Tutt'al contrario Paolo Diacono, longobardo e che de' Longobardi scriveva quando n'era appena caduto il regno, sicchè la compassione li faceva rimpiangere e il lodarli sapeva di generosità, non trova espressioni bastanti a loro encomio: «nessuna violenza accadeva, nessun'insidia tendevasi; non era chi angariasse o spogliasse altrui ingiustamente; non furti, non ladronecci; ciascuno andava senza paura ove gli talentasse»[128].

Se i conquistatori, e massime nei primi momenti, rechino tali beatitudini, lo dica chi ha occhi. E se Cicerone, proclamando i doveri della giustizia nel secol d'oro di Roma, stabilisce che coi soggiogati bisogna adoprare fierezza come coi servi[129], aspetteremo noi tanta umanità nei Barbari, che pur spropriarono i natii? Fosse anche vera, quella pittura sarebbe a riferirsi solo al vincitore; non altrimenti da quando i Romani antichi vantavano che nessuno poteva esser torturato e ucciso senza regolari giudizj, mentre stavano all'arbitrio de' padroni e de' magistrati tanti milioni di provinciali e di schiavi.

Lo storico medesimo, quando dal fraseggiar retorico viene ai fatti, racconta che Clefi distrusse la nobiltà, lo che significa i possessori; e che, «sotto i trenta duchi, molti nobili Romani furono uccisi per cupidigia, gli altri partiti fra gli ospiti in modo da divenire tributarj, pagando un terzo de' frutti; spoglie le chiese, trucidati i sacerdoti, sovverse le città, sterminata la popolazione»[130].

A questo strazio fu dunque mandato il fiore della gente italica. Pertanto, comunque andasse il fatto nei primi momenti, in appresso i soggiogati ebbero, non soltanto a dimezzar le terre d'ogni circondario, come avevano fatto cogli ospiti Eruli o Goti, per costituirne le corti signorili e libere; ma furono spossessati, e costretti a dare il terzo del ricolto; e non più allo Stato, ma a ciascuno de' Longobardi, cui ciascun Romano era toccato. Ridotti ad aldj, cioè manenti o terziatori o coloni, in somma tributarj, la qual condizione era per essenza opposta a quella di libero, più non possedevano che precariamente, non potevano sposar donna libera, non militare, non procedere ne' tribunali; chè tanto importava pei Barbari la parola tributario. Nelle altre conquiste i beni delle chiese restarono intatti: ma i Longobardi, essendo eretici, non rispettavano il clero cattolico[131].

Questo totale spossessamento de' nobili, cioè de' possidenti, senza ambiguità asserito dal panegirista de' Longobardi, vien negato da taluni perchè in Gregorio Magno ricorre menzione dei nobili di Milano e d'altre città[132]. Ma oltrechè la curia romana seguiva nelle lettere le formole consuete[133], anche quando aveano perduto il senso, quel pontefice non riconosceva l'occupazione de' Longobardi nè lo spogliamento de' vinti; onde operava siccome una cancelleria de' giorni nostri che continuasse a salutare per regia la stronizzata stirpe de' Borboni; o siccome essa curia romana, che fin oggi nomina i vescovi d'Antiochia o di Laodicea.

Allegasi pure una Teodota, di stirpe senatoria, la quale non potè sottrarsi alla libidine di re Cuniberto, e pianse il rapitole fiore nel monastero di santa Maria della Posterla a Pavia. Poi, al cessare della dominazione straniera, compajono ricchi possessori viventi con legge romana, cioè d'origine italica.

Vogliasi però riflettere che, anche dai paesi occupati alla prima invasione, molti natii rifuggirono alle isole, sulle coste, fra i monti; e prima d'uscirne poterono patteggiare coi vincitori, conservando titoli e possedimenti. Più dovette ciò frequentare nelle terre assoggettate in tempi successivi, quando i Longobardi avevano deposto la primitiva fierezza; e i natii nell'arrendersi poterono riservarsi parte degli antichi diritti. Altri ancora si vennero a piantare sulle conquiste longobardiche da terre che mai non erano state soggiogate, massime dappoichè i dominatori si mansuefecero, e che la dominazione passò ai Franchi. Tali accidenti bastano a spiegare la menzione che accade di gente romana, di nobili, di senatori: il qual titolo ad ogni modo poteva indicare soltanto un grado personale, non mai di origine.

Nessuna dunque, o poca gente libera rimaneva sulla campagna occupata, mutandosi i possessori in coloni, e i lavoratori in servi della gleba. Numero maggiore di liberi sopraviveva nelle città, dove, essendo divisi in scuole d'artigiani, non cadeano spicciolati in dominazione di particolari, ma in masse numerose erano distribuiti a duchi e re. Al possessore d'un campo, che caleva di conservare gli uomini a quello affissi? morendo essi, rimaneva il fondo[134], e si poteano trovargli altri cultori; mentre il perdersi degli artigiani deteriorava ed anche distruggeva il frutto che ne traeva il vincitore cui erano tocchi in sorte. Egli dovea dunque far opera di conservarli: pure nulla ne sappiamo di positivo, se non forse che gli abitanti della città furono gravati di doppia imposta, cioè una diretta (salutes) ed una sull'industria[135].

Certo è che di questa gente vinta non parlano mai le leggi longobarde: silenzio ingiurioso, eppure da questo volle alcuno argomentare che i Longobardi la lasciassero vivere coll'antica legge patria. Di fatto, tra alcuni germanici conquistatori troviamo che la legislazione non riguardava tutti coloro che abitassero una regione, ma seguiva la persona: e mentre oggi, chiunque si stabilisce in un paese, sottopone sè e l'aver suo alle leggi da cui quello è regolato, poca o nessuna differenza intercedendo da cittadini a forestieri[136]; allora, al contrario, la legge patria serbavasi dall'uomo libero, dovunque egli si trovasse. Tale uso dovette introdursi dai Germani sol quando si sparsero sulle terre conquistate; giacchè sul territorio medesimo trovandosi unite differenti schiatte pel solo accidente dell'essersi drizzate alla medesima impresa, non v'era motivo perchè una stirpe dovesse rinunziare alle consuetudini degli avi, e sottomettersi a quelle d'un'altra. Prova ne sia che in ciascun paese troviamo ammesse tante leggi, quanti erano i popoli invasori.

Così non pare costumassero i Longobardi: anzi talmente furono intolleranti d'ogni altro diritto dopo invasa l'Italia, che obbligarono a partirsene i Sassoni ausiliarj, perchè non vollero acconciarsi all'unità[137]; Rotari impone espresso che «se qualche Romano venga da paesi forestieri, s'uniformi alla legge longobarda, salvo se altrimenti impetri dalla clemenza del re».