Invano però se ne cercherebbe vestigio; nè la condizione dei vinti è possibile indagare nelle leggi che riguardano soli i vincitori, per quanto questi fossero portati a venerare in quelli la dignità del sacerdozio o la superiorità del sapere, e fin costretti di valersi di loro per notari e per compilare le leggi. Chi voglia vedere il popol nostro, lo cerchi ne' mestieri della pace e nella coltivazione de' campi, rimasta agl'inermi. Forse, al modo che i vincitori erano disposti per razze, così i vinti erano per scuole di mestieri, tenute solidalmente garanti del tributo che si doveva al duca o al re.

Nessuno dubiterà che il commercio non patisse fra quelle invasioni; pure non perì affatto, tanta n'è la vitalità; tanto, più de' gravi disastri, gli nuociono gl'improvvidi regolamenti e la sistematica tutela. Teodorico avea procurato favorirlo, destinandovi prefetti in Italia e giudici che spacciassero le liti tra forestieri e paesani, riparando le strade e assicurandole da' masnadieri, allestendo fin mille navi pel trasporto delle merci e la sicurezza delle coste, e allettando negozianti con promesse ed immunità. L'anonimo scoperto dal Valois riferisce di fatto che molti venivano di fuori a mercatare in Italia; che di grani, vini, legumi vi si facea baratto: e le minute cure prese da quel Governo, fin a tassare i prezzi delle merci[147], manifestano economica inesperienza piuttosto che trascuranza. Neppure sotto i Longobardi si cessò d'ogni commercio; anzi andavamo alle fiere di Parigi, ove scontravamo mercadanti sassoni, spagnuoli, provenzali, franchi[148]. Ben è vero che i dominatori introdussero un impaccio, appena tollerabile alla fiacchissima servilità odierna, cioè i passaporti di cui doveva essere munito chiunque andasse per affari[149].

Abbiamo pure un'incidentale menzione dei magistri comacini, architetti o maestri di muro, provenienti dai contorni del lago di Como, che forse per l'abilità loro furono esentati dall'universale ripartizione e dal tributo servile, onde rimasero eguagliati ai liberi, e capaci di pattuire e ricever mercede, ed ebbero licenza di unirsi in una specie di consorzio[150]. Troviamo inoltre costruttori di navigli che re Agilufo mandò al kacano degli Avari. Di medici cade anche frequente menzione nelle leggi, ma nulla consta del loro stato civile. Un pittore Auriperto in Lucca, caro al re Astolfo; un Orso, che co' suoi scolari Giovino e Gioventino scolpì due colonnette del tabernacolo di San Giorgio in val Pulicella, sono i soli ricordi d'artisti; eppure altri servirono ai tanti edifizj di Teodolinda e dei posteriori.

Costoro tutti noi incliniamo a credere appartenessero al popolo vinto. Però col volger del tempo si diedero alla mercatura anche Longobardi, giacchè le leggi d'Astolfo vogliono che i mercadanti si tengano anch'essi allestiti d'arme e cavalli, e vietano sotto pena del guidrigildo (pena meramente longobarda) ai mercadanti del paese di aver affare coi Romani, cioè cogli abitanti dell'Italia non soggiogata[151].

Il popolo vinto può riscontrarsi anche nelle gilde, specie di fraternite che si formavano onde soccorrersi in caso d'incendio o d'altri sinistri, e che forse alcuna volta metteano ostacolo alla brutale prepotenza. Singolarmente il popolo vinto sussisteva ed aveva rappresentanza nella Chiesa, radunandosi per eleggere i vescovi[152] e i parroci suoi, e affezionandosi ai preti e ai monaci, i quali usciti dalla classe degli oppressi, gli oppressi proteggevano e consolavano. Fra questi gli affari ecclesiastici si regolavano colla legge romana, e il Longobardo li lasciava risolvere gl'interni litigi davanti alle curie vescovili. Ora gli ecclesiastici erano fratelli, figli, congiunti del popolo indigeno, e poteano insinuare i principj d'ordine, speciali alla classe loro. Era tenuta per vera una costituzione di Costantino, infirmata solo dalla più tarda critica, la quale prescriveva, se alcuna lite fosse recata a un vescovo da una parte, l'altra parte dovesse stare al giudizio arbitrale di questo. Il conquistatore non la riconosceva legalmente; ma gli ecclesiastici se ne facevano appoggio, e — Il conquistatore non vi curò? ebbene, quando insorga dissidio fra voi, rimettetelo in noi, e coll'equità lo ragguaglieremo. All'ordinamento del Comune, alla polizia il Longobardo non provvide? provvedete voi, secondo le consuetudini di cui avete la tradizione. Quest'irrequieto dominio v'interrompe ogni commercio? ebbene, un giorno la settimana venite al convento, e lì sul sagrato raccoglietevi a comprare e vendere, protetti dall'ecclesiastica immunità. V'insegue il prepotente a spada nuda? dal furor suo ricoveratevi agli asili, che vi apriamo ne' luoghi sacri. Voi, sebbene vinti, siete i buoni credenti, mentre costoro sono ariani; voi siete i figli di Dio in cielo e del papa in terra, il quale vi benedice, mentre riprova la schifosissima e nefandissima stirpe de' Longobardi».

Così intorno all'ecclesiastica, unica autorità paesana sopravissuta, raccoglievansi le speranze e i diritti dei superstiti italiani, e v'acquistavano qualche ordinamento. In ciò nulla v'è per certo che indichi una città, un reggersi a Comune: ma il popolo sussiste, ed è collegato ad una classe rispettata anche dagli invasori, e si solleverà se mai questa arrivi ad ottenere qualche rappresentanza.

Veniva di ciò a vantaggiarsi la potenza de' vescovi, sostenitori del partito nazionale[153]; tanto più che formavano un'unità con tutti i vescovi d'Occidente, e ad essi dirigevansi i papi, e principalmente Gregorio Magno. Duranti le pubbliche calamità eccitava egli i vescovi a convertire i vincitori ariani[154]: — La fraternità vostra esorti dappertutto i Longobardi, che, sovrastando grave mortalità, conciliino alla vera fede i figli battezzati nell'arianismo, affine di placare la collera dell'Onnipotente. Quanti potete, strascinate colla persuasione alla fede retta, predicate loro senza posa l'eterna vita, acciocchè quando comparirete al cospetto del Giudice possiate mostargli il frutto del vostro zelo».

Scrisse anche a Magno prete milanese, confortasse clero e popolo ad eleggere un successore al vescovo Onorato. Magno si condusse a Roma con lettera, dov'era annunziato che i voti concorreano in Costanzio. La lettera non era sottoscritta, perchè i cattolici temeano compromettersi: pure il papa confermò l'eletto, dispensandolo, secondo il privilegio della chiesa ambrosiana, dal venire a' suoi piedi per l'ordinazione; voleva però fosse udito il parere anche dei Milanesi rifuggiti a Genova. Assentendo questi, Costanzio fu vescovo. Lui morto, dovea succedergli Diodato: ma poichè Agilulfo pretendea darne un altro di sua scelta, Gregorio scrisse ai Milanesi di rimaner saldi, ch'egli non accetterebbe mai uno prescelto da acattolici o longobardi. — D'altra parte (soggiunge) non vi troverete a ciò ridotti dalla necessità, attesochè i beni dei chierici che servono a sant'Ambrogio, stanno in Sicilia e in altre parti indipendenti»[155]. Nella Chiesa dunque erasi rifuggita la causa della libertà e della nazionalità; e ve la troveremo gran tempo.

Allora poi che Teodolinda diede trionfo al cattolicesimo, quel che i vescovi in prima facevano arbitrariamente fu legalmente riconosciuto, continuando essi a decidere in affari di volontaria giurisdizione, salvo a recar appello delle loro sentenze al re. Non acquistarono però mai veste pubblica, nè furono ammessi alle assemblee, fin al tempo di Carlo Magno.

Moltiplicaronsi in quel tempo i monasteri, ad alcuni dei quali, come alle possessioni de' vescovi, fu concessa l'immunità, vale a dire giurisdizione indipendente. E stantechè teneano sotto di sè molte persone, coloni o dipendenti, pei quali erano obbligati dare la vadia o malleveria, e in caso di delitti pagare per essi, perciò acquistavano sopra di essi il mundio, tutela longobarda che così introducevasi nella legislazione ecclesiastica. La vadia da alcuni si prestava alle città, da altri al re; e questi erano i più stimati, sicchè l'abate loro appena la cedeva in dignità a giudici e gastaldi. Il re stesso talvolta esimeva alcun monastero dalla giurisdizione degli Ordinarj; altri esentava da dazj, che così venivano a formare repubblichette indipendenti.