Non era dunque nuovo il grido della guerra santa in Italia, allorchè un Pietro, eremita d'Amiens (1093), andato pellegrino a Gerusalemme, e tocco dalla miseria a cui gl'Infedeli vi riducevano la popolazione cristiana e i devoti avveniticci, corse l'Italia e l'Europa, in nome di Dio invitando i popoli a redimere la santa terra dall'obbrobrio della servitù straniera. In tempo che predominava il sentimento religioso, efficacissima sonò quella parola; tutta cristianità si scosse gridando Dio lo vuole, e ne cominciarono le spedizioni note sotto il nome di crociate. Raccolse quel grido popolare papa Urbano II, e convocò un sinodo a Piacenza (1095), al quale intervennero ducento vescovi d'ogni paese, da quattromila cherici e più di tremila laici, talchè le adunanze bisognò tenere all'aperta. Ivi si fecero molti decreti per restaurare la scarmigliata disciplina ecclesiastica e per garantire la tregua di Dio; e furono uditi nunzj dell'imperatore Alessio Comneno che esponeano le desolazioni della Palestina, esortando a dargli soccorso contro gli Infedeli, che spingeano le correrie fin sotto ai baluardi di Costantinopoli, e minacciavano tutta cristianità. Papa Urbano esortò all'impresa, e da molti ne ricevette giuramento: poi nel concilio di Clermont promise (cosa allora insolita) indulgenza di tutte le meritate penitenze a chi assumesse la croce e le armi. — Chi non prende la sua croce e mi segue, non è degno di me» ripeteasi da tutti i pulpiti. — Le cavallette non hanno re, e vanno insieme per bande. — Maledetto chi in viaggio porta il sacco o il bastone! Provvederà Iddio, il quale veste i gigli de' campi. — Dio lo vuole, Dio lo vuole!»

Come poc'anzi aveano tutti creduto alla fine del mondo, così allora tutti credettero al riscatto; ognuno lasciava ciò che più avea diletto, il castello, la sposa, i figliuoli; chi jeri rideva, oggi flagellavasi; i ladroni sbucavano dalle tane; parricidi, adulteri, sacrileghi vestivansi di cilizio, e moveano per fare sconto di loro colpe; v'era chi ferrava i bovi, e sulle benne caricava tutta la famiglia: turbe incomposte d'uomini, fanciulli, donne, senza guida, senza viveri, senz'armi s'avviavano a Gerusalemme, non sapendo ove ella fosse nè come vi giungerebbero, ma fidando nel Dio che aveva pasciuto Israele nel deserto. Con questo entusiasmo che avrebbe creduto colpa il ragionare, la turba, sui passi di Piero Eremita, precipitavasi per la via meno acconcia, cioè per l'Ungheria e la Bulgaria; e per difetto di cibi, o per assalto de' nemici e per vendetta delle popolazioni su cui arrivava devastando, perì a centinaja di migliaja. I baroni di Francia e Lorena mossero con ordine migliore per la Germania: un altro stuolo, con Ugo fratello del re di Francia, Roberto di Fiandra, Roberto di Normandia, Eustachio di Boulogne, passarono per Italia. A Lucca trovato il papa, vollero esserne benedetti; indi rivoltisi su Roma, ne cacciarono l'antipapa Guilberto, che dovette rinchiudersi in Castel Sant'Angelo. Giunti in Puglia quando più non era acconcia la stagione al tragitto, vi attesero la primavera.

Colà Amalfi erasi ribellata a Ruggero duca di Puglia, il quale per domarla si raccomandò a suo zio Ruggero conte di Sicilia; e questi, radunato gran numero di Saracini dell'isola[425] e unitili alle sue truppe e a grossa squadra di navi, assediò la città. Ma ecco in quello spargersi l'arrivo de' Crociati; subito il grido di Dio lo vuole risuona fra gli accampati; l'odio rinfervorato contro gl'infedeli fa parere iniquo l'adoperarlo contro i Cristiani: Boemondo, principe di Taranto e fratello del duca Ruggero, piglia tosto la croce, nella speranza di fare alcun acquisto in quell'Asia dove già egli avea combattuto i Greci; e moltissimi si accingono al passaggio. Così spegnesi l'ira fratricida, e Amalfi conserva la sua libertà.

I Crociati passarono in Epiro (1096); ma i Greci (che del resto mostraronsi sempre tepidi, spesso sleali in una guerra da essi invocata e di loro principale vantaggio) si adombrarono dell'arrivo di questi Normanni che testè aveano provati nemici, e in fatto non tardò occasione di venire all'armi. Boemondo li battè, occupò molto paese, e comparve nella reggia di Costantinopoli con tal fierezza, che Alessio Comneno non trovò migliore spediente che chiamarlo a sè, lasciargli scegliere quante ricchezze volesse, e rimandarlo col solo patto che gli facesse omaggio.

Non è nostro ufficio il divisare quell'impresa, la prima che s'assumesse a nome dell'intera cristianità, e la più magnifica negli effetti, giacchè impedì che l'Europa divenisse musulmana. Diremo solo come i nostri non vi si precipitassero con tanto ardore quanto gli stranieri, attesochè da un lato (al par degli Spagnuoli) non aveano bisogno di cercare fuor di casa la guerra contro gl'infedeli, dall'altro teneano traffici vivi in Siria: pure Folco, poeta di quegli avvenimenti, canta che dalle rive dell'Adige, dell'Eridano, del Tevere, della Magra, del Vulturno, del Crustamino partì gran popolo, Liguri, Italiani (Lombardi?), Toscani, Sabini, Ombri, Lucani, Calabresi, Sabelli, Aurunci, Volsci, Etruschi, Apuli[426]. V'è chi scrive l'impresa essere stata consigliata e ispirata dalla contessa Matilde[427]; ma nessun contemporaneo ne fa motto, benchè all'indole di lei si convenga il credere vi persuadesse e ajutasse gl'italiani, e massime i Toscani.

Fra gli ostacoli dei Greci infidi e dei Turchi nemici, l'esercito procedette fin che prese Nicea ed Antiochia, occhio della Siria, perla dell'Oriente (1097-98).

Repugna all'indole feudale il supporre la spedizione diretta da un solo capitano, come disacconciamente favolò il Tasso: ciascun barone, ciascun uomo passava cogli uomini, colle provvigioni, colle armi, coi consigli che credeva, nulla avendo di comune se non l'intento, ispirati dall'unica idea allora universale, la religione, e col calore che le passioni sogliono acquistare in una moltitudine radunata al medesimo scopo. Fra' baroni andati da Italia si segnalò Tancredi, figlio del marchese Odone Buono e di Emina sorella di Roberto Guiscardo, tipo del valor generoso e devoto; mai non invocato indarno dal debole, fedele a tutta prova, d'un valore che crescea cogli ostacoli e che si nascondeva, cercando meriti pel cielo non acquisti in terra. Fiero ed astuto invece Boemondo suo cugino aspirava più ai regni mondani che al celeste: onde appena fu presa Antiochia, vi si fermò, facendosene un regno.

Dopo lunghi travagli (1099 — 15 giug.) anche Gerusalemme fu espugnata, e si trattò di porne re Tancredi: ma egli preferì consacrare la sua spada a difenderla dai rinascenti Musulmani; e lo scettro fu dato a Goffredo di Bouillon. Al modo che i Barbari aveano fatto dell'Italia, la Palestina fu allora partita fra i cavalieri latini, ciascuno regnandone un brano, difendendolo, estendendolo, governandolo, sotto la nominale primazia del re di Gerusalemme.

Anche i conti di Biandrate e di Savoja campeggiarono colà. De' minori combattenti non si parla, giacchè, se le imprese del medio evo son la più parte anonime, queste ancor più, dove tutti chiedeano ricompense eterne, anzichè glorie mondane. Bensì le tradizioni posteriori accennano a fatti e persone non bene accertati. Padova nomina Aicardo di Montemerlo e Isnardo di Sant'Andrea del Musone, il primo de' quali, nobilissimo giovane e soldato arditissimo, restò morto all'assedio di Nicea. Galvano Fiamma vuole che da Milano un mirabile esercito passasse alla crociata cantando Ultreja: ma il suo genio parabolano, l'esser vissuto due secoli dopo, e il silenzio dei cronisti coevi o vicini, come Landolfo Juniore, gli scemano fede; tanto più che l'abate Uspergese afferma che sin al 1100 i Lombardi aveano sempre mancato al voto di concorrere alla crociata. Pure i cronisti milanesi sanno che il loro arcivescovo Anselmo da Bovisio partì a menare soccorsi ai Crociati, e dinanzi all'immensa turba portava un braccio di sant'Ambrogio in atto di benedirla[428]: era banderajo Giovanni da Ro, e capitano Ottone Visconti, il quale, ucciso un gigante infedele, gli tolse il cimiero, figurante un drago che ingoja un fanciullo, e ne formò lo stemma de' Visconti. La spedizione riuscì alla peggio, e l'arcivescovo stesso vi perì, o combattendo, o a Costantinopoli in conseguenza d'una ferita: e i Crociati che rimpatriarono, istituirono il luogo pio delle Marie e la chiesa di San Sepolcro, alla quale poi annualmente dirigeasi e dirigesi[429] dalla metropolitana lombarda una processione in ricordanza di quel fatto. A Imola i Sassatelli e i Carradori presero la croce, e Vincenzo Cesare de' Carradori vi menò cento compatrioti a proprie spese. A Siena in Bicherna è un quadro che ricorda l'invio di 2000 crociati.

Tarda adulazione inventò un Rinaldo, giovane eroe, dal quale poi derivasse la casa d'Este; ma nella storia non n'è il minimo vestigio. I Fiorentini vorrebbero che Pazzino de' Pazzi montasse il primo sulle mura di Gerusalemme, onde da Goffredo ebbe in dono alcune scaglie del santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco benedetto. Ne derivò a quella famiglia il privilegio di rinnovare il fuoco al sabbato santo, e correvano a recar la facellina per tutte le vie sopra un carro, che poi s'ingrandì e ornò; ed oggi ancora va in volta mandando la colombina fin al coro della cattedrale, poi dando il volo a molti fuochi artifiziali sul canto dei Pazzi.