Il debole Vigilio ne sbigottì, e revocò il proprio giudicato: ma insieme promise a Giustiniano d'adoprarsi per far condannare secondo i Tre Capitoli, purchè questa sua promessa si tenesse segreta; intanto la cosa restasse in bilico fino ad un concilio generale. L'imperatore invece ripubblicò la sua costituzione, e il papa, non ascoltato, separossi dagli Orientali; trattato come prigioniero, sofferse coraggioso dicendo: — Voi tenete me, non san Pietro»; poi nel nuovo sinodo Costantinopolitano (553) condannò gli errori che trovavansi negli scritti di quei tre, non eretici, ma esagerati difensori dell'ortodossia. In Italia, gli arcivescovi d'Aquileja, Milano, Ravenna, coi vescovi provinciali dell'Istria, della Venezia e della Liguria, stettero avversi al papa; alcuni apertamente, altri limitandosi a non aderire ai Tre Capitoli; e Paolino patriarca d'Aquileja in un sinodo provinciale rigettò il concilio di Calcedonia, nè più volle comunicare col papa, introducendo uno scisma che durò fin nel 698, quando, ad istanza del pontefice Sergio, un nuovo sinodo d'Aquileja accettò esso concilio[166].
Morto Vigilio in Siracusa (555), gli fu dato successore Pelagio, più per volontà dell'imperatore che non per la libera scelta del clero e del popolo, il quale anzi lo supponeva colpevole della morte del predecessore, finch'egli dal pulpito non si giurò innocente. Dalla morte di lui si fanno più lunghe le vacanze per aspettare la conferma dell'imperatore. Il disordine crescente poche notizie lasciò di Giovanni III (560-78), che fece terminare la chiesa de' santi Giacomo e Filippo con molte storie dipinte e a musaico; e così di Benedetto e di Pelagio II.
In mezzo all'interna inquietudine ed alle esteriori minaccie, erasi assodata la primazia che i pontefici traevano dalla parola di Cristo e dall'apostolica tradizione. Ariani essendo la maggior parte de' conquistatori, eretici spesso gl'imperatori d'Oriente, i Cattolici di tutta Europa guardavano il papa come capo e protettore universale, e ne invocavano i consigli per le anime, la protezione per le vite. Le nuove chiese, non potendo vantarsi pari nè vicine alla romana per età o per apostolica origine, con assoluta devozione chinavansi ai pontefici. E poichè le conversioni erano opere d'incivilimento, e sicuravano dalle invasioni i regni già stabiliti, perciò in questi il papa acquistava venerazione, non solo pel primato del sacerdozio, ma anche per gli interessi temporali. Il re a lui più vicino, Teodorico ostrogoto, essendo il più poderoso fra quei principi, ne ringrandiva nell'opinione il pontefice, che presso lui faceasi intercessore d'altri principi e vescovi, a nome di esso trattava cogl'imperatori bisantini.
Scesi i Longobardi, mancò un capo generale all'Italia, ed ai Romani soggiogati e ai liberi non restò persona più eminente del papa in cui fissare gli sguardi. Possedeva egli immensi tenimenti in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Sabina, Dalmazia, Illiria, Sardegna, fra le alpi Cozie e fin nelle Gallie; ed essendo coltivati all'antica, cioè per coloni, sopra questi egli esercitava legale giurisdizione, spedendovi uffiziali, dando ordini, mentre colle rendite potea sovvenire alle carestie, ospitare rifuggiti, soldare truppe. Conservando verso l'imperatore la sommessione imparata allorchè Roma era capitale, da esso i papi chiedevano la conferma della nomina loro, pagavano altre retribuzioni, tenevano alla corte sua un apocrisario che trattasse i loro negozj. Ma la dipendenza si diminuiva sempre più a fronte di imperatori lontani, di esarchi deboli e malvisti al popolo; mentre interrotte dalla conquista le relazioni coll'esarca di Ravenna, il papa, trovandosi a capo degli ordinamenti municipali mantenutisi in Roma intatta da Barbari, elideva l'autorità del duca sedente in questa città, corrispondeva direttamente con Costantinopoli, e accostavasi ad una specie di signoria.
Pelagio II scriveva ad Aunacario (581) vescovo di Auxerres perchè di tutta sua possa rimovesse i re Franchi dall'amicizia coi Longobardi, nefandissima gente avversa ai Romani, sopra la quale non potrebbe tardare la vendetta di Dio, sicchè era bello non mettersi a pericolo di parteciparne. Spedì anche un diacono alla Corte greca per implorarne soccorsi, e — Rappresentate all'imperatore che i perfidi Longobardi, contro la fede giurata, ci han fatto soffrire tanti mali, che ridirli sarebbe infinito. Se Dio non ispira all'imperatore di mandar almeno un maestro della milizia e un duca, siamo abbandonati d'ogni ajuto, massime il territorio di Roma, sguarnito di presidio: l'esarca scrive non poterci soccorrere, giacchè non basta tampoco a difendere le sue vicinanze. Voglia Dio che l'imperatore ci assista prima che quest'abbominevole nazione s'impadronisca di quanto rimane all'Impero»[167].
Gl'Italiani dunque guardavano il pontefice qual rappresentante non solo della vera fede ma della nazionalità; e più il fecero quando (590) sulla cattedra di Pietro s'assise Gregorio Magno, che sentiva l'importanza di quel grado, e tutta ne spiegò la dignità. Stratto dall'antica ricchissima famiglia Anicia, dalla giovinezza volse all'acquisto delle scienze un intelletto vivace e una straordinaria capacità, e da Giustino II fu elevato prefetto di Roma, la carica più insigne; ma nojato del mondo, sull'esempio de' suoi genitori si raccolse nel convento di sant'Andrea, ch'egli avea fondato nella propria casa, come sei altri in Sicilia. Rinvigoritosi nel ritiro, impetrò da papa Benedetto di missionare la Bretagna; ma il popolo romano cominciò a gridare al pontefice: — Voi avete offeso san Pietro, avete disfatto Roma, lasciando partire Gregorio»; sicchè quegli il rivocò. Da Pelagio II fu posto fra i sette diaconi della chiesa romana; e spedito ambasciatore alla corte di Costantinopoli per implorare soccorsi contro i Longobardi, vi guadagnò stima e benevolenza a segno, che Maurizio imperatore lo volle padrino di suo figlio. Morto Pelagio, Gregorio apprese con isgomento che i voti comuni lo avevano eletto papa, e tre giorni dovettero andarlo rintracciando nella solitudine, ove dal suo convento si era trafugato nelle corbe d'alcuni merciaj; scrisse anche a Maurizio, scongiurandolo per la loro amicizia a non confermare la scelta; poi ribramò sempre la pristina quiete, e — Non mi so frenare dal pianto (scriveva a Leandro di Siviglia) qualvolta torno in pensiero a quel porto felice, da cui m'hanno divelto: geme il cuor mio al solo ricordare quella terraferma, cui più non m'è possibile approdare».
Ben aveva onde sgomentarsi. Il pontefice, per l'eminente posizione sua, dovrebbe rispondere di quanto potesse avvenire in Roma; eppure non era libero, giacchè il duca, il prefetto imperiale, il senato, i decurioni, inetti a giovare, valeano a dar impaccio. Intorno, popoli o idolatri od ariani; di sopra, imperatori teologastri, che turbavano or colle dispute or colle pretensioni; fra il clero de' paesi convertiti, simonìa e scostumatezza[168]; alle porte di Roma, Longobardi minacciosi; Italia sbranata da lungo scisma per la quistione dei Tre Capitoli, e, per giunta, attrita da orribile peste.
Al governo «d'un bastimento vecchio, sdrucito e battuto dal nembo», com'egli chiamava Roma, Gregorio adoprò le preghiere e un carattere indomabile. Da un capo all'altro del mondo stendeva le premure per ispargere la verità ove non fosse conosciuta, per combattere l'errore, per sostenere la morale. Fermo quanto indulgente cogli eretici, al vescovo di Napoli scriveva d'accettar pure chiunque volesse rientrare in grembo della Chiesa, e — Tolgo sopra di me qualunque sconcio nascer potesse dalla falsità della riconciliazione; la soverchia severità pregiudicherebbe alle anime loro»: a quei di Terracina, di Cagliari, d'Arles, di Marsiglia vietava d'usar violenze agli Ebrei, «acciocchè il fonte ove si rinasce alla vita divina, non divenisse a loro occasione di una seconda morte, più della prima funesta per l'apostasia»; si restituisse loro la sinagoga tolta, nè s'adoprasse con essi che dolcezza e carità[169]. Adunò un concilio in Roma per riparare allo scisma di Aquileja, come almeno in parte ottenne; quaranta nostri spedì a convertire l'Inghilterra, guidati dall'abate Agostino (596), che vi fu primo arcivescovo di Cantorberì; reciprocamente dall'Irlanda venivano frati a noi, e principalmente san Colombano, che girate le Gallie e la Svizzera, si fermò a Milano, e da re Agilulfo ebbe in dono San Pietro di Bobbio con quattro miglia di territorio all'intorno, dov'egli fondò il monastero famoso (612), da cui uscirono monaci che altri cenobj posero per la Liguria e altrove. Nuovi missionarj inviò Gregorio ai Barbaricani, idolatri della Sardegna; e in lontani paesi.
Delle laute rendite, oltre mantenere il lustro del suo seggio, valevasi per far limosine, fondare scuole e spedali, sussidiare diocesi remote, esercitare l'ospitalità; ogni dì faceva dal suo sacellario convitare dodici avveniticci, e la gratitudine popolare disse che una volta Cristo in persona si mettesse tra quelli. Egli intanto, modesto nel trattamento, parco alla mensa, esatto alle pratiche della vita monastica, non faceva verun agio alla sua carne; e non agli onori e vantaggi del mondo, ma badava al proprio dovere.
Bisogna udire da lui quante cure esteriori e secolari s'affollassero intorno al papa[170]; esercita perfino atti che si direbbero di temporale sovranità: manda un governatore a Nepi, comandando al popolo d'obbedirgli come al sommo pontefice; un tribuno a Napoli per custodire quella grande città: al vescovo di Terracina raccomanda che nessuno lasci sottrarsi all'obbligo di fare la scolta alle mura. Poi dalle cure del mondo scendeva a minime particolarità dell'amministrazione patrimoniale, acciocchè non fossero vessati i lavoranti sulle terre della Chiesa; essendo troppo dispendiose le razze di cavalli che si tengono sui fondi siciliani, si vendano, serbando solo alquanti stalloni, cioè quattrocento; a Pietro, economo in Sicilia, scriveva: — M'hai mandato un cattivo cavallo e cinque buoni asini; non posso montar il primo perchè cattivo, non gli altri perchè asini». E altrove: — Odo che ai villani si computa a minor prezzo il grano in tempo d'abbondanza: nol fate, ma si paghi al prezzo corrente, e senza detrarre quel che perisce per naufragi. Nè i fittajuoli devono pagamento o servigi oltre il convenuto; non dar il grano a misura maggiore: e perchè dopo la nostra morte nessuno gli aggravi, date loro un'investitura per iscritto, che determini il prezzo. So che alcuni per pagare il primo termine han dovuto togliere a prestanza con usura eccessiva: voi dunque somministrerete loro questi capitali dal fondo della Chiesa, e li riscoterete poco a poco, in modo che non si vedano costretti a vendere le derrate a basso mercato. Al postutto non vogliamo che gli scrigni della Chiesa sieno contaminati da sordido guadagno»[171].