Il mondualdo vendeva la donna al marito, il quale così diventava erede di essa, e percepiva le tasse inflitte a chi la offendesse. Dote propriamente non era costituita ma ne tenevano vece il faderfio, il mefio e il morghengabio. Il primo significa eredità paterna (vater-erde), e davasi dal genitore e dai fratelli a piacer loro alla sposa, per quetarla d'ogni pretensione al retaggio. Il mefio (medio, metà) era un libero donativo del marito avanti le nozze, consistente per lo più in campi o servi; diverso dal mundio, prezzo stipulato per ottenere la tutela della donna, e che davasi al mundualdo. Questo talora giungeva sino a venti soldi; ma Liutprando limitollo a tre[115], mentre egli medesimo restrinse il mefio a quattrocento denari pei giudici ed altri magnati, trecento pei nobili, gli altri quel di meno che volessero. Il morghengabio, o dono mattutino, facevasi dallo sposo dopo la prima notte: ma poichè i primi trasporti recavano taluni a donare fin l'intiera facoltà, e questa rimaneva alla donna se sopravvivesse, Liutprando sancì che lo sposo non potesse obbligare più d'un quarto dell'aver suo[116], e vietò il far altri regali oltre i predetti.
I Longobardi non permettevano le nozze alle donne avanti dodici anni, quattordici ai maschi, nè in generale fra età sproporzionate: contratte più non si scindevano. Per quanto il marito bazzicasse altre donne, la moglie non poteva dargli querela; ma se ella peccasse, restava abbandonata alla vendetta del consorte come il seduttore. Che in questi fatti poco migliorassero i Longobardi in Italia, lo rivela la lunga legge di Liutprando contro i connubj criminosi; un'altra contro i mezzani e i mariti che vendono le proprie mogli, e le monache che prendano marito[117].
Il punto d'onore, qualità che i moderni distingue dagli antichi, si rivela ne' castighi apposti a ingiuriose parole. Chi dice infame a un altro, paghi cenventi denari; chi vile, il doppio; se spia, seicento; la donna che chiami bagascia un'altra senza poterlo provare, soldi quarantacinque; il tutore che dica villania alla sua tutelata, ne perda il mundualdo.
Cogli schiavi la legge di Rotari è fiera quanto la romana, pareggiandoli a cose; ma poi anche i Longobardi tolsero al padrone l'arbitrio sulla vita di quelli, eccetto i casi determinati dalla legge. Il padrone che adultera con un'aldia, perde ogni ragione su lei e sul marito; chi sforza la fidanzata d'un servo, paga la pena allo sposo, il quale può anche sul fatto uccider lei e il corruttore. L'offesa ai servi vale un quarto di quella ai liberi: chi prende per la barba o pei capelli un rustico altrui, gli paghi un soldo: il servo battuto dal padrone per essersi richiamato contro di lui, rimane franco. Se ad uno schiavo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dare la libertà venga a morte, lo schiavo rimane libero senza pur pagare il compenso, «massima lode a noi sembrando (dice Astolfo) se dal servigio traggansi gli schiavi a libertà, perchè il Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà»[118].
Queste leggi, da chi giudicate pessime, da chi stupende, secondo il vario punto di vista[119], sopravvissero lungamente nelle consuetudini italiane[120], ed offrono il migliore ritratto de' costumi de' Longobardi. Il vederle dettate in latino, benchè concernessero solo i vincitori, mostra come questi fossero digiuni di lettere a segno di dover valersi dei nostri per compilarle. Ma i nostri pure dovevano aver perduto ogni tradizione elevata di ragione giuridica, poichè non seppero appoggiarsi sovra punti complessivi, e provvidero a casi particolari con una minuzia fin puerile.
Gente che si spicca dalla patria, perde gran parte degli affetti più teneri e morali: or chi vorrà credere alla vantata bontà e costumatezza di Barbari, mescolati di genti diverse, e sì tenuemente legati al loro capo? I nostri padroni rozzamente abitavano; e gli armadj ove riponevano le armi, e le banche da cui presero nome i banchetti, erano tagliati grossolanamente. Semplici nel vivere ordinario, sfoggiavano ne' conviti, ove l'ilarità era stimolata dal vino, bevuto in giro dal corno dorato o talvolta dai cranj de' vinti nemici; e l'eroismo da giuochi scenici o da bardi che cantavano le imprese di Teodorico o d'Alboino. La scipita, eppur da tutti letta istoria di Bertoldo, d'origine antica e tedesca[121], ci fa vedere Alboino nella regale Pavia piacersi de' buffoni. I giojelli da Agilulfo e Teodolinda regalati al San Giovanni di Monza chiariscono com'essi sapessero largheggiare: ma un bastone a oro e argento da re Cuniberto regalato al grammatico Felice[122], è l'unico favore che leggiamo concesso a letterati da Longobardi; e forse Rachis tenne in palazzo una scuola, dalla quale uscì Paolo Diacono[123]. Dopo le prime devastazioni, molti di quei re fecero anche fabbricare, massimamente chiese e monasteri, e credesi vederne a Pavia e a Brescia, certamente a Lucca. Nel San Giovanni di Monza erano ritratte le geste dei Longobardi; i quali vi comparivano colle prolisse vesti di lino a lembi di color vario; le gambe ravvolte in una singolar foggia di usatti, e in piede calzari sparati alla sommità del pollice e con legacci di cuojo, finchè vi sostituirono gli stivali[124]; lunghe barbe, da cui forse presero il nome; la cervice rasa fin alla nuca; davanti, la chioma prolissa fin alla bocca con una drizzatura sulla fronte. Forse il sudiciume manteneva fra loro una malattia cutanea, qual ella si fosse, indicata col nome di lebbra; e chi n'era infetto veniva espulso di casa e di città; provvedimento nulla più eccessivo dei tanti suggeriti per pubblica sanità, se non si fosse esacerbata la condizione di quegl'infelici col considerarli per morti, e interdirli non solo del disporre dei proprj beni, ma fino dell'usarne al puro mantenimento.
Giungevano i Longobardi in una società corrotta dal lusso, avvilita dalla schiavitù, pervertita dall'idolatria, senza che il cristianesimo l'avesse ancor potuta riformare; onde ai vizj proprj aggiunsero quelli dei vinti. Tra questa eredità gentilesca erano le pratiche supertiziose, e assurde credenze in apparimenti di morti, patti col diavolo, larve placabili con lustrazioni. Il legislatore rimprovera del credere che certe donne ingojassero gli uomini[125]: ma al tempo stesso egli proibisce ai campioni, ne' duelli giudiziarj, di portare indosso erbe o che che altri malefizj.
CAPITOLO LXIII. I vinti. Con che legge viveano? Quali la condizione e le arti loro?
Fin qua scrivemmo al modo de' classici, quasi unicamente guardando alla nazione vincitrice: ma che n'era intanto dei vinti?
Il silenzio della legge mostra già come il vincitore non degnasse occuparsi di loro: ma se non è lecito figurare che il Goto o il Longobardo vincesse per rendere felice il Romano, sottrarlo all'oppressura degli ultimi tempi imperiali, e, alleviatolo dalla guerra, lasciar che nella quiete attendesse agli studj e alle arti, non vuolsi però dimenticare che il cristianesimo non permetteva più ai vincitori di conculcare affatto la umana natura.