Alboino dunque occupò Vicenza e Verona senza resistenza; con piccola, Padova, Monselice, Mantova, poi Trento, Brescia e Bergamo; ai 3 di settembre veniva gridato re in Milano, donde erano fuggiti i primati col vescovo Onorato[50]. La Liguria, di cui Milano era capo, abbracciava allora Pavia, Novara, Vercelli, il Monferrato, il Piemonte, la riviera di Genova; ma quest'ultima e Albenga e Savona, giovate dalla posizione marittima, resistettero all'invasore. Anche Pavia tenne saldo tre anni e mesi; dalla quale opposizione indispettito, Alboino giurò mandarla a sterminio; ma quando la fame gliel'ebbe schiusa, nell'entrare il suo cavallo cascò, nè voleva più rialzarsi. La pietà interpretò al Barbaro questo caso come un'ammonizione del Cielo contro il voto sanguinario fatto a danno d'un popolo veramente cristiano; onde Alboino lasciossi placare; ed essendosi allora il cavallo rialzato, egli entrò, e nel palazzo di Teodorico posò la sede del nuovo regno longobardo.

Durante l'assedio egli aveva passato il Po, sottomettendo la riva destra fin dove vi confluisce il Tánaro; poi spingendosi per la Toscana e nell'Ombria, collocò un duca a Spoleto; fe correrie sino a Roma, senza però occuparla; fors'anche arrivò più a mezzodì, e fondò il ducato di Benevento[51], che dovea sopravivere al regno longobardo.

Non si vede che Longino gli stesse mai a fronte; talchè, se più abile nel capitanare o più forte nel dominare, Alboino poteva di presente sottoporre l'intera Italia: ma si distrasse in inutili imprese; e mentre a domare tante città sariensi volute tutte le forze della nazione, i capitani, uniti soltanto da quel legame che congiungeva i gasindi col signore, prendevano quartiere sulle terre man mano conquistate, altri portavano altrove le minaccie.

Dell'ucciso Cunimondo aveva Alboino costretto la figlia Rosmunda a sposarlo, e col cranio di lui formato una tazza, per accoppiare ai piaceri della mensa la fiera voluttà della vittoria; — e (dice Paolo Diacono) io stesso, Cristo m'è testimonio, vidi il principe Rachi in giorno festivo tener in mano quel bicchiere, e mostrarlo a' convitati». Or mentre in Verona solennizzava le ben succedute imprese, al levar delle tavole chiese quella tazza, e poichè tutti n'ebbero bevuto in giro, coronatala d'altro vino, disse: — Recatela a Rosmunda acciocchè beva con suo padre». La celia brutale punse al vivo la donna, che preparò vendetta. Si fe cedere segretamente il letto da una concubina del valorosissimo Perideo; e come fu stata seco, gli si palesò, mostrando non restargli altro scampo che trucidare il re. E il re fu scannato (573).

Rosmunda sperava, coll'ajuto de' suoi Gepidi, mettere in trono l'amante Elmigiso, vile complice del doppio delitto: ma i Longobardi, che assai compiansero Alboino, contrariarono la indegna, la quale con la figlia Alesuinda, i due drudi, pochi fedeli e molti tesori, salvossi a Ravenna. L'esarca Longino, che lusingavasi colle discordie fiaccar coloro che non ardiva coll'armi, venuto terzo agli amori della svergognata, la persuase a toglier di mezzo Elmigiso. A questo ella mescè un veleno mentre stava nel bagno; ma egli insospettito la obbligò a bere il residuo del nappo funesto; ed entrambi morirono delle conseguenze della loro perversità.

Alesuinda fu mandata coi tesori a Costantinopoli (574), ove Perideo fece gran mostra di vigore uccidendo uno smisurato leone, e dove, paragonato per robustezza a Sansone, fu come questo accecato, e come questo tentò una vendetta. Finse aver segreti importanti da rivelare all'imperatore, ed essendo venuti de' patrizj ad ascoltarlo, credendoli lui, gli uccise.

Frattanto i capi longobardi in Pavia posero la regia lancia in mano di Clefi, che continuando le vittorie e lo sterminio dei potenti Romani, spinse le conquiste fino alle porte di Ravenna e di Roma; mentre i duchi che s'erano stanziati al confine delle Alpi s'avventavano sulle terre dei Franchi; ma al re dei Borgognoni dovettero cedere Aosta e Susa, le quali d'allora in poi spettarono al regno di Borgogna. Altri Franchi dominavano i paesi che or sono Grigioni e Tirolo, e da Anagni in val di Non snidolli il duca di Trento.

I Longobardi non erano dunque diretti nella conquista da una volontà preponderante: e poichè, dopo penetrati in Italia, cessava lo scopo unanime, ciascun capo pigliava per sè una provincia, che non era già una divisione amministrativa, ma veramente una signoria distinta, munita, estesa, governata alla germanica, ma con modi particolari. Quando Clefi, dopo diciotto mesi, fu assassinato (575), poteasi dire consumata l'impresa, per la quale i gasindi eransi sottoposti a un capo; laonde trovarono superfluo l'eleggere un altro re, e ciascuno dei trenta duchi provvide a trar profitto dal paese occupato, anzi che a sottomettere tutta Italia.

Le sei nazioni di Sarmati, Bulgari, Gepidi, Svevi, Pannoni, Norici, venute commilitoni ad Alboino, furono assise in cantoni distinti, dove conservarono la libertà, il dialetto e il nome. I Sassoni non vollero sottoporsi alle leggi longobarde, onde ripartirono, devastando la Provenza. Inesperti del mare, i Longobardi non poterono soggiogar le coste, soccorse di fuori; onde il lembo dalla foce del Po a quella dell'Arno restò da essi indipendente, e così Genova per alcun tempo, e per sempre la Sicilia e le isole. Anche alcune terre montuose e fra' laghi furono immuni dalla loro conquista, come Susa, qualche pianoro delle alpi Cozie, l'isola Comacina: e così pure Cremona, Mantova, Padova.

Il regno longobardo distribuivasi in Austria od orientale, composta del Friuli e del Trentino; Neustria od occidentale, composta de' ducati d'Ivrea, Torino e Liguria; stava di mezzo la Tuscia, in parte regia, in parte composta dei ducati di Lucca, Toscana, Castro, Ronciglione e Perugia. Nell'Emilia non tenevano i Longobardi che Reggio, Piacenza e Parma; nell'Italia meridionale la piccola Longobardia, cioè i ducati di Spoleto e Benevento, e il principato di Salerno. In questi paesi la nazione guerresca era militarmente ordinata in squadre o fare.