La pietà di Teodolinda veniva opportunissima a mitigare la fierezza dei Longobardi. Costoro, prima d'entrare in Italia, avevano abbracciato il cristianesimo; ma conservavano alcune pratiche idolatre, a segno che torturarono quaranta contadini romani prigionieri, che non vollero adorare il teschio di una capra da loro immolata. Per isventura, i primi che andarono ad apostolarli erano ariani: talchè, dopo vinte le resistenze dell'intelletto e della passione onde farsi cristiani, dovettero stupire ed indignarsi nell'udir dai Cattolici che si trovavano novamente sulla via dell'inferno. Essi da principio molestarono i cattolici, cacciandone i vescovi per sostituirne d'ariani; dappoi tollerarono doppio vescovo in ciascuna città: ma la nomina e la conferma erano occasione di traversie pel cattolico, avversato dai vincitori, sostenuto dai vinti. Autari, che aveva abbandonato l'idolatria per l'arianismo, s'adombrò del preponderare dei Cattolici, laonde proibì di battezzare cattolicamente i nati da Longobardi; la morte che prontamente gli sopravvenne, volle guardarsi come celeste castigo di un decreto, il quale non fece che infervorare i Cattolici, sorretti anche dal pontefice Gregorio Magno. A questo ne volle male Agilulfo, e passato il Po, minacciò Roma stessa; onde il papa sospendeva il corso delle sue omelie sopra Ezechiele, dicendo: — Ogni dove si ascoltano gemiti; Agilulfo distrugge le città, dirocca i castelli, spopola le campagne, intere contrade riducendo in solitudine; a Roma giungono persone colle mani troncate; altre sono condotte in ischiavitù, e tutt'intorno non vediamo che strazj d'infelici e immagine di morte».
Teodolinda era cattolica; e quel pontefice con frequenti lettere e col mandarle i proprj Dialoghi ne sostenne lo zelo, di modo che ella ridusse alla vera fede lo sposo suo: il loro figliuolo fu battezzato cattolicamente, e «restituito l'onore e la dignità solita ai vescovi, fin qui depressi ed abjetti»[54]. Sull'esempio loro, l'intera nazione si fe' cattolica, zelò il culto e moltiplicò le chiese, che in alcune città salivano a centinaja; ed eccetto le parrocchiali, a tutte erano congiunti o monasteri o spedali per infermi e pellegrini. Teodolinda fece restituirvi i beni rapiti, e di nuovi ne aggiunse; e «per sè, pel marito, i figliuoli e le figliuole e tutti i Longobardi d'Italia» fabbricò la basilica di San Giovanni Battista in Monza, preceduta da un atrio a portici, e formata a croce greca, sormontata da una cupola sostenuta da colonne ottagone, sotto la quale sorgea l'altare, a cui ascendevasi per una scalea.
Sulla porta maggiore della basilica odierna, fabbricata nel XIV secolo, è un bassorilievo, che potrebbe essere contemporaneo a Teodolinda, di marmo bianco a dorature e colori, rappresentante il battesimo di Cristo; e nella parte superiore v'è effigiata essa regina in atto di offrire al Battista una corona gemmata, e allato di lei la figlia Gundeberga colle mani in orazione, il figlio Adaloaldo, tenente una colomba, e a ginocchi il marito Agilulfo: oltre l'immagine dei doni fatti da quei re, cioè corone, croci, vasi, la chioccia coi pulcini, che ancor si conserva. E vi si conservano pure un evangeliario coperto di lastra d'oro di sessanta oncie, con preziose gemme e otto cammei, iscritto De donis Dei offerit Theodolenda regina gloriosissema sancto Johanni Baptistæ quam ipsa fundavit in Modicia prope palatium suum; una patena d'oro contornata di quattro giacinti, quattro smeraldi e diciassette perle; un'animetta da calice in lastra d'oro con centododici gemme, ventuna perla e una grossa ametista; un pettine d'avorio legato in argento dorato e a gioje; una croce di ducento oncie d'oro, con rappresentate la vita di Cristo da un lato, dall'altro quella del Battista, e l'immagine di Teodolinda coll'iscrizione Theodolenda regina viva in Deo. Più degne di nota sono la corona ferrea, che forse era un vezzo d'essa regina, e la corona gemmata d'Agilulfo, avente in giro i dodici Apostoli in altrettante nicchie, e in mezzo il Salvatore seduto fra due angeli, e una croce pendente da una catenella[55].
Teodolinda nella sua basilica depose anche molte reliquie, impetrate dal pontefice, cioè olj dalle lampade che ardevano davanti ai martiri, entro ampolle di cristallo, d'avorio o d'altro, che ancora si venerano, come il papiro dov'erano registrate[56]. Là pure essa aveva un palazzo, arricchito di pitture rappresentanti costumi nazionali: e tanto basti a convincere come le arti non fossero perite. La tradizione popolare attribuisce infinite opere alla pia regina, la cui memoria vive tra il nostro vulgo in benedizione.
Di questo tempo gli imperatori iconoclasti (come a disteso narreremo) vollero costringere i Romani a ripudiare il culto delle immagini; e questi, non potendo altrimenti assicurare la libertà delle coscienze e del culto, sorsero a rivolta, e ne scossero il giogo. Gregorio Magno, che più volte aveva elevato la voce contro gli abusi de' ministri greci in Italia, confortò i Romani nell'impresa; ben lontano però dal dar favore ai Longobardi, riconciliò anzi questi coll'esarca Callinico. Ma avendo i Greci rotto fede e assalita Parma nel cuor della pace, sorprendendo e menando schiava la stessa figlia del re, Agilulfo s'alleò col kacano degli Avari, perpetuo nemico dell'impero orientale, il quale assalendo la Tracia e spedendo un corpo di Slavi in Italia, diè il tratto alla fortuna del Longobardo, che occupò Cremona, Mantova, Padova, fin allora rimaste agl'imperatori, e col fuoco punì in esse la perfidia dell'esarca. Tentò egli più d'una volta sbarcare in Sardegna, ma il colpo gli fallì.
Lo turbarono alcuni duchi, sorti ad aperta ribellione, forse per riazione ariana contro il dominante cattolico. Or clemenza egli v'adoprò, or rigore, massime contro quelli che avessero parteggiato collo straniero; come Maurizio, che aveva tradito Perugia al romano esarca, e Minulfo, duca dell'isola d'Orta, che aveva tenuto mano ad un'invasione di Franchi.
Coi quali Franchi era stata tregua, ma pace non mai; e i Longobardi, fin dal tempo dei Trenta duchi, continuavano a tributar loro dodicimila scudi d'oro. Re Agilulfo spedì a corrompere con mille soldi cadauno i tre ministri di re Clotario, i quali persuasero questo ad accettare trentaseimila scudi una volta tanto, e così cessò il vergognoso tributo.
Agilulfo erasi associato nel regno il figlio Adaloaldo, che gli successe sotto la tutela di Teodolinda (615). Ma talmente egli delirava in empietà e crudeltà, che si disse avergli l'imperatore Eraclio propinata una bevanda, per la quale non poteva operare se non come questi volesse. Forse così la voce popolare espresse l'inclinazione di lui a favorire mentosto gl'interessi di sua nazione, che quelli dei Romani; vietò le incursioni sui territorj ancora indipendenti; fu detto pensasse ammazzar tutti i nobili longobardi e darsi ai Greci; onde i grandi lo deposero (625), sostituendo Ariovaldo, duca di Torino, nè Cattolico, nè della stirpe bavarese. Prima d'esser re, aveva egli incontrato a Pavia un prete Selidolfo, monaco di Bobbio, e vistolo, — Ecco un dei monaci di Colombano (il santo fondatore di quel monastero) che non si degnano di renderci il saluto»; e fu primo a salutarlo. Selidolfo rispose che anch'esso gli avrebbe augurato salute se non avesse sentito dello scemo in materia di fede. Il principe stizzito lo fece bastonar di maniera, che il frate stette come morto, poi riavutosi, se n'andò[57].
Ariovaldo ebbe regno pacifico e senza ricordati accidenti, eccetto le sommosse di due fratelli Tasone e Cacone, duchi del Friuli, nipoti del bavarese Gisulfo. Ebbe egli sospetto che con costoro se l'intendesse Gundeberga, loro cugina come figlia di Teodolinda e sorella d'Adaloaldo, che egli aveva sposata per ispianarsi la via al regno, e che voleva imitar la madre nel mescolarsi ai pubblici maneggi, sostenuta dall'amore dei Longobardi. Non sentendosi forte per esterminare i due ribelli, Ariovaldo comprò l'esarca di Ravenna, il quale, chiamatili a sè in Oderzo col pretesto di tagliar loro la barba, cioè adottarli come figliuoli e clienti dell'Impero, gli uccise: ed il re in compenso perdonò un tributo che gli doveano gli esarchi.
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