[202]. Nam et judices ad faciendas justitias... in eadem Ravennatium urbe residentes, ab hac romana urbe dixerit, Philippum presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem. Cod. Carol., nº 54; e così il nº 51, il 75 ecc. — Quando Carlo Magno, nel 784, volle trarre certe colonne antiche da Ravenna, n'ebbe concessione dal papa. Vedi in Fantuzzi, Monum. ravennati, i diplomi del tom. V, massime il 17 e 18; inoltre Savigny, Storia del dir. romano, cap. V, § 110; Leo, Gesch. von Italien, tom. I, p. 187-189; Cenni, op. cit., tom. I, p. 63; Orsi, op. cit., c. VIII; Philipps, Deutsche Geschichte, III. § 47; Gosselin, Pouvoir des Papes, Parigi 1845, pag. 240 e seg. — Più tardi papa Adriano scriveva a Carlo Magno: — I duchi di Spoleto, di Benevento, del Friuli, di Clusio ordirono contro di noi il pericoloso disegno di unirsi coi Greci e con Adelchi figlio di Desiderio, onde combatterci per terra e per mare, desiderando invadere questa nostra città di Roma, e ripristinare il regno longobardo. Pertanto vi scongiuro di venire al più presto a nostro soccorso; giacchè a voi, dopo Dio, noi abbiamo rimessa la difesa della santa Chiesa, del nostro popolo romano e della romana repubblica». Cod. Carol., ep. 57.
[203]. Longobardorum rex... Zachariæ prædictas quatuor civitates redonavit... ipsi b. Pietro reconcessit. E Stefano ad Astolfo petivit ut dominicas quas abstulerat redderet oves, et propria propriis restitueret. Pepino dirige messi ad Astolfo sanctæ ecclesiæ ac reipublicæ restituenda jura... ut propria restitueret propriis. Questi promette illico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis civitatibus. Anastasio Bibl., op. cit. Anche Eginardo negli Annali dice che Pepino obbligò Astolfo ad reddendum ea quæ romanæ Ecclesiæ abstulerat.
[204]. «Quel tiranno seguace di Satana, Astolfo divoratore del sangue dei Cristiani, struggitore delle chiese di Dio, percosso di colpo divino, sprofondò nella voragine dell'inferno.... Ora, per provvidenza di Dio e per mano del beato Pietro, pel tuo fortissimo braccio.... è stato ordinato re de' Longobardi Desiderio, uomo mitissimo». Lettera a Pepino.
L'anonimo Salernitano dice che Astolfo fuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula (oratorj) ibi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliæ ubi dicitur Mutina... ad sacra monachorum cænobia ædificanda per certas provincias multa est dona largitus. Valde dilexit monacos, et in eorum est mortuus manibus. Rer. it. Script., part. II, t. II.
[205]. Di Brescia lo vorrebbe il Malvezzi, Chron. Brix., Rer. it. Script., tom. XIV. Lo appoggerebbe l'aver egli fondato monasteri in Leno e quel di Santa Giulia in Brescia che ampiamente dotò, e dove poi fu badessa sua figlia Ansilberga, che parimente comprò beni nel Bresciano.
[206]. «Passano gli scrittori francesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto». Muratori, all'anno 771. Una legge divina che obblighi a surrogar nel regno i figli ai padri, io non l'ho mai udita: se n'esisteva una umana, lo storico doveva addurla, ma nè noi nè altri la videro mai; bensì vediamo mantenuto sempre fra' Germani il diritto d'eleggersi il re. Eppure è vulgato l'introdurre qui i nomi affatto sconvenienti e le idee tutto moderne d'usurpazione e d'eredità. Charles, dice Sismondi, avec autant d'avidité et d'injustice qu'aurait pu faire aucun de ses prédécesseurs, dépouilla sa femme et ses fils de leurs HÉRITAGES, les força à s'enfuire en Italie, etc.
[207]. Pro exigendis a rege Desiderio justitiis beati Petri. Anastasio Bibl., Vita Steph. III, pag. 178; vale a dire le rendite dei beni ecclesiastici posti nel regno longobardo e delle città occupate da Desiderio, e sulle quali, secondo il diritto romano, il pontefice aveva anche giurisdizione (justitiam).
[208]. In tutt'altro modo è esposto il fatto in una lettera di Stefano III a Berta (Cenni, I. 267); cioè, che il nefandissimo Cristoforo e il più che malvagio suo figlio Sergio aveano fatto trama con Dodone, messo di Carlo Magno, per dar morte al pontefice; averlo Dio salvato mercè gli ajuti di Desiderio; chiamati in Vaticano, ricusarono, e armatisi, esclusero di Roma il pontefice; poi abbandonati, erano rifuggiti in San Pietro, ove il papa a stento gli aveva difesi dalla moltitudine che ne chiedeva il sangue; ma mentre voleva farli rendere in città perchè fossero salvi, furono presi ed accecati, senza nè consenso nè saputa sua. Il Muratori e la maggior parte preferiscono questa versione: ma esso Cenni e il Pagi e il Cointe supposero quella lettera estorta al papa da Desiderio, o forse falsificata nella sua cancelleria, giacchè un'altra (Cenni, I. 274) e i biografi di Stefano III e d'Adriano riferiscono il caso nel modo che noi adottammo come più simile al vero.
[209]. Universum populum Tusciæ et Campaniæ et ducatus Perusini, et aliquantos de civitatibus Pentapoleos; omnesque parati erant, si ipse rex adveniret, fortiter... illi resistere. Anastasio Bibl.
[210]. De factis Caroli Magni.