Concentrata l'autorità ne' vescovi, questi furono obbligati alla residenza, e a non rimanere assenti più di tre settimane; e paragonando l'episcopato ad uno sposalizio, gli si applicò la legge del divorzio, proibendo il mutarsi da una sede all'altra, quando nol prefiggesse il bene universale: troncando così le brighe per posti migliori. Doveano poi girare la diocesi, nel che univasi all'interesse delle anime il materiale, poichè allora dalle chiese forensi raccoglievano le oblazioni depostevi nell'annata.

Sul principio non appare gradazione tra i vescovi, dipendendo solo dalla sede romana; poi quelli delle varie chiese cercarono forza col sottoporsi a quello della città più illustre per martiri o per fondazione apostolica. Egli s'intitolava metropolita o arcivescovo; era distinto col pallio, striscia che dal collo cade sul petto e fra le spalle; e non aveva superiorità spirituale, ma convocava a concilio i vescovi della provincia, per ciò chiamati suffraganei; li consacrava prima che entrassero in funzione, rivedeva le decisioni loro, vigilava sulla fede e la disciplina di tutta la provincia.

Morto un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote per amministrare in sede vacante, il quale determinava un giorno in cui si radunassero altri vescovi, alla cui presenza il clero proponeva, e l'assemblea dei decurioni e del popolo eleggeva il successore. La nomina non diventava legale finchè non l'avessero approvata i suffraganei, e confermata il metropolita.

Il vescovo era di preferenza scelto fra laici o sacerdoti, battezzati e cresciuti nella chiesa stessa, in modo ch'egli conoscesse le sue pecore ed esse lui. Distruggere le reliquie del paganesimo e serbar intemerata la fede, era sua suprema cura: ma la condizione dei tempi gli accollò i pesi, a cui si sottraevano le fiaccate autorità temporali. Il vescovo allora diviene ogni cosa: egli battezza, confessa, impone le penitenze pubbliche e private, scomunica e ribenedice; egli visita infermi, suffraga morti, amministra i beni del suo clero; egli s'applica alle scienze e alla storia, pubblica trattati di teologia, di morale, di disciplina; egli sostiene controversie con eretici e filosofi, risponde a consulti d'altri vescovi, di chiese, di monaci, di privati; egli va a mitigare i Barbari e gli usurpatori, o a sedere ne' concilj; egli riscatta prigionieri, nutrica poveri, vedove, orfani, fonda ospizj e spedali; egli fa da arbitro, da giudice di pace, da ambasciatore; congiunge insomma il potere religioso, il filosofico, il politico.

La venerazione traeva spontaneamente le plebi alla giurisdizione arbitrale de' vescovi, i quali consumavano intere giornate a decidere piati, sin de' Pagani; e positiva legge imperiale ordinò ai magistrati d'eseguire le decisioni vescovili. Queste, non facendo distinzion di persone e disimpacciate dalle solennità giuridiche, riconducevano il diritto alla ragione e all'equità, tenendo conto della buona fede più che della stretta parola, de' precetti religiosi e morali più che de' civili, e carità e verità opponendo allo spirito contenzioso. Come patrono de' deboli, il vescovo interponeasi fra il padrone e lo schiavo, fra il padre e i figli, rimediando alle legali iniquità. I Governi municipali erano abbandonati dai decurioni? vescovi e sacerdoti gli assumevano, trovandosi dovunque bisognasse vigilare, dirigere, confortare. Onorato di Novara fortificò alcuni posti a guisa di alloggiamenti militari, per ischermo della sua plebe, quando da Odoacre e da Teodorico era osteggiata. Fu tratto alle chiese il privilegio che i tempj e i sacri boschi idolatri avevano di proteggere i delinquenti.

Non era dunque l'ingerenza temporale de' sacerdoti un'usurpazione, non la toglievano ad alcuno, non l'aveano chiesta, non vi furono destinati; nacque il bisogno, e si trovarono pronti, dal cristianesimo traendo e il diritto e i mezzi di far ciò che giova all'uomo. Eppure questo è vulgare tema di declamazioni ai propugnatori di quella che chiamano libertà delle corone. Se all'età nostra convenga mettere non solo ogni potere, ma perfino le coscienze a disposizione di quell'ente astratto che chiamano il Governo, lo discutano i savj, e i non savj lo imparino dall'esperienza. La storia ci mostra che la Chiesa raccoglieva non gli onori ma i pesi del potere, lasciati cascare dell'autorità laica; interponendosi fra i conquistatori e i vinti, a quelli predicava la pietà, a questi la pazienza; offriva tutori alle società rimbambite, consiglieri alle nuove; le ultime qualità fiaccate e disperse dei Romani fondeva insieme colle rozze e robuste de' Barbari; rimediava ai vizj dei primi, educava la grossolanità degli altri; ritemprava la fiacchezza degli intelletti colla severità de' suoi comandi; rannodava le comunicazioni fra le provincie separate; e nello scompagnamento universale ristabiliva il dogma dell'autorità, cioè d'un potere ammesso e consentito dalle anime; mostrava un ordine stabilito, un Governo senza violenza, un sistema unitario e repubblicano, dove la moltitudine non divien confusione perchè ridotta a unità, nè l'unità diviene tirannia perchè è moltitudine. Così la Chiesa si assodava come pubblica podestà, come repubblica morale; vero Governo libero, cioè che non sottraeva dalle regole, ma mutava la cieca sommessione in ragionevole obbedienza, il supplizio in espiazione.

Alle maschie fantasie dei Barbari le austere virtù dei monaci destavano ammirazione, e ispiravano alto concetto d'una religione, capace di recare a sì grandi sacrifizj. Durante ancora l'Impero, molti rifuggivano nella solitudine, bisogno delle anime nauseate dalla corruzione o frante dalla tempesta, e così sottraevansi a un mondo che non occupava la loro industria, stomacava la loro ragione, accumulava i patimenti. Era fervore di servir Dio per Dio; non conseguenza di calcoli o artifizj domestici, come quelli che dappoi popolarono i monasteri d'anime annojate e mediocri; pure, tostochè la pace lasciò intiepidire lo zelo, vi si mescolarono umane passioni; e voltate le spalle al mondo per darsi a Dio, tornavasi da questo a quello, brigando, scompigliando, per modo che gl'imperatori dovettero vietare agli anacoreti di venire nelle città.

L'Occidente nostro, dedito all'operosità, non prezzò gran fatto l'ascetica esaltazione; quegli stessi che si diedero alla vita monastica[162], non procacciarono tanto la contemplazione e il distacco dalla società, quanto il viver comune nella preghiera, ne' devoti colloquj; non tanto la macerazione e il silenzio, come la discussione, lo studio, la fratellevole operosità. In questo senso fu dettata in Italia una regola che poi prevalse alle altre, e porse indirizzo ai divergenti impulsi della particolare divozione od austerità.

Autore ne fu Benedetto da Norcia nello Spoletino (480). Nato riccamente, venuto di dodici anni in Roma a studio, potè comparare l'antica grandezza colla presente abjezione; e tediato d'un mondo sovvertito, ricoverò di quattordici anni, colla nudrice Cirilla, in una caverna a Subiaco, che poi col nome di Sacro Speco divenne magnifica per edifizio e affollata per devozione. Colà mantenuto da miracoli, ignorava persino che giorni corressero; ma ortiche e spine a fatica mortificavano la carne ricalcitrante. Prodigi segnalarono ogni passo del giovinetto, che acquistò nome fra' vicini pastori, indi fra' lontani, tanto che alcuni monaci di Vicovaro il vollero per capo. Negò egli un pezzo por mano fra i troppi bronchi di quel convento; pure alfine accettò, e si accinse vigoroso a riformarlo (510); di che disgustati, essi tentarono avvelenarlo nel calice, ma questo alla sua benedizione andò a pezzi, ed egli esclamò: — Dio vel perdoni, fratelli. Non ve lo avevo detto che non ci saremmo potuti accordare? Cercate un superiore che meglio vi convenga»; e tornò alla solitudine di Subiaco.

Ma più non era solitudine. Da presso e da lontano, laici e sacerdoti, villani e cittadini traevano a udirlo e consultarlo e fargli quella riverenza che a santo; Equizio e Tertullo, nobili romani, gli mandarono i loro figliuoli Mauro e Placido, che divennero i primi suoi discepoli; e fondati dodici monasteri là intorno (529), ciascuno di dodici monaci, vi faceva sperimento della regola che ideava. Qui pure bersagliato dall'invidia, ritirossi con Placido e Mauro là dove, dalle sponde della Melfa, Montecassino sollevasi in una delle più deliziose posture, offrendo il prospetto delle amene valli che serpeggiano tra i selvaggi Appennini dell'Abruzzo, finchè si dilatano nella fertile Campania. In questo luogo di mercato (Forum Casinum) ancora stavano in piedi il tempio e la statua d'Apollo; e Benedetto, estirpata l'idolatria e raccolti nuovi discepoli, fondò un monastero sull'altura, e non men coll'esempio degli atti che colle direzioni della prudenza vi pose in atto la sua regola.