massime da Nazaradech re di Majorca, il quale dicevasi tenesse ventimila Cristiani a penare ne' suoi bagni; sorgessero, vendicassero alla libertà e alla religione quei loro fratelli. Primi risposero all'esortazione i vecchi, memori degli altri trionfi riportati sopra i Saracini; i giovani li secondarono, e dodici cittadini scelti a diriger l'impresa, coi soccorsi di Roma e di Lucca e col legato pontifizio salparono. Fortuna di mare li trasse fuor di corso, e credendosi approdati alle Baleari, cominciarono il guasto: ma chiaritisi ch'erano invece in Catalogna, s'acquetarono e chiesero compagni all'impresa Raimondo conte di Barcellona, Guglielmo di Montpellier, Emerico di Narbona, coi quali s'impadronirono d'Ivica e di Majorca, menandone via gran preda, e re e regina che si battezzarono. Le cronache di Firenze, esalanti municipale gelosia, raccontano che i Pisani, temendo non fosse la loro città molestata dai Lucchesi durante quella spedizione, chiesero ai Fiorentini la prendessero in custodia (1114). Vincitori, domandarono a questi che premio desiderassero fra le spoglie recate da Majorca; se le porte di tallo o due colonne di porfido. I Fiorentini preferirono queste, e i Pisani gliele mandarono rivestite di scarlatto; ma si volle che prima le guastassero coll'affocarle[413]. Sono quelle che ancora vediamo alla porta del bel San Giovanni.