Quantunque la regola di san Benedetto tendesse a fortificare le anime colla preghiera, col lavoro, colla solitudine, più che alla scienza divina e all'apostolato, i papi vi trovarono i missionanti più fervorosi, e un asilo la scienza; talchè ai Benedettini toccò la triplice gloria di convertire l'Europa al cristianesimo, disselvatichirne i deserti, conservare e riaccendere la letteratura.

I conventi diventavano centri d'attività e asili della libertà. Erano (si dice) forse braccia sottratte al lavoro. Erano (dico io) forse braccia tolte al delitto e all'assassinio; e già gran cosa dee parere l'incatenar le passioni e spegnere il vizio in tempi che non v'avea carceri, ergastoli, polizia, e l'altro corredo di cui superbiscono i popoli colti. Il mondo non avea ricoveri, non unione o sicurezza; dove convivere, dove discutere tranquillamente, dove meditare sopra di sè e degli altri? ed ecco i monasteri offrivano una vita tutta sociale, tutta operosa, per isvolgere l'intelletto, propagar le idee, meditare, istruire. Mentre per tutto regnavano la prepotenza e le spade, ciascun monastero gelosamente conservava una costituzione sua particolare, ed eleggeva i proprj superiori e uffiziali, senza impaccio di re o di baroni: ad esse comunanze molti aspiravano partecipare senza legarvisi, come i forestieri in antico invocavano la cittadinanza di Roma; e borghesi e signori offrivansi al convento (oblati); facevansi registrare nel ruolo di quello, per partecipare alle preci nella vita spirituale, e ai privilegi nella temporale; e morendo voleano aver indosso l'abito di quell'Ordine, ed essere sepolti nella chiesa o nel cimitero dei monaci.

Spiccati dal mondo, i monaci pareano non avere altri avi che gli antecessori loro, altro desiderio che l'ampliazione del convento e dell'Ordine: molti impoverirono non soltanto sè ma i parenti per arricchire la propria comunità; gli atti di donazione conservavansi con somma gelosia; s'arrivò persino a fingerne; e chi rivocasse in dubbio un loro possesso, guardavasi come sacrilego e nemico dei poveri e di Cristo.

Ogni convento procuravasi un santo venerato, tesoro spirituale insieme e temporale; i devoti accorrevano a riverirlo, e quasi non dissi adorarlo; il concorso allettava i mercati, formavasi una fiera in sul sagrato, sicura dagli assalti de' masnadieri e dalle avanie del barone. L'abate di Nonantola mandava ogni anno alle monache di San Michele arcangelo in Firenze dodici ancelle con lino e lana per essere ammaestrate al tessere. Gli Umiliati di Milano divennero la compagnia più trafficante in lana e panni. I monaci di san Benedetto Polirono presso Mantova occupavano più di tremila paja di bovi ai campi. Ai Cistercensi è dovuto l'esser ridotte a pinguissima coltura le ghiaje e le paludi del basso Milanese e del Lodigiano.

Arricchito, il monastero voleva anche abbellirsi; e le arti, sbigottite dall'ululato barbarico e dall'insulto ignorante, ricoveravano tra' monaci ad erigere chiese, a storiarvi le virtù e i martirj del patrono.

Intanto l'individuo vi si conservava povero, sulla mensa non vedeva leccornìe, nulla poteva dir mio; disputossi perfino se fosse proprietà di ciascuno il pane che mangiava: indigenza volontaria, opposta all'orgoglio disumano della ricchezza, non meno che alla stupida disperazione della miserabilità. Mentre dappertutto era confusione d'uffizj e di giurisdizione, colà regnava l'ordine; determinato chi avesse ad obbedire e a comandare, chi copiar libri, chi predicare, chi sopravvedere il granajo, la vendemmia, la cucina, chi raccorre i pellegrini o visitare gl'infermi, chi intonar salmi, chi fare scuola.

Delle derrate che dava per obbligo al padrone, il villano non riceveva ricambio; il penzolo d'uva o il covone di grano che spontaneo offeriva ai monaci, veniva restituito ad usura nelle limosine prodigate ai bisognosi; a tacere le piccole attenzioni, i ristori del cuore che nessun denaro ripaga. Mentre la guerra fervea sulle campagne, e due padroni l'un peggio dell'altro si disputavano i campi suoi, qual conforto dovea provare il villano nell'affissarsi alla quiete dei monasteri, e pensare che colà troverebbe in ogni caso un asilo, e la pace che gli armati non sapevano assicurare ai castelli! Una zuppa era pronta per chiunque la chiedesse; e quanti dei nostri padri, spogliati d'ogni avere, saranno vissuti solo del tozzo conceduto dal monastero in nome di Dio! Le spettacolose declamazioni d'una scienza senza viscere contro l'improvvida profusione dei frati, o i sogghigni d'una beffarda leggerezza contro l'ingordigia loro, sono soffogati dai gemiti o dagli urli della poveraglia sempre crescente, quanto più sviene lo spirito cristiano, e l'economia politica si separa dalla carità.

Lusingati da quella sicurezza, accorreano artigiani e contadini, e attorno al convento formavasi presto un villaggio; e molte città nel titolo di un santo conservano l'impronta di tale origine. Ivi ancora ricovravansi quei che s'erano disingannati delle terrene grandezze, o che n'erano stati respinti; vedove che col marito aveano perduto il lustro di lor dignità; spose tradite o rejette; femmine rimesse in onestà; dotti delusi nella vanità letteraria; i gran pensieri, i gran dolori, i grandi rimorsi; e tutti vi portavano tributo di ricchezze, di dottrina, d'affetti, di virtù.

Lo scherno sguajato onde i gaudenti accompagnano il nome di frate, dovea farci tacere questa fra le glorie nostre? dovrà farci trasandare una classe tanto numerosa d'Italiani, e un'efficacia così poderosa sui destini anche politici del nostro paese; e trapassare inosservata la capanna, dove i nostri poveri padri ricoveravano la testa, minacciata dal Barbaro o dal barone?

CAPITOLO LXV. I papi. Gregorio Magno.