Diciott'anni di lenta guerra, tra orde viventi di ruba, micidiali ad amici e nemici, aveano sfinito l'Italia. Nella quarta campagna, cinquantamila campagnuoli perirono di fame nel Piceno; assai peggio nelle provincie meridionali, ove beato chi trovasse ghiande; qualche madre mangiò i proprj parti. Procopio vide una capra porger le poppe ad un bambolo derelitto; due donne, narra egli stesso, intorno a Rimini alloggiavano viandanti per mangiarli, e fin diciassette ne uccisero così: esagerazione che lascia argomentare del vero. Fiera peste ne conseguì, e in tanto spopolamento mancava sino il ristoro di Barbari qui accasatisi: e ai gemiti dei popolani facevano insulto gli stravizj de' soldati, alla cui insania, dice Agatia, non restava che di barattare scudi e cimieri con vino e cetre. A queste scuole imparava l'Italia cosa sieno le liberazioni degli stranieri, ed avvezzavasi ad obbedire a questi o a quelli, in arbitrio della forza.

La patria nostra formò uno dei diciotto esarcati, tra cui, dopo Giustiniano, fu ripartito l'impero romano; Roma divenne secondaria a Ravenna, di dove Narsete resse quindici anni dall'Alpi alla Calabria, cercando porvi qualche ordine, ripopolare le città, fra cui Napoli, dove papa Silverio accolse i fuorusciti delle arse circostanze.

Ad istanza di Vigilio, venerabile vescovo dell'antica Roma, Giustiniano diede una prammatica sanzione per gli Occidentali in ventisette articoli, ove confermava gli atti di Teodorico e del nipote, cancellando quanto la forza ed il timore avessero estorto durante l'usurpazione di Totila; nelle scuole e ne' tribunali introdusse la sua giurisprudenza; assegnò stipendj a legisti, medici, oratori, grammatici, reliquie dell'accademia romana; al papa e al senato (parola destituita di senso) lasciò la ispezione sui pesi e le misure. La giurisdizione civile tornò a distinguere dalla militare, contro l'usanza dei Barbari, e solo competente era il giudice civile, salvo se i contendenti fossero persone di guerra. Conti nelle varie città, superiori ai soldati non solo, ma a tutto il municipio, giudicavano in prima istanza delle cause, le quali per appello recavansi a Costantinopoli[45]. Un maestro dei soldati sostenea le veci del duca, e ad esso obbedivano i tribuni o patroni, che erano presidenti alle scuole delle arti, e giudici delle liti agitate fra i membri di queste. Le scuole insieme formavano l'esercito: chi non v'apparteneva, era popolo. Ai duumviri o quatuorviri furono surrogati i dativi, presidi ai giudizj civili; i consoli ai decurioni.

Adunque si assodò il governo dei municipj, che non tardarono a farsi indipendenti per opera dei duchi e maestri de' soldati; e le dignità si rendevano ereditarie, perchè attribuite generalmente in ragione della ricchezza. Ma l'amministrazione peggiorava, atteso che i prefetti delle provincie, invece di essere deputati dal senato, come sotto i Goti, venivano da Costantinopoli, e avendo comprato la carica, volevano rifarsene; tanto che un governatore della Sardegna, rimproverato perchè avesse permesso di sacrificare agl'idoli, rispose: — Sì caro mi costa l'impiego, che neppure con questo spediente n'uscirò netto». E papa Gregorio esclama: — La nequizia dei Greci trascende la spada dei Barbari; tanto da sembrar più pietosi i nemici i quali uccidono, che non i giudici dello Stato, i quali opprimono con malvagità, frodi e rapine».

Di peggio avvenne quando il debole e violento Giustino II, nipote e successore di Giustiniano, a Narsete surrogò Longino (568), ignorante delle armi e del paese. Dicono che all'avaro ma prode Narsete l'imperatrice Sofia inviasse pennecchi e fusa, dicendogli: — Torna a filare colle mie donzelle». Men generoso o men pusillanime di Belisario, egli rispose: — Filerò una tela, da cui difficilmente si distrigherà l'Impero»; ed invitò i Longobardi a scendere in una terra ove scorrono il latte e il miele, e a cui Dio non ha creato la somigliante. Le nuove rovine che costoro aggiunsero alle rovine d'Italia, non furono vedute da Narsete, morto due anni dopo il suo padrone.

CAPITOLO LXI. I Longobardi.

Imperante Tiberio, i Romani udirono prima il nome de' Longobardi, «popoli (dice Tacito) cui nobilita l'esser pochi, e che stando in mezzo ad altri potentissimi, non col rispetto si fanno sicuri, ma col cimento e le battaglie». Fossero il grosso della nazione, o piuttosto una banda, abitavano oltre l'Elba, dove poi fu la Marca media di Brandeburgo; combatterono sotto Maraboduo, poi sotto Arminio; Tolomeo li trovava già sul Reno; anche il Danubio varcarono, ma ne furono respinti.

Tradizioni, non accettate dalla moderna critica, traevano tutte le genti nuove dalla Scandinavia; e di là pure i patrj racconti dicevano uscita la coraggiosa e guerresca gente de' Longobardi, dietro alla valckiria Gambara, e ai capitani Ibor e Ayone. Freja e il guerresco Odino erano le loro divinità; e come tutti gli adoratori di questo, riconoscevano una nobiltà d'origine celeste, chiamata degli Adelingi[46], nobiltà guerriera e insieme sacerdotale, per modo che le conversioni fra loro non erano personali, bensì un affare di Stato, bastando il re le decretasse.

Agelmondo, primo lor condottiere, passando da uno stagno dov'erano stati dalla madre gettati sette bambini, natile a un parto da nozze infande, sporse la lancia; un di quelli la afferrò, ed egli il trasse in salvo, e lo nomò Lamisso, cioè figlio della lama, o della palude. Allevato con gran cura, costui si segnalò per valore, e massime vincendo una temuta amazone; e tanto fece che divenne re.

Sotto i suoi successori (la cui serie, conservata gelosamente, più tardi fu collocata in testa al loro codice) i Longobardi tolsero l'antica Rugia agli Eruli, e si piantarono a mezzogiorno del Danubio, nella Pannonia, che pareva la stazione di quanti preparavansi ad invadere l'Italia. Colà si trovarono vicini i Gepidi, i quali, alla morte di Attila che gli avea sottomessi, occupato avevano le terre intorno al Danubio, abbandonate dai Goti quando venivano contro Belisario; e presto ebbero occasione di guerre. Waltari, ultimo degli Adelingi, fu spodestato da Audoino; ma Ildechi, che pretendeva alla dominazione dei Longobardi, cercò ajuto di Gepidi istigandoli a guerra contro i suoi. In quel tempo Turisindo aveva usurpata la corona de' Gepidi a Ustrigoto, il quale a vicenda avea chiesto ricovero e ajuto di Longobardi. Audoino e Turisindo conobbero esser follia il combattere fuori un'usurpazione che ciascuno aveva imitata in casa; uccisero ciascuno l'ospitato rivale dell'altro, e il reciproco delitto saldò la loro pace.