Belisario, tenuto inerte dalla insufficienza di forze, appena n'ebbe unite alquante, sbarcò al Porto Romano (546), e accampò sul Pincio, ma per veder presa Roma, cui soltanto le suppliche dei sacerdoti e la clemenza di Totila, che per la prima cosa andò a prostrarsi sulla tomba degli Apostoli, salvarono dal macello e dal disonore. A Bessa fu lasciato campo di fuggire. Rusticiana, figlia di Simmaco e vedova di Boezio, che aveva speso ogni aver suo per alleviare i mali di quell'assedio, come esortatrice di abbattere le statue di Teodorico sarebbe stata menata a strapazzo, se Totila non avesse saputo rispettarne la virtù, e compatirne la vendetta. Ai suoi egli ricordava come da ducentomila fossero ridotti a picciol numero, e a poche miglia stesse il nemico; nella presa di quella città vedessero il castigo di Dio, e si guardassero dal provocarlo sopra di sè: ai senatori convocati rinfacciò l'ingratitudine verso Teodorico, ma si lasciò placare, e concesse anche a loro perdono. Ma dovendo accorrere nella Lucania contro i Greci, espulse i cittadini da Roma, e i senatori menò ostaggi.
Appena ne uscì, Belisario con un pugno di gente ricuperò Roma, munì alla meglio con forza e palificate il vasto recinto, in cui appena cinquecento abitanti vagavano; onde, allorchè fra venticinque giorni Totila fu di ritorno, tre volte il respinse sanguinosamente, e l'avrebbe disfatto se intrighi di palazzo e dispute teologiche e circensi non avessero mutato la politica di Costantinopoli.
— Se l'imperatore intende davvero salvarci, perchè non manda esercito sufficiente?» diceano gli Italiani, vedendo or trecento, or ottanta uomini capitare di Grecia: nè Belisario comandò mai meglio di ottomila uomini, ragunaticci e obbedienti a uffiziali emuli e indipendenti; sicchè per cinque anni avea sparpagliato il sapiente suo valore in lenta guerra e irresoluta. Poi per procacciarsi denari doveva angariare i popoli, fin al punto di moverli a ribellione; e poichè s'ebbe veduto per non sua colpa sfrondare l'alloro, stanco di udire le sfide baldanzose del nemico nè poterle ributtare, chiese ed ottenne lo scambio. Gli applausi con cui la plebe l'accolse nel tornare a Costantinopoli furongli imputati a colpa; e pigliando di quei pretesti che mai non mancano, fu spogliato dell'autorità, degli onori, delle ricchezze; alcuno disse perfino accecato, e che in miserabile vecchiaja andasse mendicando un obolo dai popoli che aveva colla sua spada o salvati o vinti.
Totila riprese le perdute città e Roma stessa, vi richiamò i senatori, raccolse viveri, e celebrò i giuochi, diletto del popolo anche fra tante sciagure. Stese il dominio fin al Danubio, saldandovi le fortezze erette contro Gepidi e Longobardi; spogliò la Sicilia dei metalli preziosi, dei grani, degli armenti; sottomise Corsica e Sardegna (548); con trecento galee insultò le coste di Grecia, sbarcò a Corcira, giunse fino all'ammutolita Dodona.
Fra le vittorie continuava a proporre pace a Giustiniano: ma questi, non che accettarla, affidò nuova impresa all'eunuco Narsete. Educato al fuso e ai ginecei, costui in corpo affralito avea serbata anima vigorosa: imparò nel palazzo l'arte d'infingersi e di persuadere; onde allorquando accostossi all'orecchio di Giustiniano, il fece meravigliare coi virili suoi concetti, e ne fu adoprato in ambascierie, poi in guerra, tanto da parer degno di emulare Belisario. Seppe ispirar terrore ai nemici, rispetto ai suoi, a segno che un prode suo capitano, circonvenuto dai Franchi, ricusò di fuggire, dicendo: — La morte è meno terribile che l'aspetto di Narsete corrucciato».
Egli negò assumersi di liberar l'Italia se non con forze sufficienti a garantire la dignità dell'Impero. Fornito a denaro, nerbo d'ogni guerra, confermò gli antichi, reclutò nuovi soldati; ebbe soccorsi dai Longobardi, che allora vennero a fare il primo saggio dell'Italia, da Eruli, Unni, Slavi ed altri Barbari, coi quali passò le Alpi. Forse i Franchi aveano occupato Treviso, Padova, Vicenza, giacchè è detto che ad essi domandò il passaggio, e n'ebbe il no. Totila poi avea spedito Teja, valoroso capitano, a difendere Verona, talchè per di là era impossibile avanzarsi, nè facile varcar il Po quando s'impaludava su tanta parte del Ferrarese. Ma Narsete fece via lungo il litorale adriatico, con barche per far ponti; e così pervenne a Ravenna e a Rimini. Sentendo quanto breve potrebbe durare lo sforzo dell'Impero e l'unione degli ausiliarj, affrettossi a una battaglia che si combattè a Tagina (Lentagio) presso Nocera. Totila apparve sul campo, vestito delle splendide armi che allettano gli animi rozzi e fieri; e sventolando la purpurea sua bandiera, galoppato tra le file, palleggiò un lancione, l'afferrò colla destra, lo passò nella manca, rovesciossi tutto indietro, poi si ricompose sulla sella, caracollando in varii modi s'uno sbuffante puledro; messosi poi da semplice soldato, combattè come eroe, ma ferito a morte, non potè impedire che i suoi andassero in piena rotta (552). Giustiniano esultò ricevendo il gemmato cappello e l'abito cruento del prode re dei Goti; e Narsete, licenziati i Longobardi, ausiliarj più pericolosi che i nemici, passò in Toscana e occupò Roma, che presa per la quinta volta in quella guerra[44], e sommersa da nembi e tremuoti, giunse all'ultimo della calamità.
I Romani fuorusciti esultarono della liberata patria, i senatori v'accorsero dalla Campania: ma che? le guarnigioni gotiche li colsero in via e li trucidarono; ne trucidarono i Barbari che militavano con Narsete; trecento nobili giovani, che Totila avea scelti dalle città in aspetto d'onore, ma in realtà come ostaggi, furono scannati. Lo sterminio dei senatori cancellò quasi del tutto quell'assemblea, che ai re stranieri era parsa un concilio di numi.
I Goti, non ancora disperando, diedero la corona a Teja, che profuse per comprare l'alleanza dei Franchi, i quali però voleano versar il sangue solo per la gloria propria, cioè per i proprj furti: e sceso lungo l'Italia disperatamente trucidando quanti Romani incontrava, si sostenne due mesi presso Cuma. Perduta una battaglia, i suoi Goti offersero a Narsete, giacchè Dio s'era dichiarato per lui, li lasciasse andare dall'Italia; deporrebbero le armi, solo portandosi il denaro che ciascuno avea riposto ne' presidj. Il patto fu aggradito, ma poi i Goti tornarono sull'armi; e Teja, abbandonato dalla flotta, alle falde del Vesuvio avventavasi sopra i nemici coi più prodi, deliberati a vender cara la vita; combattè tutto il giorno, e quando il suo scudo era coperto di lancie confittevi, lo cambiava. In quest'atto scopertosi, restò trafitto (553), e con esso perì il regno degli Ostrogoti.
Più d'un anno si sostennero le reliquie loro, e in Lucca principalmente. Narsete fece condurre presso le mura gli ostaggi datigli, e negando i cittadini d'arrendersi, ordinò ai carnefici di colpirli. Ma nè questa finzione nè il rilascio degli ostaggi li domò; e dovette ancora oppugnarli molti mesi con d'ogni sorta macchine. Anche Cuma, dove si teneva Aligerno, fratello di Teja, si rese, e così Rimini e Pavia. Alcuni Goti furono mandati in Oriente, altri rivalicarono le Alpi, o, mutata la spada in marra, si confusero coi vinti in Italia.
I Goti aveano potuto dire a Belisario: — Nessuna mutazione inducemmo nel governo degli imperatori; ai Romani lasciammo le leggi, gl'impieghi civili, la religione»: ma i nostri aborrivano i fiacchi successori di Teodorico, che nè sapevano mantener pace, nè farsi formidabili in guerra, e colle dissensioni religiose, o col mescolarsi nell'elezione dei pontefici, s'erano resi odiosi. Ora questa contrada, che non si può mai chiamar bella senza aggiungervi infelice, guasta da barbari e da civili, da oppressori e da liberatori, subì una nuova servitù senza nemmanco il riposo: poichè, durante ancora la guerra, nuovo flagello la percosse. L'ingordo Leutari e l'ambizioso Bucellino fratelli, duchi dei Franchi, assunsero in propria testa una spedizione in Italia (553), e con settantacinque mila Alemanni, ancor più barbari dei Franchi, corsero fin al Sannio, devastando ogni cosa: quivi spartitisi, Bucellino andò a guastare la Campania, la Lucania e il Bruzio; Leutari la Puglia e la Calabria, fin dove il mare gli arrestò. Più che la guerra, le malattie cagionate da intemperanza li logorarono, sicchè da se medesimi si strappavano a morsi le carni: e la primavera che venne, Narsete potè sconfiggere e uccidere Bucellino con tutti i suoi presso Casilino, mentre quei di Leutari perivano sul Benaco, presi da pauroso furore, che fu attribuito all'oltraggio fatto alle cose sacre.