Per Melchior e per Gaspar

Fo adoratz l'altissim Tos.

[125]. Rot., 179.

[126]. Neppure agli antichi Romani era insolito l'occupare un terzo o due delle terre dei vinti. Cum Hernicis fœdus ictum, agri partes duæ ademptæ: Tito Livio, xi. Truinates tertia parte agri damnati. Ivi, X. Questo terzo sembra lo togliessero i Germani da ciascun possidente: i Romani par più probabile s'impadronissero d'un terzo del territorio vinto.

[127]. Paolo Diac., lib. II. c. 4. Procopio, negli Aneddoti, dice che in Africa perirono tre milioni e a proporzione nell'Italia, tre volte tanto estesa: ma esagera al solito, per mostrare infelicissimo il regno di Giustiniano. La peste infierì nel 566, massime nella Liguria e a Roma, talchè non si trovava chi mietesse nè vendemmiasse. Nel 571 perì infinito bestiame; e molte persone di vajuolo e dissenteria. Paolo Diacono ricorda quasi ad ogni anno morbi, cavallette, nembi, siccità, ecc. Sotto re Autari un diluvio afflisse l'Italia; il Tevere, venuto a sterminata altezza, recò indicibili guasti; desolate rimasero la Venezia e la Liguria; e Gregorio Magno riferisce che le acque dell'Adige a Verona giungevano alle finestre superiori della basilica di San Zenone, senza entrar per le porte. Esso Gregorio in una grave peste ordinò sette processioni di cherici, cittadini, monaci, monache, maritati, vedove, ragazzi: e per via in un'ora ne caddero morti ottanta.

[128]. Lib. I. c. 16.

[129]. Iis qui vi oppressos imperio coercent, est sane adhibenda sævitia, ut heris in famulos. De officiis, lib. II. c. 7.

[130]. Populi aggravati per longobardos hospites partiuntur; lib. II. c. 32. Il codice della biblioteca Ambrosiana legge pro Longobardis hospicia partiuntur. E nell'un caso e nell'altro v'è ambiguità di senso; e forse la vera lezione è multa patiuntur. Sopra un testo sì incerto, quanti libri e libercoli si sono fatti in questi anni!

[131]. Paolo stesso, lib. IV. c. 6, dice che pæne omnes ecclesiarum substantias Longobardi, dum adhuc gentilitatis errore tenerentur, invaserunt.

[132]. Varie sue lettere sono dirette al populus et ordo di città longobarde. Costanzio vescovo di Milano parla d'un tal Fortunato, di cui aveva udito per annos plurimos inter nobiles consedisse et conscripsisse. Epist. IV. 29.