Chiave della volta al grand'edifizio ecclesiastico sono i pontefici, residenti in Roma. Ne accompagnammo la serie fino a Silvestro (336-52), il quale vide data da Costantino la pace alla Chiesa. Gli successero Marco, poi Giulio, indi Liberio, che alternando debolezza e coraggio, incappò in una formola ariana, e ben presto si ravvide. A Dàmaso fu contrastata la sede da Ursicino (366), con turpi fazioni e molto sangue; al qual proposito Ammiano Marcellino, pagano, prorompeva[164]: «Se considero il fasto mondano di chi copre la dignità pontifizia, non meraviglio che per ottenerla non si tralasci sforzo od arte. Ottenuta che l'abbiano, sono certi di impinguare mercè le oblazioni delle devote matrone; e che andranno per Roma in carrozza, magnificamente in addobbo; e faranno banchetti che nulla invidiino la suntuosità di re ed imperatori. Più felici se, invece di scusar questi eccessi colla grandezza e magnificenza di Roma, riformassero il viver loro sul modello d'alcuni vescovi di provincia, i quali colla savia frugalità, col povero vestire, cogli occhi a terra, rendono non meno a Dio che ai veri suoi adoratori venerabile la purezza de' loro costumi e la modestia del portamento».

Damaso ebbe amico e segretario san Girolamo; scrisse prose, versi, epitafj di martiri, ove si desidera minore artifizio e maggior sentimento. Ad Innocenzo la invasione del goto Alarico offrì campo d'esercitare la carità (401), e d'intromettere la pacifica sua mediazione tra la viltà e la ferocia. Altrettanto fece con Attila Leone, degno del titolo di Magno per l'ingegno e per le azioni (440). Restano di lui novantasei Sermoni, d'un'eloquenza sentita qualora non la guastino le antitesi; e censettantatre Lettere, attestanti indefesso zelo per la purità della dottrina e la pace della Chiesa.

Ilario suo successore al battistero di Laterano unì due biblioteche (461); adoprò vivamente nel concilio calcedonese; ma non si seppe schermire dalle multiformi insidie de' novatori (467). Simplicio ebbe a travagliarsi nel tutelare l'unità della Chiesa, perchè, essendosi sfasciato l'impero occidentale, Acacio patriarca di Costantinopoli pretendeva la primazia, quasi andasse connessa alla sede imperiale.

L'elezione del papa in principio faceasi da un senato ecclesiastico di ventiquattro preti e diaconi, ad immagine dei ventiquattro seniori astanti al trono di Dio: dopo Silvestro essendovi annessi anche beni temporali, concorsero alla nomina il clero ed il popolo: poi quando la ricchezza cominciò a fare ambìto quel posto, gl'imperatori intervennero alle nomine per impedire le sedizioni; in appresso le confermarono. Odoacre vietò d'eleggere il vescovo di Roma senza prima consultato il re od il prefetto, fosse gelosia politica, o per ovviare le dissensioni; ma il decreto non tenne (482): e Felice III della sua nomina informò l'imperatore, esortandolo alla retta fede[165].

Gelasio succedutogli (492), scrisse inni e prefazj, e trattati sulle questioni allora discusse, ed uno contro del senatore Andromaco e d'altri Romani, i quali volevano ripristinare i giuochi lupercali, pretendendo le malattie moltiplicassero dacchè non si esorava il dio Februario. In concilio distinse i libri canonici dagli apocrifi, e a quali scrittori competesse il titolo di padri della Chiesa, e definì ecumenici i quattro sinodi di Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia. Scriveva all'imperatore Anastasio: «Il mondo è governato dall'autorità dei pontefici e dalla potestà regia; delle quali la sacerdotale è più grave in quanto deve render ragione a Dio per l'anima dei re. Sebbene tu sovrasti a tutto il genere umano per dignità, pure ai capi delle cose divine pieghi devoto il collo, e da loro chiedi i mezzi di salute, e vedi pei sacramenti e per l'ordine della religione doverti a loro sottomettere anzichè sovrastarvi, e in tali cose pendere dal giudizio loro anzichè ridur loro alla tua volontà. Se nella pubblica disciplina, conoscendo essere conferito a te l'imperio per disposizione superna, anche i capi della religione obbediscono alle leggi tue, con quale affetto non dovete voi obbedire a coloro che hanno incarico di dispensare gli augusti nostri misteri?»

Dopo che Anastasio II la occupò due anni (496), la sede fu disputata tra Lorenzo e Simmaco, i quali si compromisero in Teodorico, re ariano. Simmaco preferito, da quindici anni sedeva allorchè i malcontenti lo accusarono d'enormità, e richiamarono Lorenzo: la Chiesa andò sossopra, e neppure la presenza di Teodorico mitigò gli sdegni. Raccoltisi a concilio i vescovi d'Italia, Simmaco, mentre v'andava, fu assalito a pietre; alfine chiarita l'innocenza sua, fu ripristinato; ma Lorenzo per quattro anni tenne alquante chiese a forza, sinchè Teodorico la volle finita.

Quando agli Ariani in Oriente furono tolte le chiese, Teodorico mandò il nuovo pontefice Giovanni (523) a Costantinopoli per ottenere a' suoi religionarj esercizio libero del culto; se no, lo turberebbe egli pure a' Cattolici in Italia. Il papa non potè o non volle riuscire; e Teodorico il lasciò morir prigione, come complice di congiure ordite allora per ammutinare l'Italia (pag. 48).

Dopo altri, s'illustrò Agapito, che fondò in Roma un'Accademia per le belle lettere (535). Spedito da Teodato a Giustiniano per proporre pace, tornò disconcluso; ma a Costantinopoli aveva potuto reprimere gli eretici, e deporre il mal eletto patriarca. Indarno Giustiniano gli si era opposto, minacciandolo anche d'esiglio; ma l'imperatrice Teodora a Vigilio, diacono della chiesa romana, promise ottenere il papato, purchè aderisse alle credenze dei prelati ch'essa proteggeva. Vigilio trescò a danno del nuovo papa Silverio (536), che da Belisario accusato d'intendersi con re Teodato per introdurre i Goti in Roma, fu spogliato degli abiti pontificali e trasferito a Patara nella Licia. Sì infelici tempi correvano, che nessuno s'oppose; e Vigilio, per ordine del generale, fu unto pontefice (538). L'imperatore, informatone, impose che Silverio fosse ricondotto a Roma, ed ivi esaminato sulle accuse: ma Belisario, ligio ai desideri di Teodora, l'arrestò per via, e relegollo nell'isola Palmaria rimpetto a Terracina, dove morì di fame o strozzato; e la compassione pel giusto perseguitato volle in molti miracoli vedere attestata la sua santità.

Vigilio ebbe allora conferma dal clero: ma in quel primato, che subdolamente aveva invaso, resistette a' capricci religiosi di Teodora e ai dissidenti, benchè strascinato per le vie di Costantinopoli con una corda al collo e gittato in un fondo di torre, sinchè la morte del patriarca Antimio tolse il pretesto di quelle scissure.

Ma una nuova ne sorse per Tre Capitoli, che al IV concilio ecumenico di Calcedonia erano stati proposti, onde condannare Teodoro da Mopsuesta come seguace delle opinioni di Pelagio, Iba vescovo di Edessa autore d'una lettera meno cattolica, e Teodoreto di Ciro che avea scritto ingiurie contro il concilio Efesino. Quel sinodo li rimandò assolti alle loro chiese; ma Giustiniano li fece condannare da un altro, congregato in Costantinopoli. Gli Occidentali sapeano scarsamente di greco, nè aveano letto Teodoreto o Iba, ma sapevano che dal concilio di Calcedonia erano stati riconosciuti incolpevoli, talchè di questo s'infirmerebbe l'autorità qualora fossero riprovati. Al modo stesso la pensava papa Vigilio, ma poi lasciossi indurre a condannarli anch'esso, salva l'autorità del concilio di Calcedonia, e patto che più non se ne discutesse a voce o in iscritto. Partito mezzano, che disgustò entrambe le parti, i nemici de' Capitoli per la riserva, i Cattolici per la condanna; e i vescovi d'Africa, Illiria, Dalmazia si segregarono dal papa.