La corruzione non tardò ad entrare nel regno di Gerusalemme; i Musulmani si rinforzarono, il generoso Saladino li ricondusse contro la città (1187) che è santa anche per essi, e in breve l'Europa intese che Dio avea perduto il suo patrimonio in terra, e Gerusalemme e il santo sepolcro eran novamente preda ai cani. I popoli tutti, cui quella era come una patria comune, levarono il pianto, e chiesero armi, armi (1189). Mentre Ricardo Cuor di leone re d'Inghilterra, Filippo Augusto di Francia, Federico Barbarossa di Germania vi si accingeano, Genova, Pisa, Venezia, dimenticati per poco i dissidj, correano a sostenere Tolemaide assediata, alla guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna: Piacenza vi mandò seicento guerrieri, Cremona una grossa nave, duemila uomini i Bolognesi[432]: i Pisani due volte sconfissero la flotta musulmana: i Genovesi portavano ambasciadori a tutte le potenze, e a Ricardo d'Inghilterra esibirono stanza in città, ricovero in porto, e quanti trasporti per mare occorressero; ed egli gradì l'offerta; poi combattendo al loro fianco in Palestina, imparò a stimarne il valore, e com'essi adottò per insegna navale la croce rossa in campo bianco, e san Giorgio per patrono.
Mercè degli Italiani Tiro fu salva: ma tosto le discordie rivalsero, e i Cristiani combatterono fra loro, per modo che Corrado marchese di Tiro dovette obbligare i Genovesi a ritirarsi (1193). Anche i re crociati furono presto a litigi ed alle armi, talchè la terza spedizione sortì infelice termine.
Alla quarta già l'ardore devoto erasi intepidito a segno, che fu duopo esibire denaro perchè il popolo s'armasse, e l'imperatore Enrico VI prometteva trenta oncie d'oro a chiunque si crociasse: ma costui non badava tanto al ricupero di Terrasanta, quanto ad assicurare a sè colle armi pietose il regno di Puglia, siccome vedremo (Cap. LXXXVII).
Meglio che pei fatti particolari, sono memorabili a noi pure le crociate per la generale influenza esercitata da quel movimento dell'intera popolazione, dal rimescolamento delle idee, dall'esaltazione degli spiriti. Per due secoli il crociarsi fu guardato come un debito, di cui ognuno fosse tenuto a Cristo; le città spedivano torme di prodi; il principe levava somme a prestanza, mettendo a pegno i possessi; l'ecclesiastico i benefizj; il barone alienava i feudi; il poeta ne sperava un non caduco alloro; il monaco la palma della perseveranza nella fede; la fanciulla, il vecchio, la monaca non si sgomentavano innanzi a pericoli sì diversi. Ai Crociati perdonavansi i pedaggi: nei contratti di nozze i nobili si riservavano la libertà di crociarsi: poteva la moglie impedire al marito di chiudersi in un convento, ma non di prender la croce[433], quand'anche le lasciasse dei bambini. Uno non sapeva come schermirsi da un nemico mortale? crociavasi; uno voleva dalla Chiesa indulgenza de' suoi delitti? crociavasi. Ricchi e grandi credevano crescere di merito quando in que' disagi si mettessero a paro co' più abjetti: migliaja giuravano di più non tornare in patria, che non avessero riscattata Terrasanta; e chi al voto fallisse, non era più dalla Chiesa riconosciuto per figlio, restava vile agli occhi degli uomini d'onore. I pellegrini, mantenuti dalla pubblica carità, cantavano lietamente la terra promessa, la patria del Salvatore, la genitrice de' santi padri, il teatro della riconciliazione con Dio: perivano mille di mille segnati? benedicevasi il Signore che tanti nuovi testimonj di sua fede fossero saliti al cielo. Voleasi dopo morte esser involti nella tonaca che si tenea in dosso nel visitare il santo sepolcro; i Pisani trasportarono di Palestina la terra di che empire il loro cimitero, per potere così dirsi sepolti in terra santa.
Le crociate fecero pure dalla feudalità e dall'importanza personale germogliare la Cavalleria, per la quale il nobile tenevasi obbligato ad usare il massimo valore nelle prove più difficili, cercarle anche a bella posta, fosse ne' tornei ed in finti armeggi, ovvero in lontani paesi e in assalti rischiosissimi, e sovrattutto a difesa del bel sesso, degli ecclesiastici e del proprio signore: della patria non si parlava ancora. La maggior forza di corpo, il miglior cavallo, l'elmo, la corazza e la spada meglio temprati erano il vanto del cavaliero, che doveva non conoscer paura, non rifiutare cimento per quanto disuguale, non ritirarsi mai da un voto per quanto difficile, non mai mancare a data parola per quanto gli costasse. Un altro prode, e più specialmente qualche principe armava il cavaliero, ponendogli i distintivi di quel grado, cioè l'elsa e gli sproni dorati e il cingolo, e dandogli la guanciata come s'usa nella cresima, oppur battendolo sulla spalla colla propria spada.
Il corredo delle prove e delle iniziazioni, e le cerimonie dell'inaugurazione, precedute dalla veglia dell'armi, nacquero poc'a poco quando si volle ridur la Cavalleria ad una specie di condizione privilegiata, com'erano tutte l'altre di quei tempi. Allora s'introdussero differenti specie di cavalieri: e in Italia si conosceano cavalieri del bagno, che con solennissime cerimonie si astergeano il corpo a indizio della purificazione dell'anima; cavalieri di corredo, vestiti verdebruno e con ghirlanda dorata; cavalieri di scudo, fatti da popoli e signori, e che pigliavano l'ordine colla barbuta in capo; cavalieri d'arme, investiti sul campo senz'altra cerimonia che dar loro la spada, la guanciata, l'abbraccio e il giuramento di lealtà[434].
Così fatti si moltiplicarono, e per pompa non per merito: Ruggero di Sicilia, facendo cavalieri i suoi due figliuoli Ruggero e Tancredi, ne insignì con loro quaranta; nel 1294 Azzo d'Este aprì corte bandita per ottenere il cingolo da Gherardo di Camino, e avutolo, armò di propria mano cinquantadue militi; trecento ne armò Carlo Martello quando fu coronato re di Napoli il 1290: poi se n'abusò a segno, che Carlo IV imperatore nel 1355 commise al patriarca di dichiarar cavalieri tutti quei che venuti erano per ciò a Siena; onde coloro i quali aspiravano ad un onore che cessava d'esser tale dacchè rendeasi vulgato, ma che rincresceva di non possedere appunto perchè vulgato, raccomandavansi a quei ch'erano attorno al patriarca, «e quando erano a lui nella via, lo levavano in alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta la guanciata in segno di cavalleria, gli mettevano il cappuccio accattato col fregio d'oro, e traevanlo dalla pressa, ed era fatto cavaliere»[435]. Quando poi Carlo V fu coronato a Bologna, «colla spada toccava la testa di chi voleva esser cavaliere, dicendogli Esto miles; e tanti s'affollarono chieditori intorno a lui, dicendo Sire, sire, ad me, ad me, che egli stanco e sudando, e dicendo ai cortigiani No puedo mas, inchinò sopra tutti la sua spada, soggiungendo Estote milites todos todos; e così replicando, gli astanti si partirono cavalieri e contentissimi»[436].
Ottimo modo di svilire un'istituzione! e il farlo ben conveniva a cotesti superbi stranieri, che colla spada venivano a radere le gloriose memorie dell'Italia, e ai sentimenti nobili e generosi surrogare il calcolo e l'obbedienza incondizionata. E per verità allora la Cavalleria avea passato stagione, ma già avea prodotto gli effetti, che non furono pochi. In mezzo a gente armata, a un diritto universale della forza, si udì per essa proclamare la lealtà e la generosità: il braccio del prode fu armato a tutela del debole e a terror del prepotente; la vedova, il pupillo trovarono chi ne sosteneva i diritti, chiamando al duello giudiziario l'usurpatore de' loro beni: il castellano dal suo covile udiva squillare il corno del cavaliero, che lo sfidava alla prova dell'armi, per dimostrargli ch'era un villan traditore, un sanguinario. Istituzione mirabilmente opportuna quando verun potere sociale bastava a imporre un ordine interiore, o a proteggere gl'individui; convertiva l'educazione militare in poderoso stromento di sociabilità, facendo ancora, al contrario di ciò che stabiliva il feudalismo, alla nascita prevalere il merito per mezzo d'una nobiltà, diversa dalla germanica e feudale, e creata per valore dapprima, sempre per meriti personali; alla potenza stazionaria e inumana de' possidenti ne opponeva una mobile e generosa, con sentimenti elevati, colla passione della gloria e il puntiglio della lealtà: l'inviolabilità della parola e la squisitezza del punto d'onore davano una dignità, esagerata talvolta, ma che divenne carattere de' tempi moderni.
Questa comunanza, non forse di simboli e riti quanto alcuno vorrebbe, bensì di sentimenti, affratellava uomini di disparatissime nazioni, che cessavano di guardarsi per nemici dacchè erano cavalieri. Una gioventù, che cercava la fatica dei combattimenti e il riposo delle cortesie, che per istituto consacrava il coraggio alla giustizia e alla religione, crebbe l'amor delle pompe, de' tornei, delle corti bandite, ch'erano pure un nuovo riposo fra lo strepito dell'armi; introdusse il culto della donna, venerata come auspice della Cavalleria, e chiesta giudice e premio delle prodezze e delle tenzoni: onde il braccio del forte fu sottomesso all'irresistibile potenza della debolezza; e i nobili, inorgogliati soltanto della forza, rendevansi gentili; e mettendosi a contatto con altri, e a brillare nelle corti, alla selvatichezza surrogavano quelle maniere che da ciò appunto trassero il nome di cortesia.
I primi Crociati disegnavano sullo scudo la croce, che per tutta la vita attestava le devote loro prodezze, poi conservato nella famiglia, diveniva una testimonianza ai posteri. Quel semplice carattere venne poi complicato con altri segni, che esprimevano con nuovo linguaggio le imprese; e quegli scudi, sospesi ne' castelli paterni, trasmettevansi come illustrazione delle famiglie, divenendo così un distintivo delle case, mentre prima non n'era altro che il nome del feudo, e consolidando la società coll'attaccarla alle memorie.