Dello spartimento della Sardegna i Genovesi rimasero scontenti, e tardarono a ritirarsi finchè i Pisani non li cacciarono coll'armi. Di qui erano cominciate invidie e rancori, che poi scoppiarono pel possesso della Corsica: isola importantissima pel legname di costruzione, la pece, il catrame, e perchè assicurava il commercio del mare occidentale. Aveva subìto la dominazione de' Vandali, poi dei Goti, il cui re Teodorico l'avea giovata di provvedimenti, creando anche espresso per lei un conte, acciocchè non fosse costretta a portare fin sul continente le querele. I Longobardi, sprovvisti di flotte, non aveano pensato a sottometterla; sicchè senza contrasto la tennero gl'imperatori greci, e ne fecero pessimo governo, gli sconci del dominio lontano crescendo colle persecuzioni religiose. Fu poi invasa dagli Arabi, della cui dominazione è ancor testimonio il Moro cogli occhi bendati ch'essa porta nello stemma; e la tradizione vorrebbe che un Colonna romano la ritogliesse agli Infedeli, e l'acquistasse in regno. Fatto è ch'essa fu, come ogn'altro paese d'allora, sminuzzata fra varj signori, sui quali i Pisani ambivano aver l'alto dominio per rinforzo al loro partito. La ambivano pure i Genovesi per un compenso o un contrappeso alla Sardegna: ma que' signorotti, mal soffrendo di dipendere da città mercatanti, preferirono il papa, il quale, secondo il diritto del medio evo, ritenevasi sovrano di tutte le isole, e che in effetto ne fu salutato signore, e vi deputò dei marchesi (1077). Ma l'isola era sovvertita da incessanti turbolenze; delle quali infastidito, Urbano II la infeudò ai Pisani (1091) quando maggior bisogno aveva dell'amicizia e del denaro di essi, e i vescovi dell'isola dichiarò suffraganei a quello di Pisa, che fin allora non ne aveva.

Di tutto ciò crebbe la gelosia de' Genovesi, i quali alfine assalsero Porto Pisano con ottanta galee 1126, quattro grosse navi cariche di macchine, e ventiduemila uomini da sbarco, fra cui cinquemila armati di corazza e caschetti di ferro. Tanto poteva una sola città! I mari furono insanguinati, devastate le coste, finchè Innocenzo II li riconciliò (1133); e per equipararne i diritti, eresse Genova in arcivescovado sottraendola al metropolita di Milano, e vi sottopose i vescovi delle due Riviere e tre della Corsica, mentre al pisano suffragavano quei della Sardegna. Da quel punto Genova si professò papale, perchè Pisa stava alla divisa degl'imperatori.

CAPITOLO LXXX. Crociate. — La Cavalleria.

Le imprese de' Pisani formano quasi il preludio della più segnalata del medio evo, voglio dire le crociate. Antichissimo è l'uso di visitare le tombe de' martiri e i santuarj, principalmente San Jacopo di Galizia, Gerusalemme, ed in Italia il monte Gargano e le soglie degli Apostoli. I devoti che d'ogni paese ed in ogni tempo venivano a queste, ci portavano non soltanto denaro, ma ragguagli di contrade inaccesse; e a vicenda qui attingevano idee d'una civiltà, ben superiore a quella delle loro patrie.

I pellegrinaggi si volgeano principalmente a luoghi di reliquie famose; e massime dopo il Mille si estese questa devozione, fondata non solo su antica tradizione ecclesiastica, ma sulla natural venerazione per gli avanzi di persone care ed onorate. Se ne abusò, e poichè aveansi come un tesoro, si cercavano fin colla violenza o la frode. Ne vedemmo smaniato Sicardo principe di Benevento, che colla guerra obbligò Napoli a cedergli le ossa di san Gennaro, Amalfi quelle di santa Trifomene, Lìpari quelle di san Bartolomeo. Queste ultime eccitarono il desiderio di Ottone III, e i Beneventani non osando disdirgli la domanda, gliele scambiarono con quelle di san Paolino (pag. 368).

Vuolsi che fino dal 653 i monaci di Fleuriac rubassero da Montecassino i corpi di san Benedetto e santa Scolastica. Adalberto marchese di Toscana, osteggiando Narni, ne portò via quelli di san Cassio e santa Fausta, che depose in San Frediano di Lucca. Famoso involatore di reliquie Teodoro vescovo di Metz, militando per tre anni in Italia con Ottone Magno suo cugino, cercò d'averne quocumque modo potuit, e Sigeberto ne fa lunga enumerazione. Trovandosi a Roma mentre Giovanni VIII benediceva un convulsionario colla catena di san Pietro, esso la ghermì, giurando non la rilascierebbe, se non gli si tagliassero le mani: e a fatica fu ottenuto s'accontentasse d'averne un anello[414].

Era morto nel 1074 a Solaniga presso Vicenza san Teodebaldo romito della stirpe dei conti di Sciampagna, e i Vicentini ne vollero per forza il cadavere; ma i monaci della Vangadizza presso l'Adigetto riuscirono a rapirlo, e di grandi miracoli egli fortunò la loro badia. Rodolfo fratello dell'estinto venne per richiederlo a calde istanze; ma fu assai se potè ottenerne qualche reliquia. Alcuni mercadanti di Bari, trafficando a Mira nella Licia, macchinarono di rapire gli avanzi di san Nicola, e fra scaltrezze e forza gli ebbero, e in mezzo a miracoli li portarono a Bari, d'allora frequentatissima da devoti. Pure alcun tempo dopo i Veneziani rubavano da Mira stessa un corpo, che asserivano esser quello di san Nicola: pretensioni opposte, che recarono serie emulazioni. Essi Veneziani con lunga astuzia tolsero da Alessandria le reliquie di san Marco (pag. 523): giunte a Venezia, furono murate entro un pilastro della cappella ducale, affidandone il secreto al solo primicerio, al procuradore ed al vescovo: smarritasene poi la memoria, fu per altri portenti rinnovata nel 1094, quando il corpo venne di nuovo riposto con tal segretezza, che fino ai dì nostri non fu più rinvenuto. Attorno al Mille crebbe la smania, l'amore delle reliquie; molte per rivelazione se ne scopersero, e di preziose in santa Giustina di Padova; onde parea, dice un contemporaneo, la risurrezione dei morti.

Neppur frodi mancarono a quella pietà; e i Fiorentini venerarono un braccio di santa Reparata, ottenuto da Teano, finchè s'avvidero ch'era legno e gesso, finzione delle monache per serbarsi intera la loro santa. Più spesso l'ignoranza traeva in errore, e dove si scoprisse un sepolcro con una palma credeasi chiudesse un martire; le sigle B. M. esprimenti bonæ memoriæ, s'interpretavano beato martire; il ruolo d'una legione fu reputato un catalogo di santi; e i dottissimi e devotissimi Papebrochio e Mabillon fecero espungere dal numero dei santi una Argiride martire a Ravenna, un Catervio e una Saturnina a Tolentino, venerati sopra falsa interpretazione d'epigrafi.

In tempi che da una parte predicavasi una morale pura, rigorosa, senza condiscendenze; dall'altra le inclinazioni, non corrette da riguardi, da abitudine, da educazione, e fomentate da sciagurati esempj, portavano ad atti feroci, sentivasi il peccato anche nel commetterlo, e nasceva presto il bisogno d'espiarlo avanti alla giustizia divina. Di qui le penitenze pubbliche e rigorosissime. Un penitenziale di Pisa ci descrive quella che infliggeasi agli omicidi volontarj. Erano condannati a prigionia, e prima doveano da padrini ricevere la penitenza di tutti gli altri peccati; poi con essi padrini venir alla chiesa vescovile, davanti all'arciprete o al canonico penitenziario. Questo domandava al reo se si fosse redento degli altri trascorsi, e se per l'omicidio volesse entrare in carcere; e se affermava, venivagli imposto che tutta la quaresima, eccetto la domenica, digiunasse in pane e acqua, facesse cento genuflessioni, e recitasse cento Pater ogni giorno, cento ogni notte; a nessuno parlare fin all'ora terza nè dopo compieta; non si lavare o asciugare le mani; giacere vestito e sulla paglia, del carcere non uscendo che per le necessità naturali; il sacerdote gli darebbe a mangiare una volta al dì, e d'un cibo solo, nè pesci o anguille; del pane datogli deve sempre far tre elemosine, ma ciascun pane sarà tale che gli avanzi bastino a sostentarlo; dal penitenziere o dal padrino è condotto al disposto luogo della prigionia; ivi depone le vesti solite ed ogni pannolino, per mettersi una tonaca aspra e zoccoli. Seguono le preghiere che si devono recitare su lui, e quali esortazioni fargli[415].

Quelli che per delitti rifuggivano alle chiese, spesso dopo flagellati condannavansi a pellegrinare. In espiazione del fratricidio, uno si strinse al braccio destro la spada micidiale con cerchi di ferro, sicchè la s'incarnò; quando arrivato al sepolcro di san Bononio abate di Lucedio nel Vercellese, di subito que' cerchi si spezzarono. Altrettanto accadde ad altri sulla tomba di sant'Appiano di Pavia in Comacchio e di san Teodebaldo suddetto nel Vicentino[416].