Dalla Cavalleria e dalle crociate vennero pure gli Ordini cavallereschi militari. Uno di Spedalieri troviamo fin dal 952 all'Altopascio in Toscana, coll'uffizio d'accogliere i pellegrini, assistere i viandanti, mantenere le strade e i porti[437]. Dalla magnifica torre donde tutto si domina il val di Nievole, sonava la sera una squilla per avviare sulla bruna quei che ancora non avessero attraversato le palustri selve della Cerbaja.
All'ospedale di San Giovanni a Gerusalemme, che dicemmo fondato dagli Amalfitani, era affisso un Ordine di Spedalieri, il cui priore Gerardo della Scala, al tempo delle crociate, armò i suoi frati per ajutare l'impresa; e così venne alterata la loro natura, conservando la cura degl'infermi e dei pellegrini, ma più combattendo gl'Infedeli, e ne uscì quell'Ordine nobile che fu poi famoso col nome di Giovanniti e di cavalieri di Rodi e di Malta. Seguirono i Templari, i Teutonici ed altri estranei all'Italia. Per noi fa l'indicare i cavalieri di San Lazaro, segnati dalla croce verde, e dediti a curare i lebbrosi e difendere i sacri luoghi; che poi trasferiti in Francia, e nel 1572 con autorità di Gregorio XIII uniti all'Ordine di San Maurizio fondato da Amedeo VIII di Savoja il 1434, si conservarono fin ad oggi in Piemonte.
Particolari all'Italia furono i Frati Gaudenti di Santa Maria Gloriosa, istituiti nel 1204 da Loderingo di Andalò, con Gruamonte Caccianemici e Ugolino Capreto de' Lambertini nobili bolognesi, un Reggiano, il modenese Ranieri degli Adelardi ed altri, per insinuazione di frà Bartolomeo Breganze, vescovo di Vicenza, poi santo; ed approvati da Urbano IV[438]. Dovevano esser nobili per padre e madre; e seguivano la regola dei Domenicani senz'obbligo di celibato e di convivenza; e portavano mantello bianco, e su campo simile croce vermiglia sormontata da due stelle. Assumeano di protegger vedove e pupilli, orfani e poveri, e intromettersi delle paci: il comune di Bologna gli esentò da tutti i pesi reali e personali, ed altrimenti li privilegiò; e sovente le città d'Italia affidavano a loro la riscossione delle gabelle. Ma (dice Giovan Villani) troppo presto seguirono al nome i fatti, cioè d'intendere più a godere che ad altro.
Luigi di Táranto, secondo marito che fu di Giovanna regina di Napoli, in memoria della sua coronazione inventò l'ordine del Nodo (1347), i cui cavalieri giuravano ajutare il principe in qualunque occorrente; dovevano portare sull'abito un nodo di qual colore volessero, col motto Se a Dio piace; il venerdì prendevano cappa nera con nodo di seta bianca, senz'oro nè argento o perle, a memoria della passione. Se il cavaliero avesse dato o ricevuto ferita, il nodo doveva restare sciolto finchè avesse visitato il santo sepolcro; reduce dal quale, poneavi il proprio nome e il motto Piacque a Dio. A pentecoste, congregatisi in Castel dell'Ovo, biancovestiti, rendeano conto de' fatti d'arme più notevoli nel Libro degli avvenimenti de' cavalieri della compagnia dello Spirito Santo dal dritto desìo. Chi fosse imputato d'azione indegna, dovea quel giorno presentarsi con una fiamma sul cuore, e attorno scritto Ho speranza nello Spirito Santo di riparare mia grand'onta: mangiava in disparte nella sala, ove il principe e i cavalieri banchettavano. L'Ordine morì coll'istitutore; ma il Libro degli avvenimenti e degli statuti venne alla repubblica di Venezia, che ne fece dono ad Enrico III quando passò d'Italia il 1573; ed egli ne tolse norma per fondare poco poi l'Ordine del Santo Spirito in Francia.
Si pretese che Costantino Magno, a commemorare la vittoria sopra Massenzio, istituisse l'Ordine di San Giorgio o Costantiniano. Certo i Flavj Comneno, discendenti degl'imperatori di Costantinopoli, possedettero lungo tempo il granmaestrato di questa sacra milizia, e Giannandrea, ultimo di essi, lo lasciò a Francesco Farnese duca di Parma. Competeva esso ai Farnesi come duchi di Parma, o come retaggio domestico? punto che i recenti trattati lasciarono irresoluto; onde continuò a distribuirsi dal duca di Parma non meno che dai re di Napoli succeduti ai Farnesi, finchè non furono spossessati.
Vorrebbero connettere alle crociate anche l'Ordine savojardo dell'Annunziata, istituito, dal conte Verde il 1362, la cui collana è composta di lacci d'amore, colle lettere Fert, che si favoleggiano iniziali di Fortitudo Ejus Rhodum Tenuit. Amedeo VIII gli diede nuovi statuti nel 1409; Carlo III, il nome e l'immagine della ss. Annunziata nel 1518: e venti soli ne vanno decorati.
Quando i Turchi minacciavano la Germania e l'Italia, Pio II istituì l'Ordine della Madonna di Betlem e quello de' Gesuiti, d'effimera durata. Pio IV istituì lo Speron d'oro (1560), proprio de' pontefici, che davasi a tutti gli ambasciadori venuti a Roma, e potea conferirsi anche dalla famiglia Sforza Cesarini, dal maggiordomo del papa, dal governatore di Roma e dai nunzj; la quale comunicazione d'un diritto sovrano lo abjettò tanto, che Gregorio XVI (1831) ne mutò il nome e le divise.
L'arte trovò nella Cavalleria un nuovo campo, esteso quanto quello della devozione, dalla quale del resto era indivisibile. E ben presto anche l'Italia fu inondata da romanzi di Cavalleria, tradotti anche in vulgare; e se noi non contribuimmo verun originale ai periodi della Tavola Rotonda, de' Paladini di Carlo Magno, del Santo Graal, avemmo la più splendida esposizione della vita cavalleresca nell'Ariosto, e la più toccante nel Tasso.
Il primo veniva in tempi di critica, talchè della Cavalleria non presentò che il lato beffardo, e imprese che, a forza d'essere esagerate, diventano ridicole; paladini che uccidono migliaja d'uomini; armi incantate che rivestono eroi invulnerabili; spade che tagliano le armadure più robuste; scudi che abbagliano; lancie che col solo tocco scavalcano; e tutto il corredo della magìa, e di castelli incantati e cavalli volanti e foglie converse in navi...; e il cercare imprese folli e contro potenze sovrumane, e la religione volta in celia e in empietà, e l'amore inebbriantesi nella spensierata voluttà. Pure la vita cavalleresca ci è mostrata in quelle armadure a tutta botta, in quelle spade famose quanto i loro eroi, come la durlindana d'Orlando, la belisarda di Ruggero, la fusberta di Rinaldo, «che fa l'arme parer di vetro frale»; in que' cavalli rinomati, il Bajardo di Rinaldo, il Brigliadoro di Orlando, il Frontino di Ruggero; in quella fedeltà alla parola, per cui Zerbino protegge anche la scellerata Gabrina; in quella riconoscenza, per cui Ruggero combatte invece dell'imperatore Leone fin contro la propria amante; in quella difesa del debole oppresso, assunta da Rinaldo, da Bradamante, da Sansonetto; in quell'amore d'Isabella, che per serbar fede all'estinto sposo subisce la morte; in quella devozione di Orlando, che, qualora non sia impazzito d'un amor puerile, combatte incessante per l'imperatore e per Dio, e raccomanda l'anima al moribondo Brandimarte, «che de' suoi falli al re del paradiso può domandar perdono anzi l'occaso».
Il Tasso impicciolì il concetto delle crociate, facendone un'impresa regolare, d'esercito giusto sotto un capitano supremo, e con gerarchia di uffiziali e riviste e marce e stendardi: ma nell'anima devota e cavalleresca, più per sentimento che per istudio, intese egli que' costumi; e tu li ravvisi in Rinaldo, giovinetto insoffrente della disciplina, volonteroso d'imprese personali, e facilmente distratto dalle voluttà; in Raimondo che, quantunque vecchio, affronta lo sfidatore pagano; e meglio ancora in Tancredi, amoroso eppur fedele al capitano e alla croce, sempre primo ne' cimenti, che duellando con Argante, ricusa avere il vantaggio d'armi migliori; vedendolo esanimarsi, lo invita ancora generosamente a cedergli, senza insuperbir della vittoria[439]; che salva la figlia del signore d'Antiochia, e la rispetta; che invaghito di Clorinda, la combatte non conoscendola, e feritala a morte, corre attingere nel proprio elmo per dare col battesimo la vita eterna a quella cui toglieva la terrena.