Ma pace non poteva durare fra due popoli fieri, separati soltanto dal Tibisco; e delle incessanti guerre si conservò memoria nelle canzoni, o forse in un poema nazionale, donde, due secoli più tardi, Paolo Warnefrido, diacono del Friuli, trasse un racconto delle geste dei Longobardi. È romanzo piuttosto che storia, ma in difetto d'altri monumenti, vuolsi seguirlo come ritratto dell'indole di esso popolo.
Secondo quello, da Audoino nacque Alboino, il quale, guerreggiando il gepido Turisindo, ne uccise il figlio Turismondo (566). I signori longobardi, ammirando il valore del giovane principe, chiedono al re se lo faccia sedere allato nel banchetto, della vittoria; ma Audoino, — Per istituto de' nostri maggiori, verun principe si pone a mensa col padre, se prima non abbia ricevuto le armi da re straniero». E Alboino con quaranta risoluti passa alla corte di Turisindo, e gli chiede l'adozione delle armi. Lo ospitò il Gepido, e gl'imbandì; ma mentre sedevano al desco riflettè mestamente: — Al posto di mio figlio sta colui che l'ha trucidato». Tale esclamazione fe prorompere l'astio dei Gepidi; e Cunimondo, altro figlio del re, caldo dal dispetto e dal vino, uscì in motti pungenti, e paragonò i Longobardi, per aspetto e per fetore, a giumente. — Ma queste giumente (rispose Alboino) come sappiano springare calci lo dice la pianura di Asfeld, ove giaciono l'ossa di tuo fratello come di bestia vile». Al ripicchio che ridestava un disperato dolore, si caccia mano alle scimitarre di qua e di là; ma Turisindo, riuscito a stento a proteggere i diritti dell'ospitalità, colle armi di Turismondo riveste Alboino, che reduce al padre e ammesso al convito, narra l'ardimento suo e la fede del re nemico.
Cunimondo, sostituito al defunto padre dal voto di tutti, cioè dei guerrieri, pensò vendicare gli antichi oltraggi, e ruppe guerra ad Alboino, ch'era succeduto anch'esso al genitore. Questi invocò in ajuto un'orda di Avari, colla quale sconfisse il nemico, e colla morte di Cunimondo mise al nulla il regno dei Gepidi (566), i cui avanzi andarono o misti ai Longobardi o schiavi degli Avari.
Alboino avea sposata Clotsuinda, figlia di Clotario, possente re dei Franchi: piissima donna, cui Nicezio, vescovo di Tréveri, esortava a convertire il marito dall'eresia ariana. «Fa stupore (scriveale) che, mentre le genti lo paventano, i rei lo venerano, le podestà senza fine lo lodano, l'imperatore stesso gli dà la preminenza, egli non si prenda cura dell'anima; che, mentre splende di reputazione, nulla si brighi del regno di Dio e della sua salute»[47].
Era dunque fra i Barbari in grande stima Alboino, il quale, inorgoglito dalle primiere, qualche nuova insigne impresa meditava.
I Longobardi erano men tosto una nazione che un esercito, divelto già un pezzo dalle terre natìe, e accampato or qua or là, talvolta a servigio di stranieri, sempre sistemato alla militare. Al modo degli altri Germani, allorchè decretavasi un'impresa comune si univano al re i varj capi (gasindi) della nazione con volontarj seguaci, d'accordo fin al compimento, ma del resto indipendenti, e vogliosi d'assicurarsi ciascuno ricchezza e dominio.
Quelli che da Giustiniano erano stati chiamati in Italia a combattere Totila, non rifinivano di celebrar questo cielo e questi luoghi, che tante sventure non avevano ancora abbastanza disabbelliti. Alboino rifrescò le rimembranze collo imbandire i frutti più squisiti e i migliori vini d'Italia. Quel Narsete, ch'erasi fatto rispettare col valore e amare coi donativi, più non difendeva le latine contrade, anzi oltraggiato gl'invitava a vendicarlo. Occorreva di più per determinare ad imprese una gente guerresca, che priva ancora di patria, ne troverebbe una sì bella, dopo facile vittoria sopra un popolo disarmato?
Pertanto «correndo l'indizione prima, nell'anno di Cristo 568, il giorno dopo la pasqua, che in quell'anno cadeva al 1º d'aprile»[48], Alboino si mosse dalla Pannonia, lasciando questa agli Avari, col singolare patto di restituirgliela se fosse costretto a ritornare. Come fu udito che i Longobardi s'accingevano a passar le Alpi, dalla Germania e dalla Scizia accorsero compagni alla fatica ed alla preda Gepidi, Bulgari, Sármati, Pannoni, Svevi, Norici, e, principalmente graditi ad Alboino, ventimila combattenti Sassoni, con mogli e figliuoli.
Con tanta mescolanza di razze, di culti, di costumi[49], e coi vizj e le doti d'un capo barbaro, Alboino si mosse; da un'altura ai confini d'Italia, che poi fu detta Monreale (Monte Maggiore?) additò a' seguaci la bellezza del paese che li menava a conquistare, e si avventò sopra la Venezia. Aquileja, posta al limitare d'Italia, smantellata da Attila, non poteva opporgli contrasto; e il patriarca Paolino, coi principali e col tesoro della Chiesa, ricoverarono nell'isola di Grado, crescendo così la Repubblica delle lagune adriatiche. Occupato Cividale, Alboino sentì la necessità di ben proteggere le alpi Giulie, e vi lasciò il proprio nipote e gran cavallerizzo (marpahis) Gisulfo, col titolo di duca del Friuli. Il quale accettò, purchè gli si lasciassero quelle famiglie (fare) che egli sceglierebbe; e così vi collocò le migliori prosapie longobarde, e buone razze di cavalli e di bufali, allora prima veduti in Italia. Alboino continuando la marciata, alla Piave incontrato Felice vescovo di Treviso, che raccomandavagli il popolo e i beni della sua chiesa, gli fece spedire un diploma che questi assicurava. Politica opportuna, mercè della quale il patriarca d'Aquileja rientrò anch'egli bentosto nella sua sede.
I quindici anni della dominazione greca aveano, colla fiscale pressura, incancrenito le piaghe della patria nostra, a cui peste e carestia tolsero perfino i riposi della servitù. Longino patrizio era venuto qui senza truppe: forse le scarse che restavano furono concentrate nelle fortezze e attorno a Ravenna, invece di moltiplicarle portandole rapidamente ove bisogno: di nuove non poteva mandarne Giustino, in guerra coi Persi e minacciato d'una diversione degli Avari, alleati de' Longobardi.