Alla prima crociata andarono i Pisani (vuol la tradizione), e Cucco Ricucchi portava un crocifisso, il quale nell'assalto di Gerusalemme voltossi verso i combattenti gridando: «Seguite, o Cristiani, che avete vinto». Quel crocifisso tennero sempre i Pisani in gran venerazione nel loro duomo, caricandolo di doni e voti: e da qui derivò l'uso a Pisa e al restante contado, che nelle processioni si porti il crocifisso rivolto verso i seguaci. Il Trinci fa andare a quella guerra Guido da Buti, Guido da Ripafratta, Ezelino da Caprona, Alfeo Salvucci da Biéntina. Ma mentre alcuni fan principale onore ai Pisani della presa di Gerusalemme, Guglielmo di Tiro li dice arrivati solo alla fine del 1099, condotti dall'arcivescovo Daimberto, che salì patriarca della santa città, e del quale abbiamo la lettera con cui, a nome anche di Goffredo, del conte Raimondo e di tutto l'esercito, dava ragguaglio di quella presa a Pasquale II, che ne scrisse ringraziamenti ai consoli di Pisa.

Accompagnavali la flotta genovese di ventotto galee e sei vascelli, sulla quale montava pure lo storico Caffaro, e vuolsi comandata da Guglielmo Embriaco, il quale avrebbe insegnato l'uso delle torri mobili. Le due genti di conserva assalirono Cesarea; e ricevuta prima la comunione, ed esortati da Daimberto e dal console genovese Malio, la presero d'assalto. Dalle spoglie i Genovesi ottennero il famoso catino, che credeasi uno smisurato smeraldo e donato dalla regina Saba a Salomone, e che ancora si venera come reliquia se non come tesoro. Da Tancredi ottennero un quartiere d'Antiochia dov'egli era principe, e di Laodicea con mercato franco e il libero uso dei porti[430].

Venezia, per non guastare i suoi traffici coi principi di Levante, freddamente avea cooperato alla crociata: come però vide Pisani e Genovesi tornarne carichi di prede, volle partirle, e impedire che quelli preponderassero; e scontrata la flotta genovese, la battè e svaligiò, dando agl'infedeli l'abbominevole soddisfazione di veder Cristiani uccisi da Cristiani.

Durava ancora l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno d'investitura dagli imperatori di Costantinopoli. Domenico Michiel, elevato a quel posto (1117), mandò impetrarla da Giovanni Comneno; e questo, pretessendo qualche insulto fatto dai Veneziani, non solo ricusò, ma fe staggire quanti legni ancoravano ne' suoi porti (1123), finchè la Repubblica desse soddisfazione. La soddisfazione fu che esso doge menò a Rodi la flotta, dianzi vincitrice dei Turchi, saccheggiò quell'isola ed altre, sinchè composero pace ad istanza di Baldovino, secondo re di Gerusalemme. Allora ducento navi veneziane, su cui Arrigo Contarini vescovo d'Olivolo, veleggiarono verso Levante, e colata a fondo la flotta egizia di sessanta galee oltre i legni minori, approdarono in Siria, patteggiando coi Crociati di soccorrerli, purchè d'ogni città conquistata ottenessero una via franca, una chiesa, e bagno e forno e tribunale proprio, e immunità da gravezze, oltre un terzo della città contro cui campeggiassero, e trecento bisanti sulle rendite di essa. Sopra Tiro si concentrò lo sforzo; e il doge Vitale Michiel II, come vide che l'esercito di terra esitava nella paura d'essere abbandonato dalla flotta, depose il sartiame sulla spiaggia, distribuì centomila ducati fra i combattenti, e mostrò voler salire la breccia co' suoi marinaj, armati non d'altro che di remi. L'esempio incuora, la città è presa, al doge s'offre fin la corona di Gerusalemme; ma egli preferisce il berretto dogale, e rimena l'armata trionfante a Venezia, la quale in una sola campagna ebbe acquistato potenza e spoglie maggiori, che non Pisa e Genova in tanti anni. Poi nel 1130 da re Baldovino ottenne d'aver un quartiere indipendente in ciascuna città del reame di Gerusalemme, dove i gabellieri non potessero impacciare la libertà de' suoi traffici[431]. Anche Genova all'assedio di Tolemaide patteggiò le si concedesse un terzo del bottino, e nella città una chiesa, un banco, un tribunale della propria nazione.

Ma i Musulmani dal primo abbattimento presto risorsero, e minacciavano cacciare i Cristiani dai loro nuovi stabilimenti, onde fu duopo rinnovare le spedizioni, sempre con men fervore e più meditati provvedimenti. San Bernardo (1147) eccitò Luigi VII re di Francia e Corrado III imperatore di Germania alla seconda crociata, «mal convenendo che il re del Cielo perdesse una porzione del suo regno in terra»; e sull'esempio di regina Eleonora di Guienna, ricchi e signori presero la croce, e si mandava fuso e conocchia a chi tardasse: i poeti eccitavano al valore, i frati vi spingeano i ribaldi come a via di salvamento. Molti Italiani v'ascoltarono, fra cui Amedeo duca di Torino, Guglielmo marchese di Monferrato, Guido di Biandrate, Martin della Torre milanese che vi fu preso e ucciso, Ezelino il Balbo da Romano. Ai Crociati raccolti a Etampes Ruggero di Puglia mandò offrire navi, vitto e il proprio figliuolo, purchè volessero prendere la via di mare. Sventuratamente non gli diedero retta; e per terra camminando, si trovarono esposti ai multiformi tradimenti dei Greci; sicchè l'impresa fallì, ducentomila Cristiani vi perirono, e tardi si vide quanto saviamente gl'Italiani consigliassero, non di fare soltanto una punta sovra Gerusalemme, ma di piantare colonie tutto lungo le coste e nell'Asia Minore: provvedimento che avrebbe tanto operato sull'avvenire dell'Asia, e prevenuto le minaccie che poi i Turchi recarono all'Italia.

In quel tempo Ruggero di Sicilia occupava Corfù (1149); e l'imperatore greco Manuele Comneno invocò i Veneziani per combatterlo. La loro flotta imbattutasi in Luigi di Francia che tornava di Gerusalemme, lo prese; ma l'armata di Ruggero poco dopo il liberò: e i Veneziani devastarono la Sicilia, non tanto per far grato all'augusto bisantino, quanto per isfogo di rivalità.

Così in Asia si agitavano le passioni e gl'interessi italiani. Il normanno Boemondo duca d'Antiochia, dopo rimasto lungo tempo prigioniero dei Turchi, girò Francia e Italia concitando i Cristiani a mandare soccorsi a Terrasanta; e dal suo principato di Táranto cavò molta gente, sicchè da Brindisi (1107) potè salpare con ducencinquanta navi, quarantamila fanti e cinquemila cavalli. Invece però di volgersi sulla Palestina, prese la Vallona e assediò Durazzo, appartenenti all'impero greco, finchè Alessio Comneno non ne comprò la pace colla promessa di più non molestare i Crociati. Poco stante Boemondo morì.

Era pur morto il conte Ruggero di Sicilia, lasciando un fanciullo del nome stesso, per cui governava Adelaide sua madre. Baldovino II di Gerusalemme credette opportune ai gravissimi suoi bisogni le ingenti ricchezze di lei, e la domandò sposa. Ella assentì, patto che, se non generasse altri figli, il regno di Gerusalemme verrebbe al suo Ruggero; e passò in Terrasanta con grosso tesoro e fra grandi feste. Ma dopo alcun tempo Baldovino essendosi gravemente malato, le confessò d'avere un'altra moglie, onde Adelaide fu rimandata senza le ricchezze. Suo figlio Ruggero ne concepì tale dispetto, che più non volle soccorrere i Crociati, per quanto li sapesse in bisogno.

Serve a paragone e chiarimento degli ordini feudali che trovammo in Italia, il rammemorare come i signori stabiliti in Terrasanta eleggessero diversi uomini savj ad inquirere e sapere da la gente de diverse terre che erano lì, le usanze de le loro città; e tuttociò che quelli, li quali elesser a questo effetto, hanno possuto saper et apprendere, el feceno mettere in scriptis, appunto come Rotari faceva scrivere le precedenti usanze del suo popolo. E ne venne il codice, detto delle Assise, non estraneo agli Italiani perchè regolò tanti possessi di questi in Levante, e specialmente Candia, colonia dei Veneziani, i quali ad uso di essa le fecero tradurre in loro dialetto, e ve le applicarono come legge comune.

Le Assise, come tutti i codici e statuti del medio evo, si occupavano soprattutto del rendere giustizia; al qual uopo v'avea due corti secolari. Dell'alta corte era capo il re, e davanti ad essa si dibattevano le cause fra la corona e i baroni, o di questi fra loro o coi loro sudditi o vassalli; onde le Assise trattano a lungo dei diritti feudali, dei modi di possedere, investire, spropriare, e principalmente de' giudizj per mezzo del duello: sicchè non potrà dire di conoscere le ragioni feudali chi in quelle non abbia studiato. Alla seconda corte della borghesia presedeva un visconte nominato dal re, e vi si controvertevano le cause fra i semplici borghesi, cioè non investiti di feudo, nè cavalieri o soldati, ma mercanti, o persone franche, o sudditi indigeni o schiavi. Qui pure discuteasi per prove e testimonj, e spesso si ricorreva al duello, e più ancora alle prove del ferro rovente, dell'acqua o simili.